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Comunali a Varese: il suicidio del centrodestra moderato

by La Redazione
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GalimbertiVarese, 22 giu – Nonostante i proclami di fiducia del centrodestra cittadino (in realtà un po’ troppo spesso ripetuti, quindi più come gesto apotropaico che come ostentazione di sicurezza), alla fine a Varese è accaduto l’inaspettato: il nuovo sindaco è il piddino Davide Galimberti che, al secondo turno, si è imposto (51,84% dei voti) sul principale candidato avversario Paolo Orrigoni (48,16%), quest’ultimo sostenuto da una coalizione che comprendeva, tra gli altri, la Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d’Italia-Varese Cresce.

Un fatto senz’altro notevole, considerato che la sinistra (con varie sfumature di rosso) non riusciva ad esprimere la massima carica cittadina dal 1951, anno in cui il socialista Luigi Cova concluse il proprio mandato e consegnò la città alla Democrazia Cristiana (la quale, in solitaria o con il pentapartito, governerà per ben quarant’anni), prima che nel 1993 arrivasse la Lega Nord a conquistare e mantenere per ben 23 anni la città capoluogo della provincia in cui il movimento ha visto i propri natali.

Il voto varesino offre, sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista sociale, diversi spunti di analisi. Da un punto di vista politico, emerge innanzitutto con chiarezza la difficoltà per gli schemi di centro-destra, ormai collaudati (cambiano le sigle, non i protagonisti) da circa vent’anni di politica locale e nazionale, di avanzare proposte politiche attingendo dal proprio bagaglio culturale, o, come sarebbe più opportuno dire alla luce dei fatti, quello che tale dovrebbe essere. Un’incapacità di affermare un modello politico e sociale di cui vi sarebbe bisogno, specialmente in quest’epoca di accelerata improvvisa del progressismo colorato. Anziché soffermarsi su questo, decisivo, punto, il centro-destra si presenta anche a livello locale come un’accozzaglia di personaggi troppo spesso rozzi nel pensiero e superficiali nell’azione (fatta eccezione, ovviamente, per personaggi isolati), che finisce per sminuirne la stessa essenza politica. Un centro-destra che si presenta, di fronte a certi temi per cui è richiesta fermezza e lungimiranza (su tutti, quello della sicurezza e dell’economia locale), forza di governo e al contempo organizzazione di piazza contro le pecche della sua stessa amministrazione, quasi come per voler esorcizzare e allontanare da sé le proprie responsabilità. Quella stessa de-responsabilizzazione che induce al richiamo disperato al voto degli elettori – al cui disinnamoramento lo stesso centro-destra ha contribuito – quando lo spettro della sconfitta si approssima a prendere forma.

Nelle pieghe di questa maldestra politica si insinua il centro-sinistra, che promette di mettere mano alla burocrazia e di annullare le distanze tra palazzo e cittadino. Probabilmente l’amministrazione di sinistra saprà far bene, e tanto più lo saprà fare quanta più sarà stata la polvere nascosta sotto il tappeto del centro-destra. Fin qui tutto bene, se non fosse che questo Pd cittadino è diretta espressione di quello nazionale, così accattivante, così snob, delle cui conseguenze e contraddizioni delle relative politiche apertamente progressiste sono però sotto gli occhi di tutti. Del resto, lo stesso Galimberti (la cui candidatura è stata avallata da Renzi) dichiara di ispirarsi al neo-sindaco milanese Sala che a sua volta si ispira a Pisapia, e qui il cerchio si chiude; in tal senso, potrebbe essere una coincidenza, oppure no, che l’avvento della nuova sinistra varesina sia nato sotto l’arcobaleno del primo gay-pride cittadino. Si aggiunga infine quella sempreverde retorica antifascista che – ve ne sono le ragioni per presumerlo – verrà giocata come jolly dinanzi alle critiche avversarie alle più controverse azioni di governo, specialmente se provenienti da movimenti non battezzati contro il “peccato originale”; d’altronde, la professata fede partigiana del neo-sindaco trentanovenne varesino dovrebbe pienamente deporre in tal senso.

