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Terza puntata della nostra inchiesta sulla crisi del sistema bancario italiano.
Le puntate precedenti:

Sangue di Enea Ritter

legge bancaria banca italiaRoma, 29 gen – Che il concetto ciclico della storia, enunciato da Giambattista Vico, fatto di corsi e ricorsi sia ormai usato ed abusato nella pubblicistica è un dato di fatto, ma evidentemente in campo bancario deve essere sfuggito agli studiosi ed ai legislatori visto che periodicamente ricadono negli stessi errori. L’attuale crisi delle banche italiane, così come la crisi mondiale esplosa nel 2008 (detta anche “crisi dei subprime”), erano eventi annunciati. Sarebbe bastato guardare ad un passato neppure troppo lontano, quando la precedente crisi del  1929 (ai più conosciuta come “Grande Depressione”) mise in ginocchio le economie più moderne dell’epoca.

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Ma andiamo per ordine. Ciò che mandò in crisi il sistema economico mondiale all’inizio degli anni 30 del secolo scorso furono proprio i sistemi bancari nazionali fondati su un tipo di banca, quella “universale” o “mista”, che poteva svolgere qualsiasi operazione, sia da un punto di vista temporale che qualitativo. E fu così che, ammalandosi di gigantismo, gli istituti di credito violarono qualsiasi regola di buona amministrazione creando una pericolosissima bolla speculativa che condusse al “giovedì nero” di Wall Street. In Italia, peraltro, si creò un intreccio paradossale in cui non si capiva chi controllava chi: le banche avevano foraggiato senza limiti le grandi imprese che, a propria volta, controllavano la maggioranza azionaria delle stesse banche finanziatrici, così nel momento in cui esplose la crisi e le imprese non riuscirono a rimborsare i prestiti, questi ultimi furono trasformati in capitale sociale e gli istituti di credito diventarono azionisti di maggioranza delle imprese che li controllavano, creando un labirinti di partecipazioni incrociate che arrivò a coinvolgere circa il 70% dell’intero apparato industriale italiano.

Se facciamo un parallelismo tra USA ed Italia, nell’intervento governativo post-esplosione della crisi si può evidenziare che a Washington, fedeli al principio liberista del laissez faire, le banche e le imprese furono lasciate al proprio destino con una miriade di fallimenti, mentre in Italia il governo Mussolini deciso di intervenire in difesa dei posti di lavoro e del risparmio con la creazione dell’Iri e dell’Imi e la nascita della famosa “terza via” in campo economico che vide lo Stato come attore sul mercato in concorrenza con i privati. Ma sebbene le due strade intraprese da americani ed italiani fossero così diverse, l’intervento legislativo in materia bancaria fu molto simile. La Legge Bancaria varata nel 1936 da Mussolini introdusse la distinzione temporale dando vita alle aziende di credito (che operavano la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito a breve termine) e agli istituti di credito speciale (che operavano la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito a medio-lungo termine), inoltre la Banca d’Italia assunse importanti poteri di controllo sul sistema bancario e furono previste fortissime limitazioni per banche ed imprese in materia di acquisizione di partecipazioni. Negli Stati Uniti il Glass-Steagall Act creò un sistema simile con la nascita di due tipi di banche: quelle commerciali che avrebbero svolto attività bancaria tradizionale e quelle di investimento che avrebbero offerto finanziamenti e servizi alle imprese.  Sostanzialmente, quindi, entrambe le regolamentazioni ponevano rigorosi paletti all’attività creditizia proprio per evitare quegli intrecci tra sistema bancario e industriale e quella mancanza di correlazione temporale tra fonti  e impieghi che aveva portato al disastro del 1929.

Le due leggi bancarie sono rimaste in vigore per una sessantina di anni, fino agli anni 90, e si può dire che abbiano garantito un’ottima tenuta dei rispettivi sistemi creditizi.  Salvo piccole crisi nel periodo più buio della Repubblica (la Banca Privata Italiana di Sindona e il Banco Ambrosiano di Calvi) non si sono registrate grandi crisi e tanto meno crisi sistemiche. Ma alle soglie del terzo millennio la globalizzazione cavalcante ha preteso una deregolamentazione del settore ed un ritorno, di fatto e di diritto, allo status quo ante anni ’30 con il ritorno della banca mista ed il venire meno di buona parte delle regole introdotte sessanta anni prima. In Italia la Legge Bancaria è stata sostituita dal Testo Unico Bancario nel 1993, negli USA il Glass-Steagall Act è stato abrogato e sostituito dal Gramm-Leach-Bliley Act nel 1999. E gli effetti non si sono fatti attendere con un aumento esponenziale del credito concesso.

Dopo pochi anni la crisi ha di nuovo coinvolto il sistema creditizio, o per meglio dire da quest’ultimo è nata e si è propagata all’economia produttiva. I fatti sono nati a tutti: i mutui subprime, l’enorme massa di crediti in sofferenza, la creazione di prodotti derivati fondati sul nulla più assoluto, l’utilizzo dei fondi delle banche a favore di imprese collegate direttamente o indirettamente agli istituti creditizi. Insomma, la riproposizione della crisi del 1929 ma molto più in grande o, per dirla in altro modo, in “salsa globalista”.  Le rassicurazioni che nel 1993 accompagnarono la reintroduzione in Italia della nuova legislazione (“faremo tesoro degli errori precedenti”, “la tecnologia ci consentirà maggiori controlli preventivi” ) si sono rivelate del tutto prive di fondamento, e non è assolutamente un caso che in prima linea nel tranquillizzare risparmiatori e investitori  vi fosse il “padre” della riforma, quel Mario Draghi, all’epoca Direttore Generale del Ministero del Tesoro, successivamente nominato Presidente della Banca Centrale Europea nel 2011, in piena crisi economica mondiale. Evidentemente, pur non avendo svolto un buon servizio alla propria Nazione, coloro che hanno spinto per la sua nomina dovevano essergli particolarmente grati.

Walter Parisi

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