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“C’è ancora domani” è un film che parla di donne: attenti a non sottovalutarlo

by Sergio Filacchioni
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"C'è ancora domani"

Roma, 16 nov – Uscito nelle sale italiane lo scorso 26 ottobre, “C’è ancora domani” (esordio alla regia dell’attrice romana Paola Cortellesi) è stato un successo clamoroso – almeno per gli standard italiani: è il film più visto in Italia dall’inizio della pandemia ed ha incassato circa 14 milioni di euro al box office. La critica lo ha incensato – forse anche più del dovuto – ma non senza ragione.

“C’è ancora domani” per il cinema italiano

Il film si presenta come un immenso tributo al cinema neorealista: guardandolo non si può non pensare ai classici come “Ladri di biciclette” di De Sica, “Roma città aperta” di Rossellini o ai “Soliti ignoti” di Monicelli. Ma anche il più recente “Belfast“, di Kenneth Branagh, per la carica politica e sociale che mette in schermo. La scelta del bianco e nero per raccontare la quotidianità di una famiglia romana dell’immediato dopoguerra, le ambientazioni scelte accuratamente tra i palazzi popolari, i personaggi che caratterizzano un palcoscenico fatto di casalinghe, meccanici, ortolani ed invalidi di guerra. Ci sono tutti gli elementi di un grande affresco d’epoca che probabilmente meriterebbe dei premi da oltre oceano, ma che sicuramente ha meritato il plauso del pubblico italiano – forse troppo disabituato ormai ad un cinema narrativo, che sappia raccontare l’Italia attraverso i suoi personaggi sconosciuti. “C’è ancora domani” è sostanzialmente la storia di una donna – Delia – che all’indomani della fine della guerra cerca di “tirare avanti la baracca”. Delia potrebbe essere vostra nonna: forse l’avete vista nelle foto dell’album di famiglia o sulle mensole polverose della casa di paese. Il grande pregio del film è quello di saper mettere in scena una situazione così familiare da risultare quasi probabilmente vera, e lo fa con la naturalezza del tran tran quotidiano di una romanità fatta di scazzi e rumori, litigi e carezze. Il film è stato presentato da subito come un manifesto femminista, il che ha certamente contribuito alla sua diffusione, e probabilmente è in gran parte vero: si tratta però di un femminismo sano, che più che parlarci di diritti ci racconta del dovere di una donna.

La violenza borghese

Delia infatti cerca di raccimolare qualche lira in più facendo su e giù nella Roma occupata, con lavori di sartoria o assistendo anziani allettati dall’età. Cerca di farlo convivendo con un marito violento – Valerio Mastrandrea -, un suocero dispotico e rancoroso, dei figli esagitati e una figlia promessa sposa. Ci racconta quindi di una donna vittima di una quotidiana violenza domestica, che lei stessa accetta stoicamente come una malsana abitudine. La regista ci dimostra però che può esistere un femminismo dignitoso, silenzioso, privo di isterismi e di cause inutili degradanti per la donna. Ci racconta le catene imposte da una società bigotta e democristiana – che “defascistizzata” a suon di bombe – risulta estremamente, tragicamente e direi grottescamente borghese: una società di apparenze e ripicche, di avidità ed arrivismo, di possesso e gelosia. È una società logorante che nasconde la polvere sotto il tappeto, che ha perso una guerra ma si sente liberata. Per altro, nel film va sottolineato come non venga dato spazio a nessuna “moraletta” liberatrice: la guerra viene trattata come una sconfitta a tutti gli effetti. Una sconfitta che ha fatto emergere le meschinerie di un popolino tutto preso dal tirare a campare, tra mercato nero, delazione e strozzinaggio. I ruoli e i vizi che la Cortellesi mette in scena più che quelli del “patriarcato” e del “maschilismo fascista” sono quelli del mondo borghesuccio che per certi versi ha sempre avversato il Fascismo nelle sue istanze più rivoluzionarie e radicali: dal Manifesto di Sansepolcro che chiedeva “voto ed eleggibilità per le donne“, alla legge del 22 novembre 1925 che stabilì in effetti il voto femminile nelle elezioni amministrative, per arrivare al progetto mussoliniano che voleva che le donne fossero rappresentate alla Camera dei fasci e delle corporazioni passando per tutte le istituzioni sociali a favore della maternità e dell’infanzia, fu sempre quel mondo ad opporre le maggiori resistenze al superamento dei vecchi schemi sociali e culturali.

Libertà è partecipazione

Quindi, la critica aperta del film è proprio a quella società mercantile e bottegaia del possesso e dell’avidità che rende le persone oggetti, donne come gli uomini. Un esempio, per spiegare la trasversalità di questa repressione, è la sorte che tocca al vecchio nonno – un ignobile strozzino e tombarolo – che viene tenuto in casa come un animale da zoo, più un impaccio che un membro della famiglia: un destino che spesso si ritrova anche oggi, nella società che dimentica gli anziani e lì tratta come un costo eccessivo. Gli anziani come i bambini, in effetti. E fa specie che i cavalli di battaglia dell’odierno femminismo non siano più voto e partecipazione, ma abiura di sé in nome di un progresso che non è mai arrivato. In ogni caso, le donne della Cortellesi non si auto-negano, ma cercano piuttosto di sottrarsi alle cure soffocanti del familismo retrogrado, ed inserirsi in una dimensione intrinsecamente politica e pubblica. Simbolica del resto la scelta compiuta da Delia – alla fine della pellicola – di non fuggire inseguendo l’amore in un apoteosi di narcisismo, ma di rimanere per votare quel fatidico 3 giugno del 1946 quando per la prima volta tutta la popolazione maggiorenne venne chiamata alle urne. Oltre la “favoletta” democratica – il ventennio reazionario 1945-1965 provvederà a far si che nulla cambi – è comunque simbolica la scena finale in cui quattro donne di estrazioni sociali differenti – davanti alle urne – vengono invitate a togliersi il rossetto che potrebbe invalidare la scheda al momento di sigillarla con la bocca. Tornano alla mente – solo a noi chiaramente – le parole che nel 1930 il segretario del Pnf Augusto Turati rivolse alle giovani italiane invitandole a non essere “né falsamente severe né stupidamente frivole” e concludendo con un perentorio e fascistissimo: “Nego che la modestia o la virtù possano consistere nel tenere bassi gli occhi”. “C’è ancora domani” può essere letto anche così quindi, nonostante i più tentino di farne un manifesto anti-maschile ed antifascista: noi, che abbiamo una sensibilità diversa, possiamo accostarci alla sua visione senza paura di sentirsi menomati o sviliti, o peggio sfigurati nelle nostre identità fondamentali.

Sergio Filacchioni

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