Lucca, 12 mar – “Daniele Nardi conosceva benissimo quella via, non si può ritenere un suicidio”. Riccardo Bergamini non è d’accordo con Reinhold Messner e Simone Moro, i due grandi italiani della montagna che hanno criticato l’impresa tentata da Daniele Nardi sul Nanga Parbat, definendo il tentativo di ascesa invernale del mitico sperone Mummery “quasi un suicidio” o “una impresa troppo rischiosa”. Bergamini, primo alpinista toscano a scalare un ottomila di cui il Primato Nazionale spesso ha narrato le imprese, si è fatto un’idea diversa sulla vicenda che portato alla tragica fine di Daniele Nardi e Tom Ballard.

C’è dell’eroismo nell’impresa tentata da Nardi e Ballard? O come dicono Messner e Moro è stato un tentativo troppo rischioso ai limiti del “suicidio”? 

Non è stato un tentativo di suicidio. Nardi conosceva benissimo il Nanga Parbat, aveva raggiunto la cima d’estate e aveva già tentato quella via più volte. Per questo è un errore parlare di suicidio a mio modo di vedere. Poi a quanto pare non sono morti né per una valanga né per essere finiti in qualche buco, hanno ritrovato i corpi con i telescopi e non si sa come sono morti, forse per il freddo. Lo sperone Mummery è una via pericolosa e difficile, Messner la fece in discesa nel 1970 quando morì il fratello. Ma anche la parete nord dell’Eiger sembrava impossibile e invece poi la via fu aperta.

Nardi aveva provato diverse volte a scalare il Nanga Parbat d’inverno e in particolare lo sperone Mummery. Era una sua ossessione? 

Questo forse sì, ritentare ogni anno la solita via mi sembra un passo più lungo della gamba. Tenta una volta, una seconda, poi se non riesci fai un’altra cosa. Tentare ogni anno effettivamente inizia a diventare ossessivo. Anche il fatto che a ogni tentativo nell’impresa abbia cambiato il compagno qualcosa vuole significare.

Hai conosciuto Nardi? 

Lo conobbi a Courmayeur mi sembra nel 2008, insieme a lui e altri alpinisti facemmo una spedizione in Nepal nel 2009. Abbiamo passato dei giorni insieme e c’era un discreto feeling. Forse anche perché eravamo entrambi due rari alpinisti provenienti da “sotto il Po”, lui era di Sezze e forse avevamo delle cose in comune. Lo ricordo come una persona corretta e simpatica.

Che ricordo hai di lui? 

Era un forte alpinista, ha fatto molte spedizioni non solo sugli ottomila. In Pakistan sul Broad Peak, il K2, in Kashmir. Non era certo uno sprovveduto come alcuni lo hanno descritto. Anche Romano Benet e Nives Meroi, la “coppia d’oro dell’alpinismo”, sostengono che non si può giudicare un altro alpinista per una via che ha fatto. Poi anche nelle parole di Moro c’è molta verità, ma anche lui ha compiuto delle grandissime imprese in cui non era sicuro di tornare a casa.

A proposito di Moro. Credi che l’ascensione invernale al Nanga Parbat del 2016, con il controverso episodio dell’esclusione di Nardi, abbia influito nel trasformare questa impresa in una ossessione per l’alpinista pontino? 

Nessuno era nella testa di Nardi, ma ci sta che se l’ascensione invernale era stata compiuta attraverso la via normale, se vai su quella montagna per tentare una impresa provi una via diversa. In una intervista rilasciata prima dell’ultima tragica avventura ricordo che Nardi disse chiaramente che il suo obiettivo non era la vetta ma lo sperone Mummery.

E’ davvero così mitico lo sperone Mummery per gli alpinisti? 

In realtà se guardi la montagna quella sembra la via più lineare per la vetta. Però per l’alto rischio valanghe la gente alla fine non ci passa. E’ chiaro che se non ci passa nessuno un motivo c’è, anche d’estate nessuno lo fa.

Anche tu sei padre (di ben 7 figli). Ti sei immedesimato in Nardi che lascia un figlio di pochi mesi? 

Il discorso è diverso se uno inizia dopo. Ma quella era la sua vita, la moglie sapeva chi era e cosa faceva. non penso che la moglie abbia chiuso la porta e lui sia scappato dalla finestra per andare sul Nanga Parbat. Magari con un figlio uno se ha la possibilità di fare una cosa rischiosa sicuramente ci pensa due volte. E rinunciare e poi tornare non è una sconfitta.

Tu hai mai rinunciato pensando a tuo figlio? 

La prima volta che andai sul Manaslu era il 2014 (montagna che poi Bergamini ha conquistato nel 2017, ndr). Quell’anno lì per diversi fattori rimasi da solo per salire la montagna, altre spedizioni se ne erano andate. Un alpinista italiano mi disse tra il serio e il faceto di tornarmene a casa dai miei figli. Sarei stato un pazzo a salire e me ne andai. Dipende come ti senti tu ma anche soprattutto com’è la montagna, se è brutto tempo per un mese non si sale più e amen. In queste imprese ad ogni modo risiede dell’eroismo, è l’uomo che sfida se stesso, la natura. Se mi dicono “a cosa serve?” rispondo che “serve a tutto”. Anche quello che corre i cento metri più veloce di quell’altro, a cosa serve?

Ti sei mai trovato in una situazione simile? Hai mai avuto paura di morire?

La sensazione di morire no, però un po’ di sana paura ci vuole sempre per queste spedizioni. Prima di partire un pensiero che potrei non rivedere più mia moglie e i miei figli lo faccio. Però anche sulla via normale del Monte Bianco, un seracco, una valanga, ti può cadere addosso. La montagna fa il suo corso, siamo noi ad essere ospiti.

Quali sono le tue prossime imprese?

A giugno andrò in Alaska per salire sul monte Denali, la montagna più alta del Nordamerica, vicino il circolo polare artico. Fa parte delle “Seven summit”, le sette montagne più alte di ogni continente. A ottobre poi dovrei tornare in Nepal per un progetto legato alla solidarietà.

Un ultimo pensiero sulla tragedia del Nanga Parbat? 

In questo momento devono finire le critiche, le parole di troppo. Gli alpinisti sono tutti capaci di capire se su una via è bene andarci o non andarci.

Davide Di Stefano

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