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putinMosca, 14 lug – Il Baltico è sul punto di incendiarsi? Stando alle agenzie degli ultimi mesi pare che le acque di quel mare siano caldissime. Cacciatorpediniere finlandesi che sganciano bombe di profondità per mettere in fuga sottomarini non ben identificati, violazioni dei reciproci spazi aerei tra paesi della Nato e Mosca, colossali esercitazioni nello specchio di mare vicino alle coste russe. Vere o meno che siano, notizie di questo tenore da tempo bersagliano l’opinione pubblica occidentale mettendola in guardia sui foschi venti di guerra che soffiano nella parte orientale del nostro continente. Il messaggio trasmesso pare indiscutibile: il Grande orso russo si è risvegliato dal suo torpore ventennale e si appronta a sferrare un attacco al nemico di sempre, l’Occidente democratico difensore delle libertà e dei diritti. Se un tempo il volto russo portava i baffoni alla Stalin oggi è rappresentato dal volto glaciale del suo presidente Valdimir Putin, che fisiognomicamente fatica a strappare simpatia e sorrisi! Ma tutto questo è vero?
Da un paio d’anni è in atto una propaganda che dipinge Putin e la sua la Russia come un nemico di ritorno. Sulla figura del capo di governo prevalgono prevalentemente letture critiche anche se ora disponiamo di un’eccezione, la bella biografia di Nelly Goreslavskaya Putin, storia di un leader (Pagine, pp.250, euro 18) comprendente in appendice il discorso tenuto lo scorso ottobre da Putin al Club Valdai in difesa del mondo multipolare. A sfuggirci quasi completamente invece è la conoscenza delle culture politiche che oggigiorno si confrontano in Russia.
A soccorrerci arriva un ponderoso libro di un giovane studioso, Paolo Borgognone: Capire la Russia. Correnti politiche e dinamiche sociali nella Russia e nell’Ucraina post sovietiche (Zambon editore, pp. 640, euro 25). Non si tratta di pagine disincantate. La penna dell’autore è appassionata eppure ci permette di scoprire quanto la Russia sia un continente enorme di cui appena balbettiamo qualche sillaba ignari come siamo delle sue tradizioni politiche. Come in un dettagliato portolano Borgognone ha il merito di guidarci tra le intricate visioni del mondo che popolano il corpo della Terza Roma. Accanto alla destra atlantista e neoliberale, secondo lo studioso astigiano, si troverebbe un centro conservatore e preservazionista in cui confluiscono non solo i nazional-populisti di Vladimir Zhirinovskij ma anche il partito Russia Unita e il presidente Putin.
Oltre a essi si collocherebbe uno schieramento che raccoglie tutti coloro che in qualche maniera si pongono al di là della classica distinzione tra destra e sinistra, peraltro tutta occidentale e poco russa. Tra essi figurano i nazional-comunisti di Gennadij Zjuganov e il matematico Igor Safarevic, già amico di Aleksandr Solzenicyn e critico fin dal 1991 di Eltsin e della svolta democratico liberale della Russia postsovietica. Tra i battitori imprevedibili della galassia politica russa figura invece lo scrittore Eduard Limonov, le cui posizioni anarcoidi e indefinibili però sono cambiate non poco nel corso degli ultimi tempi: dagli afflati filooccidentali di qualche tempo addietro è passato al riconoscimento della maturità politica del presidente Putin. Ma tra le varie correnti politiche russe a primeggiare è un’altra. Si tratta dell’eurasiatismo il cui teorico più noto, Aleksander Dugin, è spesso bistrattato dalla stampa nostrana.
Dipinto a un tempo come campione delle destra radicale per le sue traduzioni in russo di Evola e Guénon e come consulente di punta del presidente Putin, Dugin è molto di più di questo. Per prima cosa, come ha avuto modo di sottolineare egli stesso in alcune interviste apparse sul settimanale tedesco Spiegel, le distanze tra lui e l’attuale presidente russo crescono da anni. Eppoi lo sforzo intellettuale di Dugin non consiste nella stantia riproposizione di ideologie passate quanto nel disegnare una filosofia del mondo multipolare all’altezza del XXI secolo.
E proprio qui che avviene la rottura tra Putin e Dugin. Infatti mentre Putin cerca di difendere la sovranità nazionale russa senza recidere definitivamente i rapporti con la Ue e gli organismi finanziari sovranazionali, Dugin accusa il gruppo dirigente contiguo a Putin di aver frainteso i mutamenti post-Guerra Fredda e di arroccarsi in difesa della sovranità nazionale invece di promuovere la nascita di un blocco continentale eurasiatico, il solo capace di promuovere e garantire la nascita e il consolidamento di un mondo multipolare.
Simone Paliaga



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