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Ottava puntata della nostra inchiesta sulla crisi del sistema bancario italiano.
Le puntate precedenti:

bail-in conti correntiRoma, 5 feb – Il bail-in è quel meccanismo che in caso di fallimento di un istituto di credito chiamerà a rimborsare i creditori: gli azionisti, gli obbligazionisti, e i correntisti fino alla soglia dei 100.000 euro. Questa disposizione è contenuta nella direttiva 2014/59/UE ed è entrata in vigore dal primo gennaio 2016, riformando le procedure attivabili dalle autorità di risoluzione nelle crisi bancarie. Importante è il ruolo delle autorità di risoluzione. Queste ultime, infatti, “esercitano i poteri di svalutazione e di conversione in relazione a una passività risultante da un derivato solo al momento della liquidazione dei derivati o successivamente ad essa” (art. 49). Alla risoluzione si affiancherà “un piano di riorganizzazione aziendale, che darà modo all’istituto in crisi di proseguire in futuro con la propria attività” (art. 51). Pertanto, le authority del credito valuteranno le banche sulla base dei criteri di Basilea III. Per esempio, la Bce può chiedere ad una banca in crisi un aumento di capitali, in caso contrario scattano le procedure di infrazione che portano alla bancarotta con annesso bail-in. La direttiva 2014/59/UE non è solo un problema per i consumatori ma incombe come una spada di Damocle sulla nostra economia.

Oggi anche alcuni esponenti dell’establishment se ne accorgono. Per esempio, Giuseppe Vegas. Il numero uno della Consob nel corso di un’audizione alle Commissioni Finanze di Senato e Camera si è scagliato contro il bail-in. Vegas ha sottolineato che, pur creato sulla base di un “principio condivisibile”, il bail-in ha scatenato uno shock normativo senza precedenti, a causa della sua retroattività. Inoltre il presidente della Consob ha sottolineato che: “L’effetto della retroattività si è subito rivelato un fattore di instabilità per il mercato finanziario e, in particolare, per il comparto bancario. La nuova disciplina ha mutato di colpo il profilo di rischio dei titoli in portafoglio ai risparmiatori, peggiorandone la posizione, rispetto al momento in cui i titoli sono stati sottoscritti o acquistati”. È l’eterno ritorno dello spread.  Stavolta in salsa elvetica: a posto dei Bot i signori di Basilea hanno trovato un modo per svalutare i crediti delle banche. Vediamo perché.

Ritorniamo al citato caso della Banca Popolare di Vicenza. Nel marzo del 2016 la Bce così si rivolgeva ai soci e al management dell’istituto di credito vicentino: “Bpvi (Banca Popolare di Vicenza) è a un bivio: nel caso in cui uno qualsiasi degli elementi del progetto non fosse approvato e la banca non rispettasse i requisiti patrimoniali, si renderebbe necessario adottare misure di vigilanza, incluso l’esercizio dei poteri previsti dal Testo Unico Bancario ovvero appunto le procedure previste dalla direttiva sul bail-in”. Gli elementi del progetto erano tre: la trasformazione in spa, l’aumento di capitale da 1,75 miliardi di euro, nonché la quotazione a Piazza Affari. Com’è andata a finire lo sappiamo. Le prossime puntate, però, alla luce di quanto detto le possiamo prevedere.

Ad esempio sarà molto semplice per la speculazione mettere le mani sul territorio vicentino. La BpVi, infatti, raccoglie i risparmi dei cittadini ed è garante di molti prestiti o mutui da quelli per la casa agli investimenti fatti dalle imprese. Insomma, una banca anche se locale e oberata da crediti ritenuti ad alto rischio, ha un valore che non può essere liquidato con pochi euro. Le operazioni di salvataggio potrebbero creare le condizioni per una colonizzazione economica. È sufficiente fare pressing sui soci che, terrorizzati dal bail-in, sottoscriveranno un bel aumento di capitale. Ovviamente l’importo versato dai soci non basterà per tranquillizzare i controllori della Bce. Questo farà scattare un meccanismo ribassista che porterà ad una svalutazione degli asset della banca. A quel punto basteranno pochi euro per comprarsela. Quanto detto non è un’iperbole. Basta leggere le cronache di questi giorni.  Ubi acquisterà tre good bank (Marche, Etruria, Chieti) al prezzo simbolico di un euro. L’istituto si è impegnato a un aumento di capitale da 400 milioni per mantenere un capitale Cet1 di oltre l’11% e colmare il fabbisogno temporaneo legato alla non piena computabilità del badwill. A fronte di questo sforzo, la banca ha ottenuto numerose protezioni dai rischi, un aumento dei clienti e della quota di mercato (che passa da 5 a 6% in Italia) e una prospettiva di ritorno dell’investimento del 25% nel 2020 (quando le tre banche avranno nelle previsioni un utile di 100 milioni). Stavolta si è trattato di una banca italiana come Ubi. In futuro, però, le cose potrebbero andare diversamente. Bisogna mantenere alta la guardia anche su ciò che si decide a Basilea, non solo a Bruxelles e Francoforte.

Salvatore Recupero

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