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Roma, 30 giu – La Commissione Affari esteri del Senato, presieduta da Pier Ferdinando Casini, ha approvato con ampia maggioranza il mandato per il via libera alla ratifica del Ceta, ovvero l’Accordo economico e commerciale globale tra Canada e Unione Europea. Approvazione che ha visto favorevoli Pd, centristi (AP-CpE-Ncd) e Forza Italia. Il disegno di legge era già stato approvato il 30 Ottobre scorso dal Parlamento europeo ma fino ad oggi era rimasto sostanzialmente congelato.

Ma cosa prevede nel dettaglio il Ceta? Lo scopo dell’accordo è la pressoché totale liberalizzazione di merci e di servizi relativi alle telecomunicazioni, alla sanità, alla finanza, con allargamento delle maglie per quanto riguarda i controlli alimentari e l’abbattimento di regole considerate vetuste su proprietà intellettuale e persino sui diritti dei lavoratori. Lo spiegavamo su questo giornale già in un articolo specifico pubblicato lo scorso febbraio.

L’accordo prevede poi un arbitrato internazionale attraverso il quale un’impresa (praticamente quasi sempre una multinazionale) potrà fare ricorso. In pratica un’azienda privata potrà impugnare una decisione di uno Stato anche quando adottata “nel diritto di legiferare nel settore delle politiche pubbliche”, nel caso l’azienda in questione ritenga che la decisione dello Stato discrimini il suo business. Si prevede poi una “commissione composta da esperti provenienti solitamente dal mondo della consulenza privata o da atenei anch’essi privati. Uno Stato, membro Ue, potrà trovarsi così a disputare (e perdere) dei procedimenti dinnanzi a tribunali privati su questioni quali i servizi pubblici, gli standard ambientali, le norme sulla sicurezza nel posto di lavoro, la qualità del prodotto agroalimentare, la disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

E’ soprattutto però nel settore agroalimentare che lo Stato, con la ratifica alle porte del Ceta, rinuncia di fatto alla propria sovranità. Come ben spiegato dal presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, i “produttori canadesi potranno utilizzare il termine Parmesan, ma anche produrre e vendere Gorgonzola, Asiago e Fontina, mantenendo una situazione di ambiguità che rende difficile ai consumatori distinguere il prodotto originale ottenuto nel rispetto di un preciso disciplinare di produzione dall’imitazione di bassa qualità. Ma soprattutto si crea una concorrenza sleale nei confronti del vero Made in Italy in cui perde l’agricoltura italiana che ha fondato sulla distintività e sulla qualità la propria capacità di competere”.

Un vero e proprio smacco alle eccellenze italiane. Basti pensare che il trattato riconosce (e quindi tutela) solo una minima parte dei prodotti tipici italiani. Ad esempio, per quanto riguarda l’Emilia Romagna, soltanto 12 dei 44 prodotti tipici regionali vengono salvaguardati. E gli altri 32? Potranno essere imitati, riprodotti, messi in commercio da chiunque vorrà ricavarci un business proprio. Il tutto a danno quindi dei produttori italiani.

Eugenio Palazzini

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