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militari sovranità nazionaleAtene, 6 lug – Come forse ricorderete, chi scrive è da sempre piuttosto critico nei confronti del pettinatissimo premier radical-chic greco. Tuttavia, questa notte, leggendo della vittoria compatta del “no” al referendum in Grecia, non ha potuto trattenere un moto di soddisfazione, nonché un blandissimo anelito di speranza. Ora il Grillo dell’Ellade ha gioco di dimostrare di che pasta è fatto, esattamente come Alba Dorata, che rimane in realtà l’unica opposizione reale.
Quello su cui però è necessario soffermarsi, è un discorso più ampio della Grecia, e che investe anche l’Italia. È noto come tutti i movimenti cosiddetti “antagonisti” sorti dopo il crollo del muro di Berlino – i pacifisti eredi del “pacifismo a senso unico” nell’epoca del confronto fra i blocchi, i no-global altermondisti e gli indignados di Puerta del Sol/ occupy Wall Street – siano naufragati pateticamente nell’ineffettualità.
Questo perché, in realtà, nessuno di questi movimenti (ed altri ancora) aveva la più pallida idea di chi fosse il nemico, di cosa bisognasse combattere, di cosa puntellava e cosa viceversa avrebbe potuto far traballare il sistema. E questo lo si capiva benissimo dal fatto che nessuno di questi movimenti aveva uno straccio di programma che si mostrasse alternativo al mondialismo, in questo dimostrando di non sapere bene nemmeno cosa fosse. Anzi, di solito rivendicandone apertamente l’essenza sradicante, salvo magari correggerla con una qualche rivendicazione “de sinistra” giusto per non far capire che, in sostanza, agivano dalla stessa parte degli arcigni neocon americani.
Se il nemico non è un sistema di potere chiaramente identificato, nell’interesse di una classe dominante ben determinata, ma è la guerra (pacifisti), oppure la globalizzazione economica (no-global), o ancora la banca (indignados/ occupy), genericamente e semplicisticamente intesi, si viaggia su un binario morto andando verso una sicura sconfitta. Così è, almeno per ora, anche per Syriza, emblema della sinistra perbenista ed eurista, che anziché individuare da subito l’Euro come il nemico anche di classe da abbattere, tenta in tutti i modi di salvarne la costituzione con un pochino di austerità in meno e qualche proclama antitedesco alla bisogna.
Di cosa ha bisogno un vero movimento antagonista che possa affermarsi in Italia? Di un programma serio ed immediatamente applicabile, la cui teorizzazione è in realtà molto più semplice di quanto si pensi, dato che basta porsi una semplice domanda: “cosa è che il potere, i media, i partititi di governo vedrebbero come fumo negli occhi, come una bestemmia in chiesa, come un’eresia”?
Senza alcuna pretesa di esaustività, proviamo qui ad abbozzare un “programma” di massima che non si vuole ovviamente adottato da questo o quel movimento, ma che potrebbe risultare esplicativo per il lettore, allo scopo di far capire in modo immediato qual è la posta in gioco attualmente:
1) Bisogna recuperare la sovranità monetaria, che consiste nella facoltà di monetizzare il deficit pubblico e svalutare il cambio nominale. Questo allo scopo precipuo di porre in essere un vasto e coraggioso programma di investimenti pubblici in disavanzo atto ad incrementare l’occupazione, il risparmio diffuso e la produttività del lavoro, lasciando quindi scaricare le eventuali tensioni inflazionistiche derivate sul cambio.
2) Bisogna riscoprire il senso di un sano protezionismo, che non vuol dire altro che il coraggio di ripensare ad un’economia nazionale aperta ad una rete di accordi bilaterali ma chiusa agli “accordi globali” gestiti ovviamente da oscene tecnocrazie. Al lato pratico, questo comporta bloccare gli investimenti diretti esteri, vincolare severamente l’esportazione di capitali e, se necessario, reintrodurre dazi verso quelle economie asiatiche che sfruttano uno sleale dumping salariale, valutario e fiscale per ottenere surplus commerciali.
3) Bisogna che le partecipazioni pubbliche, gloria e vanto del nostro modello di sviluppo nazionale ed europeo, tornino ad avere l’importanza strategica che meritano. Ergo, nazionalizzare immediatamente le banche maggiori, le grandi imprese strategiche, le infrastrutture di base, le risorse naturali e le assicurazioni.
4) Bisogna difendere ad oltranza lo ius sanguinis, in un più vasto ed organico contesto di preferenza nazionale soprattutto nelle assunzioni e di lotta all’importazione di manodopera allogena, che deve ovviamente colpire quanti in Italia campano su questo business.
5) Bisogna imporre la partecipazione dei prestatori d’opera alla gestione tecnica delle imprese ed ai guadagni di produttività, e non solo per questioni etiche. Infatti, l’unica crescita sana (ovvero in cui non si assista ad una qualche forma di esplosione del debito) è quella in cui a crescere sono i salari e quindi i consumi sani e finanziariamente solvibili.
6) Bisogna combattere il potere del grande capitale di manipolare l’opinione pubblica, e non solo smantellando e parcellizzando la proprietà delle grandi società d’informazione e d’intrattenimento, ma anche riconsiderando il potere immenso degli inserzionisti, per esempio attraverso un trattamento fiscale “aggressivo” della pubblicità.
7) Bisogna ricostruire uno Stato amministrativo efficiente, e quindi rendersi conto che l’esperimento regionalista è fallito e va rimosso al più presto, promuovendo viceversa le mille identità locali e provinciali attraverso un sano decentramento amministrativo (ma non legislativo).
8) Bisogna infine (ed in realtà all’inizio) uscire dall’Ue e dalla Nato e dotarsi contestualmente di un deterrente nucleare autonomo sul modello francese. Questo è indispensabile per poter perseguire una politica estera di ampio respiro volta in particolare alla Russia, al Mediterraneo ed all’Africa Nera in cui dobbiamo tornare necessariamente a svolgere un ruolo di primo piano. Certamente, la destabilizzazione che seguirà potrebbe esporre il Paese a ritorsioni interne ed esterne da parte britannica, e per questo si rivelerà probabilmente necessaria un’opera di attenta selezione dei vertici militari e giudiziari. Nel lungo periodo, una nuova Europa potrebbe sorgere dalle ceneri di quella vecchia, e sulla base della riscoperta dei valori di Vestfalia, non di strani feticci monetari o economicistici.
Matteo Rovatti



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