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Schermata 2015-06-22 alle 10.25.26Roma, 22 giu – In questi giorni ricorre un curioso anniversario.  Il 23-06-1937 veniva promulgata la legge che regolava il settore del microcredito rurale e artigianale. Una data importante. Prima, infatti,  le grandi banche d’affari concedevano credito e servizi soprattutto per le grandi imprese industriali. I piccoli, insomma, dovevano arrangiarsi. Certo, c’erano anche Banche Cooperative che avevano lo scopo di estendere i servizi bancari alle piccole e medie aziende. Quest’ultime erano, però, sparse a macchia di leopardo.



La Legge del giugno 1937 riordina e rinnova tutta la materia. In particolare è bene segnalare alcuni punti essenziali di questo provvedimento.

Intanto, veniva stabilito uno Statuto generale valido per tutte le banche di questo tipo, denominate Casse rurali ed Artigiane. Poi, era esteso a tutto il territorio nazionale la possibilità di accedere al credito specifico. Insomma, le piccole aziende rurali ed artigiane potevano godere di condizioni particolari e favorevoli.

Per comprendere la portata di questa normativa è sufficiente un raffronto statistico sulla moltiplicazione del numero di aziende medio-piccole su tutto il territorio Nazionale.

Dopo la caduta del Fascismo, per non gettare il bambino con l’acqua sporca, si scelse di denominare le Casse rurali e Artigiane come Banche di Credito Cooperativo o Banche popolari. Una scelta dettata da un mimetismo sintattico in nome della censura antifascista.

Tornando ai giorni nostri, per sottolineare l’importanza delle Banche popolari è bene soffermarsi su due libri.

Il primo è La cooperazione bancaria mondiale. Una realtà in espansione”, scritto dal segretario generale dell’Associazione nazionale banche popolari Giuseppe De Lucia Lumeno. Il secondo è “Il colpo di stato di banche e governi”, scritto dal sociologo Luciano Gallino.

De Lucia Lumeno sottolinea che: “L’universo del credito cooperativo a livello internazionale presenta 200mila intermediari, 430 milioni di soci – ben il 16 per cento della popolazione attiva del pianeta – e 730 milioni di clienti in 110 paesi. La raccolta di capitali raggiunge i 9mila miliardi di euro, mentre l’erogazione di risorse è pari a 7mila miliardi di euro, il 10 per cento del Prodotto interno mondiale. La ragione di tali performance, rileva l’autore, risiede nella preservazione legislativa del regime giuridico e nel frazionamento azionario delle banche popolari favorito dal voto capitario”.

Gallino, dal canto suo, risponde a coloro che sostengono che una banca di piccole dimensione non ha alcuna possibilità di reggere nel mercato globale. Il sociologo torinese afferma che: “Le banche, quanto più sono grandi, tanto più si orientano verso attività speculative. E ciò fanno dietro sollecitazione dei soci, che pretendono elevati rendimenti al capitale che hanno investito in esse. Tanto, se le cose poi vanno male intervengono, come si è visto, i finanziamenti pubblici. Infatti, non è da dimenticare che proprio le grandi dimensioni delle banche sono diventate un’arma di ricatto verso i governi. La politica  per evitarne il fallimento, ha erogato loro enormi masse di denaro, determinando il vertiginoso aumento del debito pubblico”.

Un fil rouge collega i due libri: ogni istituto di credito per agire in maniera efficace ed efficiente deve avere un legame profondo nel territorio in cui opera e un target di riferimento.

Certo non tutti approvano queste idee. Anzi, le idee che circolano su quest’argomento vanno in un’altra direzione. Qualcuno, infatti, pensa che il c.d. “Capitalismo di relazione” sia il vero male del nostro Paese. Le banche per essere credibili devono aggregarsi ed agire nell’iperuranio della finanza globale. Questa è la fola.

Su questo sito si è già affrontato l’argomento.  Nell’articolo “Dalla Bce quasi 100 miliardi alle banche, ma i prestiti continuano a calare” si snocciolano i dati della Cgia di Mestre: “In buona sostanza, nonostante le iniezioni di liquidità messe sul mercato dalla Bce i soldi arrivano alle famiglie con il contagocce, mentre il rubinetto del credito alle imprese continua a rimanere chiuso”.

Le vie finora percorse non hanno dato ossigeno a famiglie ed imprese. Il “bazooka” di Draghi si è inceppato. Finora, il paziente è peggiorato nonostante le iniziazioni di liquidità. Anzi, a dire il vero, il malato sembra preferire la canna del gas al fido bancario.

C’è la possibilità di un’alternativa? Certo. Costruendo una sovranità monetaria dal basso. Banche di scopo, dunque, al posto di banche d’affari.

Salvatore Recupero



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