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Condannare Assad dopo aver distrutto la Siria: il processo postumo al baathismo 

by Sergio Filacchioni
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Assad

Roma, 13 ago – Bashar al-Assad è stato condannato a morte in contumacia da un tribunale di Damasco. Con lui il fratello Maher e altri uomini dell’apparato che governò la Siria fino al dicembre 2024. Il verdetto viene presentato come uno dei primi grandi atti della giustizia di transizione siriana. Una condanna che suona tragicomica, specialmente se guardiamo a chi sta pronunciando la sentenza, ma soprattutto tautologica. Perchè in realtà la condanna storica che conta davvero era stata pronunciata già un decennio fa, quando la Siria cessò di essere considerata uno Stato legittimo e il Ba’thismo un’esperienza politica da abbattere.
La guerra alla Siria, infatti, non può essere ridotta alla favola edificante di un popolo insorto contro un dittatore, aiutato da ribelli democratici infine vittoriosi. Se le proteste del 2011 furono reali e la risposta di Damasco fu brutale, quella crisi interna venne rapidamente internazionalizzata, armata e trasformata in una guerra per procura, combattuta tramite le stesse organizzazioni che l’Occidente diceva di voler disarticolare.

Condannano Bashar al-Assad dopo aver fatto a pezzi la Siria

Gli Stati Uniti – oggi lo sappiamo con certezza – avviarono un programma clandestino della Cia per armare e addestrare formazioni anti-Assad; Arabia Saudita, Qatar e Turchia alimentarono a loro volta il flusso di armi e denaro verso l’insurrezione. Nel 2012 un rapporto della Defense Intelligence Agency descriveva salafiti, Fratelli musulmani e al-Qaeda in Iraq come forze trainanti della ribellione e contemplava la nascita di un “principato salafita” nella Siria orientale. Secondo quel documento, proprio una simile eventualità coincideva con gli interessi delle potenze che sostenevano l’opposizione, perché avrebbe contribuito a isolare Damasco. Ovviamente Washington non ha “creato l’ISIS” in senso stretto. Il punto è più semplice e per certi versi più controverso: la frammentazione prodotta dal jihadismo risultò compatibile con l’obiettivo strategico di spezzare lo Stato siriano e rovesciare Assad. Non era necessario controllare il mostro perché il mostro fosse utile. Bastava che divorasse territorio, esercito, infrastrutture e continuità statuale.
È in questo senso che la Siria fu fatta a pezzi grazie allo Stato Islamico. Raqqa, Deir Ezzor, le frontiere dissolte, i pozzi petroliferi: il Califfato trasformò la guerra civile in una catastrofe territoriale. Intanto altre sigle jihadiste, da al-Nusra fino alle trasformazioni che avrebbero prodotto Hayat Tahrir al-Sham, consolidavano il proprio potere. Ma l’Occidente, nonostante l’opposizione aperta all’ISIS, ha sempre considerato primaria la delegittimazione politica di Damasco. È questa feroce contraddizione, molto più di qualsiasi teoria cospirativa, a raccontare il decennio siriano. Impossibile, in questo senso, non ricordare i migliaia di uomini dell’Esercito Arabo Siriano caduti per difendere, anche le frontiere europee, dal terrorismo jihadista scatenato dall’Occidente.

La fine di un ordine politico laico, socialista e nazionalista

Inutile ricordare che con Assad non è caduto un regime. È finito un mondo politico arabo nato nel Novecento attorno al nazionalismo, al socialismo, alla modernizzazione e alla pretesa di costruire Stati sovrani sopra le appartenenze confessionali. Un mondo tutt’altro che innocente, spesso feroce e corrotto, ma irriducibile tanto all’islamismo quanto alla funzione di protettorato delle potenze esterne. L’Iraq baathista era stato distrutto dall’invasione americana del 2003. Il vecchio nazionalismo palestinese era stato progressivamente schiacciato tra occupazione israeliana, impotenza dell’Autorità nazionale e ascesa di Hamas. La Siria restava, con tutte le sue contraddizioni, l’ultimo Stato arabo social-nazionale capace di pensarsi come soggetto geopolitico autonomo: alleato dell’Iran ma non riducibile all’Iran, sostenuto dalla Russia ma non diretto dalla Russia, ostile a Israele e ancora legato alla questione del Golan. È questo mondo che si chiude con la fuga di Assad. E il paradosso finale è che a pronunciarne oggi la condanna giudiziaria sia la Siria di Ahmed al-Sharaa: l’ex capo di al-Nusra, già uomo di al-Qaeda, trasformato in presidente, cancellato dalle liste terroristiche e ricevuto in mezzo mondo, dalla Casa Bianca al Cremlino. Il passaggio dal ricercato internazionale all’interlocutore legittimo non certifica una conversione morale dell’Occidente. Certifica semmai che le categorie morali utilizzate durante la guerra erano subordinate, come quasi sempre accade, alla convenienza politica.

Una sentenza dal sapore teatrale

Proprio per questo la sentenza contro Assad ha un sapore quasi teatrale. Perchè fallisce, ancora una volta, nel voler sottolineare il binarismo con cui per quindici anni ci è stata raccontata la Siria: dittatura contro democrazia, regime contro popolo, civiltà contro terrorismo. Il tribunale di Damasco può oggi condannare Bashar al-Assad a morte. Ma la sentenza decisiva era stata emessa molto prima e riguardava un imputato più grande di lui: la Repubblica araba di Siria e ciò che rappresentava. Un ordine politico per il mondo arabo-islamico, e non solo.

Sergio Filacchioni

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