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Roma, 30 mar – “Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto” così iniziava il suo Orlando furioso l’Ariosto: e ai fumetti e, nello specifico, a quelli italiani non manca niente di tutto questo. Ora non per vantarci – ma anche si – noi italiani siamo riusciti praticamente in ogni campo dello scibile umano, perché mai non avremmo dovuto eccellere nell’arte delle “strisce disegnate”? La prima diffusione dei fumetti in larga scala nel Belpaese si ebbe addirittura con il Corriere dei Piccoli: in particolar modo le storie disegnate tennero alto il morale delle truppe nelle trincee della Prima guerra mondiale con pubblicazioni ad hoc per i soldati al fronte e, sebbene inizialmente venissero tradotti per lo più comics americani, è negli anni trenta che vediamo il sopravvenire degli autori italiani. Tra di loro il superuomo investigatore Dick Fulmine di Carlo Cossio (detective di Chicago ma con origini italiane mutuato nel fisico da Primo Carnera) o il Kit Carson di Rino Albertarelli, precursore del genere western. Il panorama fumettistico italiano è un continente intero da studiare e analizzare nel dettaglio. Oggi, umilmente, elencherò 5 ragioni per cui dovreste farlo: ovvero perché dovreste approfondire, amare, supportare e diffondere i nostri grandi autori – con buona pace della Marvel, Dc Comics e compagnia cantante, che se la cavano benissimo da soli, tra eroi Lgbt, neofemminsti e via dicendo.

5) Le donne

Prima di affrontare le donne “di carta”, parliamo un attimo delle donne vere. Parliamo di Angela e Luciana Giussani. Angela, ex modella e moglie dell’editore Gino Sansoni, insieme alla sorella minore Luciana creano nel 1962 Diabolik: fenomeno di costume, culturale, stilistico. L’eroe del fumetto è un ladro, un violento accompagnato dall’eterno femmineo di Eva Kant. Lei, invece, algida e sofisticata ma sempre fedele. E ora sì, le signore di fantasia: abbiamo la sensualità del “casco nero” più famoso del mondo, quello di Valentina di Guido Crepax. Figlia degli anni sessanta, Valentina non è bidimensionale e non incarna solo un topos erotico: è una fotografa spregiudicata, sì, ma con problemi reali (e attuali). E in quanto ad eroticità, di cui la donna è spesso figura centrale, come non menzionare le femmine di Milo Manara, l’immagine perfetta, l’archetipo della donna burrosa dei sogni bagnati tricolori: il fumettista alto atesino ha lavorato con i migliori autori italiani, Hugo Pratt su tutti. Last but not least, arriva una “voce fuori dal coro” ovvero Julia Kendall la sensibile e scaltra criminologa – mutuata nelle fattezze da Audrey Hepburn – creata da Giancarlo Berardi per la Bonelli Editore.

4) Le risate

In un’altro campo eccelliamo, noi italiani: nell’autoironia o tout court nella capacità di far ridere (senza, per questo, diventare pagliacci). E così è anche nei nostri fumetti: dalla penna del modenese Bonvi nascono le strisce delle Sturmtruppen in pieno ’68. I protagonisti sono dei tragicomici soldati tedeschi perennemente indaffarati in scontri bellici e vita di campo: hanno nomi macchiettistici come Fritz, Otto, Franz, parlando un tedeschen immaginario e tessono le lodi del loro alleato italico Galeazzo Musolesi (nome famigliare?). In breve, fanno sbellicare. E se parliamo di risate dobbiamo parlare di Benito Jacovitti. Alzi la mano chi di voi non ha avuto il suo Diario Vitt: salami saltellanti, uomini nasuti, nonsense, grafica che Robert Crumb levati proprio. Sua l’invenzione del cowboy Cocco Bill che ritroveremo anche in Carosello. Nel ridere, ricordate sempre di rimanere fedeli alla linea: sì, a quella di Osvaldo Cavandoli. Molti di voi forse non sapranno, infatti, che il celebre cartoon dell’omino composto da una sola linea che parlava in vago accento milanese nel 1972 divenne anche striscia a fumetti. Max Bunker, l’autore di Alan Ford, ci ha invece regalato il primo antieroe pasticcione ispirandosi al portinaio dello stabile milanese  dove viva. Ogni mattina l’ometto lo salutava impestandolo di odore di alcool. Venne soprannominato Semper ciuc (in dialetto milanese “sempre ubriaco”). Ed ecco quindi la nascita di Superciuk, un antagonista dal superpotere “alcoolico” degli improbabili agenti segreti del Gruppo TNT.

