Roma, 30 mar – Hanno tutti paura che torni il Medioevo. È un coro unanime, che si parli di ius soli, di legittima difesa, di famiglia, di aborto, di omosessualità, di religione: il Medioevo è alle porte, anzi, ci siamo già dentro, tutto è buio e oscurità e superstizione, perché poi è questo che si intende quando si parla dell’epoca di mezzo. Deve essere molto piena di sé, la modernità, se si sente in diritto di prendere epoche lontane come pietra di paragone della tirannia. È tuttavia curioso, tanto per far notare solo la prima e più macroscopica controindicazione di tale atteggiamento, che un’epoca che tanto parla di Europa e di valori europei finisca per diffamare sistematicamente la stagione in cui la coscienza europea si è formata. 

Lo spostamento dal Mediterraneo al continente

Anche se il termine lo dobbiamo ai geografi greci ed era più o meno familiare a tutta l’antichità, per esserci davvero Europa occorre uno spostamento d’asse geografico e culturale dal Mediterraneo al continente. Un romano si sentiva ugualmente a suo agio a Marsiglia come ad Alessandria d’Egitto, mentre aveva l’impressione di trovarsi in un territorio ostile, barbarico e minaccioso se lo si trasportava nelle regioni settentrionali della Germania, per non parlare della Scandinavia o della Russia.

L’Europa, come ha spiegato magistralmente Lucien Febvre, nasce con un duplice movimento geo-culturale: con l’emersione da una sorta di naturalità senza storia dei popoli germanici e con la cesura che strappa all’Occidente l’intera sponda sud del Mediterraneo. Cioè con l’avvento dell’islam, religione guerriera, conquistatrice, che nel giro di una manciata di anni compare dal nulla e conquista tutto il Nordafrica, cancellando per sempre dalla storia tutto il retroterra romano di quelle terre. Improvvisamente, il mare nostrum non è più nostrum. È uno choc culturale, ma anche economico e politico, terribile. L’emersione di un “altro” così diverso, così ostile, così minaccioso spinge inoltre a ridefinire il Sé, a interrogarsi su chi si è e cosa si ha in comune con i propri vicini.

Europeisti che odiano il Medioevo: un paradosso

Si capisce bene, allora, perché quest’epoca così malata di ossessioni “europeiste” riesca contemporaneamente a odiare il Medioevo in cui l’Europa nacque: molto semplicemente, perché non è a questi valori europei che si fa riferimento. Eppure l’Europa è questa cosa qua, la lenta emersione di una consapevolezza continentale, la difficile scoperta di un’identità comune, la battaglia collettiva contro ciò che ci nega. Fumo negli occhi, per gli europeisti di oggi.

Questione europea a parte, andrebbe ricordato ai “competenti” di oggi che è proprio nel Medioevo che nascono le università, le stesse, molto spesso, in cui anche loro, secoli dopo, hanno studiato. E anche sulla posizione della donna medievale sarebbe bene ripassare i fondamentali studi di Regine Pernoud, la quale ha a suo tempo fatto giustizia anche di tanti luoghi comuni aneddotici che hanno contribuito a creare l’immagine dei “secoli bui”, dallo ius primae noctis, mai esistito, al mito della scarsa igiene nelle corti medievali. Dopo i saggi (non a caso contestatissimi) di Sylvain Gouguenheim, poi, sappiamo che il Medioevo è stato un periodo di intensa trasmissione culturale, senza bisogno di aspettare le traduzioni dei testi classici degli eruditi arabi, come vuole la vulgata.

Nessuna età dell’oro, ma Balotelli taccia

Questo non significa, ovviamente, che il Medioevo sia stato una specie di età dell’oro o che sia auspicabile un ritorno all’indietro di vari secoli. Ogni epoca ha i suoi pregi e i suoi difetti, le proprie complessità e criticità. Ognuno può avere una sensibilità maggiormente tagliata per le epoche che precedono il Medioevo o per quelle che lo seguirono, che sono sicuramente altrettanto, se non più, luminose. Ma che oggi chiunque (lo ha fatto perfino Mario Balotelli!) si senta in diritto di straparlare di un tornante storico fondamentale per la nostra identità e la nostra storia, fa decisamente ridere. E non resta che aspettare l’epoca, forse non lontanissima, in cui nelle discussioni da bar si dirà: “E che diamine, non vogliamo mica tornare alla modernità!”.

Adriano Scianca

4 Commenti

  1. Purtroppo il bravo Adriano Scianca non sa che M. Balotelli è un esperto del tardo medio evo, uno studioso pari a J. Le Goff.
    Balotelli sembra che stia preparando una completa biografia di Carlo Magno o comunque a fine carriera aprirà una trattoria dedicata al re dei franchi, insomma di storia medievale ci mastica.

  2. Ottimo articolo, ben argomentato, ed illustrato correttamente. Purtroppo, gli ottenebrati, che accusano chiunque si discosti dal pensiero unico, d’essere riottosi verso le opinioni altrui, difficilmente leggeranno e commenteranno, queste semplici e condivisibili affermazioni. Ancora ieri sera mi sono violentato, visionando qualche minuto del letame ” Radical Chic ” della 7, il programma Propaganda. Io provo, qualche volta a sentire cosa hanno da dire questi servi della sinistra, ma nulla ,debbo sempre scappare a gambe levate, per non avvelenarmi l’umore. Ad un certo punto è stata chiamata sul palco la, mediocre, attrice Sarah Felberbaum, moglie del pedatore milionario, (5 milioni netti all’anno), De Rossi; si è lanciata nel solito dileggiamento della Meloni, per il sacrosanto discorso tenuto al Parlamento, riguardante il Migration Compact. Ma veramente, queste persone, pensano di poter dare lezioni alla maggioranza del paese, dal basso della loro inesistente moralità? Poi ho pensato: ” certo che sì! visto che i clandestini loro li vedono solo in televisione! ” L’immondizia negroide ed islamica tocca solo ai comuni mortali; noi ci rechiamo nelle stazioni ferroviarie, sui mezzi pubblici, nei parchi, ospedali, e via discorrendo, queste divinità non debbono condividere la sorte della plebaglia. Ben per loro! Però, si debbono augurare, che la situazione, negli anni a seguire non peggiori troppo, perché loro, potrebbero essere il primo bersaglio di coloro che attualmente disprezzano.

  3. Dopotutto il Medioevo ci ha lasciato in dono, a titolo d’esempio riassuntivo, l’arte gotica e quella romanica le quali sono veri e propri tracciati simbolici per chi ancora sia in grado di “leggerli”, nonché il maestoso splendore delle cattedrali, i toni e le tinte delle cui vetrate non si è più in grado di riprodurre nelle moderne vetrerie (poco importa, obietterebbe qualcuno, in fin dei conti è vetro da finestra…; probabilmente lo stesso pensiero di quell’alto prelato che, ormai a grossolano digiuno della simbologia essenziale e delle corrispondenze verificabili anche nella materia d’opera, ne fece distruggere parecchie nella cattedrale in cui officiava, poiché così colorate non davano sufficiente luminosità alla propria figura quando rifilava i suoi dotti sermoni).

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