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Catch 22: stereotipi e antieroi nella serie di Clooney sull’Italia in guerra

by Alice Battaglia
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Roma, 4 ago – “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo, e quindi non può essere esentato dalle missioni di volo”: questo è il Catch 22, tradotto in italiano “Comma 22”, che spiega il titolo della recente serie uscita per la piattaforma Hulu. Distribuita in Italia da Sky Atlantic, la serie è prodotta da George Clooney, che vi appare anche in vesti decisamente differenti da quelle che siamo abituati a vedergli indossare. Si tratta della versione su pellicola, uscita lo scorso 21 maggio e composta di sei episodi di circa un’ora l’uno, del romanzo scritto da Joseph Heller nel 1961, che ha coniato una vera e propria espressione per identificare situazioni paradossali da cui una persona non può uscire a causa delle regole stesse (la si definisce appunto “catch”, che si può tradurre anche come “tranello”).

Senza voler anticipare troppo a eventuali futuri spettatori, possiamo riassumerla così per sommi capi: il giovane pilota dell’aereonautica militare statunitense John “Yo Yo” Yossarian, interpretato da Christopher Abbott, si ritrova di stanza in Italia sul finire della seconda guerra mondiale. Nonostante la fine del conflitto sia ormai dietro l’angolo, il protagonista viene coinvolto in missioni ad altissimo rischio che cerca di evitare in tutti i modi, dapprima tentando di passare per pazzo per essere riformato (incappando così nel “comma 22”), poi percorrendo altre strade, che finiscono anche per mettere a rischio i suoi commilitoni. “Il nemico”, decide Yossarian, “è chiunque ti stia aiutando a farti ammazzare, indipendentemente da quale parte stia”.

I personaggi

Attorno al pilota ribelle si muovono vari personaggi: da chi cerca di sfruttare al meglio la brutta situazione come Milo Minderbinder, che utilizza la base per gestire un’attività di import-export destinata a sfuggirgli presto di mano, al maggiore de Coverley (interpretato da uno Hugh Laurie in ottima forma), che passa il tempo lanciando ferri di cavallo e mangiando costolette di agnello. E poi ancora il colonnello Cathcart, sempre pronto a innalzare il limite delle missioni necessarie al congedo per i militari, un po’ per propria vanagloria un po’ per il timore di ripercussioni, e il generale Scheisskopf (un inedito Clooney baffuto), la cui maggiore preoccupazione è misurare la distanza del braccio dalla coscia nella marcia dei soldati in parata.

C’è qualcosa che stona

La trama e le sottotrame si sviluppano egregiamente, per una serie di soli sei episodi. Black humor, commedia e profondità si intrecciano bene, talvolta senza lesinare tocchi “gore” e bucando la commedia con momenti di grande drammaticità. Il ritmo dell’opera, pur non essendo serrato, è comunque godibile, e la recitazione è decisamente ad alti livelli. Anche la fotografia è nitida e apprezzabile. Eppure c’è qualcosa che non coinvolge, in Catch 22. Forse è quel retrogusto che lasciano molte rappresentazioni dell’Italia del tempo, un po’ tutte uguali anche a decenni di distanza dai fatti: da una parte gli “sciuscià”, le prostitute e l’immancabile “protettore” filosofo di queste ultime, impersonato da un Giancarlo Giannini che dà ciò che può a un personaggio troppo stereotipato, dall’altra la bella vita agreste e le grandi famiglie, sempre identiche a se stesse.

O forse è proprio il protagonista a non accendere l’animo degli spettatori: se da una parte è impossibile non riconoscere la frustrazione e il paradosso di cui “Yo Yo” è prigioniero, dall’altra è ancora più difficile provare empatia per un uomo che mette sistematicamente a rischio i suoi compagni per il proprio egoismo. E se è vero che si assiste a una crescita morale del personaggio, è anche indubbio che questa crescita resta sempre in potenza, senza mai valicare il confine di una reale “redenzione”: allo stesso modo, “Catch 22” sfiora la categoria dell’eccellenza, senza mai davvero approdarvi.

Alice Battaglia

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