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boccia-confindustriaRoma, 25 set – L’ultima assemblea degli imprenditori di Avellino, presieduta dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, si è chiusa all’insegna di un “moderato ottimismo” per la ripresa dell’economia meridionale ed italiana in generale. Non sono ovviamente mancati elogi al Jobs Act di Renzi, il pieno appoggio al referendum costituzionale ed ovviamente una buona dose di retorica sul Sud che deve puntare al turismo.



Con la vergognosa genuflessione confindustriale, la classe imprenditoriale italiana ha toccato il fondo di una lenta ma costante discesa verso l’abiezione morale più spinta, iniziata con tutta probabilità con l’entrata nell’Eurozona. Non è infatti una perdita di tempo ricordare il fatto che inizialmente il mondo della piccola e media impresa nazionale, spina dorsale della nostra economia, era quantomeno scettico sull’adozione della moneta unica e di conseguenza sulla perdita di uno strumento fondamentale di competitività internazionale. Alla fine, però, ogni resistenza fu vinta grazie ad un patto scellerato fra Confindustria, Governo e sindacati (cancro di questa nazione) condensato successivamente nella progressiva liberalizzazione del rapporto di lavoro subordinato. In buona sostanza: agli imprenditori è stata offerta la flessibilità del lavoro per convincerli a rinunciare alla flessibilità del cambio.

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Il problema reale è venuto alla luce a partire dal 2011, cioè da quando la “serietà” tecnocratica è salita al potere con il suo loden. L’abbiamo già detto mille volte: la crisi in cui siamo precipitati è una crisi di domanda, che per risolversi necessiterebbe di politiche fiscali espansive, ovvero di pompare moneta all’interno dell’economia reale. Se però una crisi di domanda non può essere risolta agendo sulla domanda, quale è l’unica alternativa? Semplice, quella scientemente perseguita da Monti con precisione chirurgica: distruggere abbastanza offerta in modo da adeguarla alla domanda calante. In altre parole, massacrare di tasse le imprese fino a costringerle al fallimento, alla chiusura e, ovviamente, all’acquisizione da parte delle imprese più grandi, magari straniere. Dal 2011 ad oggi l’Italia ha perso il 25% della propria produzione industriale, e questo vuol dire imprese che sono saltate per aria, lasciandosi dietro una disoccupazione record ed un sistema bancario sull’orlo del collasso a causa dell’inesigibilità dei crediti oramai marci. Eccellente risultato, non c’è che dire, per una classe di persone che con i numeri dovrebbero saper lavorare. Ma certamente, la colpa del fallimento altrui è sempre della scarsa “competitività”, e balle simili.

Parliamoci chiaro: l’imprenditoria è necessaria, e tutti i tentativi di eliminarla per qualche ubbia ideologica di stampo marxista-leninista si sono risolti in clamorosi disastri. Ma se l’imprenditore pensa che “competitività” sia ridurre il costo del lavoro attraverso la flessibilità, la delocalizzazione, l’importazione di manodopera allogena, non è nemmeno più un imprenditore, ma un parassita che grava sulla società tutta. Una forza che voglia trascinare l’Italia fuori dalle pastoie europee deve in questo senso essere estremamente chiara: o gli imprenditori rinunceranno alla flessibilità come strumento di competizione internazionale o saranno trattati come nemici della Patria. Ovviamente, non si chiede di fare solo dei sacrifici, secondo una retorica anti-padronale di vago sapore sessantottardo. Sarà lo Stato il nuovo motore dello Sviluppo nazionale a sostegno in particolare delle pmi, sotto almeno tre diversi punti di vista:

  1. Politiche fiscali anticicliche a sostegno della domanda aggregata in regime di repressione finanziaria strutturale e permanente;
  2. Credito produttivo a basso interesse e lungo termine erogato dalle banche pubbliche in particolare per progetti di sviluppo tecnologico;
  3. Commesse delle grandi imprese che andranno nazionalizzate e trasformate in volani di crescita e di pieno utilizzo delle risorse domestiche.

Questi sono i termini della questione: un nuovo patto sociale oppure una stagnazione perenne che alla fine vedrà come unici vincitori pochi grandissimi gruppi industriali in posizione di sostanziale oligopolio. La scelta, per gli imprenditori (e per Confindustria), non potrebbe essere più facile.

Matteo Rovatti

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