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Cisgiordania e Yemen: così il conflitto in Medio Oriente ha allargato le maglie

by Alberto Celletti
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Medio Oriente caos

Roma, 15 gen – Da Gaza, lager “di ferro” dei raid israeliani, passando per i disordini in Cisgiordania all’eplosiione in Yemen con la guerra tra Nato e Houthi. In poco più di tre mesi, i canoni del conflitto in Medio Oriente si sono incrancreniti, radicalizzati, estesi. Con azioni militari occidentali che non sempre si stanno rivelando proficue.

Da Gaza alla Cisgiordania

Se a Gaza si piange (con l’esercito di Tel Aviv che adesso insiste nell’area a Sud, secondo gli ultimi aggiornamenti), in Cisgiordania non si ride. Dall’inizio della guerra, la regione è sempre più sconvolta da disordini, scontri tra i locali e le forze di polizia israeliane, tensioni crescenti che misurano il quadro di un’area che potrebbe esplodere da un momento all’altro e che in ogni caso oggi vive nei canoni della più assoluta insicurezza. L’ultima prova della situazione precaria si è avuta ieri quando, come riportato su Tgcom24,  è la stessa Al Jazeera  ad affermare che le forze israeliane abbiano occupato il campus dell’Università nazionale An-Najah a Nablus, in Cisgiordania, arrestando almeno 25 studenti che stavano organizzando una protesta. Il rettore dell’ateneo ha affermato che tutte le comunicazioni sono state interrotte dentro e intorno al campus, senza contare l’avviso agli studenti studenti presenti ricevuto dalle forze israeliane che li intimava ad  “arrendersi subito”.

Gli Houthi e l’Iran

Tutti avevano paura di un coinvolgimento dell’Iran nel conflitto, ma la verità è che a Teheran non interessa intervenire per estendere una guerra in modo “diretto”, visti i suoi interessi nell’area. Nei mesi scorsi non si è andato oltre “l’avvertimento” a Washington per quanto sta accadendo a Gaza ma nell’ottica di una cautela evidente, espressa dal presidente Ebrahim Raisi m anche dal ministro degli Esteri Hossein Amirabdollahian in più di un’occasione. Critiche sì, azioni, poche. Se non indirette. Come quella del sostegno agli Houthi in Yemen, appunto. Il gruppo di miliziani sciita prosegue nella sua opera di attacco alle navi legate a Israele nel Mar Rosso, e la “reazione” occidentale con i raid nell’area ne è stata la prima e più importante conseguenza. Non valutata necessariamente dagli esperti come quella più valida, anzi.  La rivista Foreign Affairs, rilanciata da Money.it,  ritiene anzi sia “difficile immaginare come gli attacchi aerei possano scoraggiare gli attacchi da parte degli Houthi dato che i sauditi non ci sono riusciti in quasi un decennio. Gli attacchi aerei contro obiettivi Houthi potrebbero erodere marginalmente la capacità degli Houthi di lanciare missili e droni”. L’unico effetto, insomma, sarebbe quello di rafforzare i ribelli in patria, stante già il controllo che essi detengono della maggior parte del territorio, capitale Sana’a inclusa.

Tutto il Medio Oriente nel caos?

Non ancora, ma il passo semnbra spedito. Insomma, un veloce riepilogo mostra un’intera area geografica che in poco più di tre mesi si ritrova coinvolta in guerre di sterminio, caos intraregionale e guerre missilistiche (rigorosamente nell’ordine di: Striscia di Gaza, Cisgiordania e Yemen). Non un bel quadro, considerato anche il poco lasso di tempo passato dal 7 ottobre 2023, ovvero da quando Hamas ha lanciato il suo primo attacco contro Tel Aviv. Quante potenzialità di ulteriori espansioni abbiano gli scontri non è dato ovviamente saperlo. Il principio alla base resta sempre lo stesso: nessuna delle grandi potenze, prima che si verifichi uno scontro globale, è interessata a realizzarlo. Ma se si accende una miccia, niente impedisce  un effetto a catena. Effetto che, sebbene ancora localizzato, in Medio Oriente è ben presente.

Alberto Celletti

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