3) Gli eroi

Eroi come quelli del fumetto tricolore, con una tale complessità di emozioni e di caratteri è difficile ritrovarli altrove. Basta nominare Corto Maltese per vincere ogni paragone. Il marinaio giramondo di Hugo Pratt segue un’etica tutta sua e vive avventure difficilmente incanalabili sotto un unico filone, si spinge talvolta alla ricerca esoterica (come ad esempio in Favola di Venezia – Sirat Al Bunduqiyyah). Il mondo ce lo invidia – e fanno bene. Come, d’altronde, ci invidia Tex Willer. Creato dal padre del fumetto italiano, Gianluigi Bonelli, Tex è il prototipo dell’uomo senza macchia e senza paura che si muove in un far west perenne, impermeabile ai cambiamenti, quasi metafisico: il ranger del Texas è quasi sempre accompagnato dai suoi sodali pards – Kit Carson, Kit Willer e Tiger Jack. Per passare ad eroi più “prosaici”, come non parlare di Alan Ford. Creato dal già citato Max Bunker e disegnato da Magnus. Il protagonista è spesso affiancato dal Conte Oliver e Bob Roc e deve portare a termine rocambolescamente missioni spionistiche: Numero Uno è il loro capo, un misterioso uomo sulla sedia a rotelle che gli “commissiona” le azioni da compiere – spesso disperate, ma gli appartenenti al Gruppo TNT, per lo più poveri in canna, non ne rifiutano una. Da riscoprire, per chi di voi non ne fosse esperto.

2) I ribelli

“Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa”: questa frase tratta da Le straordinarie avventure di Penthotal racchiude l’essenza della vita spericolata di Andrea Pazienza. Autore, appunto, di Penthotal, Zanardi, fondatore nel 1980 della rivista Frigidaire (che avrebbe poi dato supporto e diffusione ad altri artisti come Stefano Tamburini e Tanino Liberatore i creatori del “coatto cibernetico” Ranxerox, un robot antropomorfo messo su con i pezzi di una fotocopiatrice, enormemente forte ed enormemente violento legato ossessivamente alla sua Lubna, teenager tossicodipendente, e ambientato in una Roma distopica … ormai nemmeno più così tanto). Tra i ribelli per certo possiamo annoverare anche il detective dell’incubo, Dylan Dog. Eroe forse romantico creato da Tiziano Sclavi, poliziotto ex alcoolizzato, combatte contro i demoni veri e finti dal suo studio di Londra, nella mitica Craven Road, aiutato dal suo tuttofare (o nientefare?) Groucho. Ogni albo una donna – di cui è , invariabilmente, innamorato. Disegnato mutuando la bella faccia dell’attore Rupert Everett è forse uno dei fumetti più amati della casa editrice Bonelli – unico nel suo genere, che affronta l’horror ispirandosi a film e libri di ogni sottotraccia del genere, raramente le vittorie di Dyd hanno un risvolto epico, è sempre intimistico.

1) La bellezza

Il fumetto è grafica e la prima cosa che deve colpire è, appunto, il tratto e l’innovazione che porta con sé. Pensate alla linearità, alla pulizia delle linee del Signor Bonaventura di Sergio Tofano: la prima striscia è del 1917, ma potrebbe essere tranquillamente essere data ora alle stampe. Tofano, d’altronde, aveva una vis comica non indifferente e l’amore per il nonsense si è incarnato nel suo pennino. Lo stesso dicasi per il personaggio di Sor Pampurio che sembra saltato fuori da un sogno di Depero – e invece è di Carlo Bisi, non a caso un futurista della prima ora. Ma dato che il fumetto è un’arte popolare, è da prendere in considerazione per “bellezza” dell’interpretazione caratterista anche un’opera come Geppo, il diavolo buono; non a caso, l’autore è quel Giovan Battista Carpi che sarà il primo – e forse il più grande – creatore di storie Disney in Italia. Federico Fellini, che era un grande esperto di bellezza (se non altro femminile) volle sia Jacovitti, che Manara che Andrea Pazienza come suoi collaboratori – con il primo collaborò nel Travaso delle idee, Manara gli disegnò molteplici locandine così come Paz. Quando parliamo di Dylan Dog, sono le penne di Carlo Ambrosini, Montanari e Grassani e di Angelo Stano ad averlo portato in vita. Roberto Raviola, in arte Magnus nel 1964 incontra Luciano Secchi (aka Max Bunker) e insieme creano, appunto, Alan Ford: tinte forti, fisionomie grottesche, Magnus spazia dalla sensualità all’horror: la sua opera (a modesto parere della scrivente) più bella è probabilmente il “Texone” (un albo speciale di Tex Willer) de 1989. Si chiama La valle del terrore: Raviola morirà di tumore al pancreas appena terminate le tavole per questa opera.

Ilaria Paoletti

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