Roma, 20 giu – Per molti è solo l’ultima provocazione di Oliviero Toscani, il fotografo, vero e proprio decano dei radical chic e neo iscritto al Pd (tessera fresca di appena tre mesi fa), che negli anni è salito agli onori delle cronache per le sue campagne “provocatorie”, ma sempre all’insegna del politicamente corretto, realizzate per Benetton. Questa volta però lo storico marchio “veneto” non ci ha schiaffato in bella mostra una famiglia arcobaleno o un quadretto multietnico ma l’attualità: ovvero la foto di un barcone pieno di “migranti”. Una doppia pagina di giornale senza alcun commento, solo la foto di Kenny Karpov al gommone della Ong Sos Mediterranée e il logo dell’azienda.

Per Oliviero Toscani è stato un modo per “far vedere ciò che sta succedendo. Il problema è che una volta eravamo un Paese di brave persone, eravamo un Paese dell’onestà e della generosità. Purtroppo questo piccolo benessere, che non è stato neanche a disposizione di tutti, ci ha fatto diventare egoisti e devo dire anche abbastanza ottusi”. Una campagna pubblicitaria ideata per suscitare polemiche che puntualmente sono arrivate, a cominciare da Salvini che ha scritto “ma solo io trovo che sia squallido?“, per proseguire con altri esponenti di punta della Lega in Veneto, che hanno annunciato un boicottaggio di Benetton al grido di “non compreremo più una sola maglietta”.

Meno scontata la presa di distanze della stessa Ong Sos Mediterranée, che non ha gradito l’utilizzo delle immagini del “salvataggio dei migranti” per fini commerciali: “Ci dissociamo completamente da questa campagna e condanna l’iniziativa personale di un fotografo che ha fornito la fotografia. La dignità dei sopravvissuti deve essere rispettata in tutte le circostanze. La tragedia umana che si consuma nel Mediterraneo non può mai essere utilizzata a fini commerciali”. Insomma Benetton è riuscita a far incazzare tutti, dai leghisti sporchi e cattivi fino alle anime candide delle Ong.

Del resto l’azienda di Ponzano Veneto è uno degli esempi più cristallini dell’ipocrisia della sinistra buonista. Pionieri della propaganda globalista e multietnica fin dagli anni ’80, i Benetton sono stati tra i primi in Italia a spostare la produzione nel terzo mondo per sfruttare la manodopera dei nuovi schiavi senza diritti. Già all’inizio degli anni 2000 arrivarono le prime denunce sulle condizioni dei terzisti che in Cina lavoravano per conto di Benetton senza nessuna tutela sindacale, insieme ai sospetti (fondati) di sfruttamento di lavoro minorile nelle fabbriche (sempre dei terzisti) in Turchia e Nordafrica. Per Benetton la delocalizzazione è una prassi consolidata, come dimostra la chiusura degli stabilimenti veneti e l’apertura in Croazia negli anni 2000 e il successivo spostamento in Serbia del 2011. Per capire di cosa stiamo parlando su 7500 dipendenti di Benetton Group solo 2500 lavorano in Italia, tra i terzisti 7.400 su oltre 27 mila.

Ma il caso più eclatante resta senza dubbio quello del crollo del Rana Plaza in Bangladesh, dove circa 1100 operai, impiegati in questa fabbrica-alveare senza i requisiti minimi di sicurezza, trovarono la morte. Tra le macerie spuntarono fuori i capi Benetton e solo così si scoprì che l’azienda “veneta” utilizzava gli schiavi del Bangladesh per la produzione. Benetton inizialmente non volle dare nessun risarcimento e solo dopo un lungo tira e molla acconsentì a risarcire le famiglie delle vittime con 970 dollari a testa. E questi sono quelli che pensano di farci la morale mettendo il proprio marchio sulla foto di un barcone?

Davide Di Stefano

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