Nel mezzo dell’agone politico cittadino si trova un centro rappresentato da un candidato sindaco espressione della “società civile”, Stefano Malerba, personaggio di spicco di una lista civica nel nome e assolutamente politica nei fatti, che raggruppa ex Dc ed esuli forzisti e ciellini alla ricerca di un posto al sole; posto al sole che quando è stato negato dal candidato di punta al primo turno, ossia Orrigoni, ha convinto la terza forza in campo ad ammiccare al candidato di centro-sinistra. Anche in questo caso potrebbe trattarsi soltanto una coincidenza, fatto sta che dopo questo endorsement le sorti elettorali hanno registrato il netto capovolgimento, con il centro-sinistra che è passato dal -7% del primo turno al +3% del secondo turno. Insomma una riproposizione in chiave cittadina di quel modo sfacciato – e, direi, anti-politico –  di fare “politica” sdoganato a livello nazionale dal Patto del Nazareno ed incarnato da Verdini, per venire in soccorso a maggioranze che altrimenti non esistono.

Dinanzi a tutte queste premesse, il centro-destra cittadino, ormai palesemente confuso – che già cinque anni or sono aveva vacillato pericolosamente, salvo poi rimediare il successo al ballottaggio con i classici inciuci che hanno poi minato la stabilità della maggioranza a supporto dell’ultimo mandato del sindaco leghista Fontana – ha messo in atto le solite pantomime elettorali, anziché dare un segnale di discontinuità con il passato. Nell’ordine: la protratta indecisione sul nome del candidato sindaco tra i due principali partiti, Lega e FI, incapaci di esprimere al loro interno (nonostante vent’anni di amministrazione) un valido pretendente; il pasticcio di avanzare, senza troppa convinzione, la candidatura di Malerba, salvo poi “trombarlo” in men che non si dica e ritrovarselo, con il dente avvelenato, come avversario (e, probabilmente, a conti fatti, decisivo nell’esito infausto delle elezioni); la doppia mossa “della disperazione”, rappresentata, da un lato, dalla candidatura di un noto imprenditore locale (Orrigoni, per l’appunto), quasi per il timore di “bruciare” un nome interno ai partiti e per recuperare altrove (nella “società civile”, si direbbe) la credibilità perduta, e, dall’altra, quella di inserire un nome altisonante nella lista elettorale come quello del Presidente della Regione Roberto Maroni, quasi come per voler chiamare a raccolta i vecchi e i nuovi leghisti intorno al vecchio leader, più come un atto di professione di fede che di condivisione critica del programma; infine, l’affiancamento nel corso della campagna elettorale del sindaco uscente al candidato sindaco, nel segno di un tutoraggio e di una garanzia di continuità politica che invece aveva bisogno di un segnale decisivo e coraggioso di discontinuità, come si è reso evidente col senno di poi (senza necessariamente rinnegare, ma neanche restaurare sotto diversa forma). Vi sarebbero abbastanza ragioni per celebrare il seppuku politico di tanti aspiranti stregoni di queste ultime elezioni, eppure vi è la sensazione che alcuni di loro li ritroveremo ancora a ricoprire un posto nei consigli comunali, nelle società municipalizzate e partecipate, in qualche dove. Quel che resta è che l’epoca del felice connubio dell’eterogeneo centro-destra varesino è (temporaneamente) finita, e v’è da sperare che da queste macerie possa risvegliarsi, anche tra le fila dell’opposizione intra ed extra consiliare, qualcuno che – diversamente dalle logiche dell’occupazione delle cadreghe e delle alleanze forzose all’insegna del punto percentuale per fare numero – abbia la buona volontà di adoperarsi non per preparare la prossima razzia, ma per arrestare l’avanzata della pelosa retorica dirittocivilista anche nella città bosina.

In questo contesto, non meno responsabile delle tante contraddizioni che hanno contrassegnato gli ultimi cinque anni di giunta tinta verde padano (su tutte, il progressivo scollamento tra il benessere e la sicurezza del centro e le “zone franche” di periferia, studiato di concerto tra l’amministrazione comunale e le autorità di pubblica sicurezza), deve farsi menzione anche del piccolo spirito borghese del varesino medio, facilmente percepibile passeggiando per le vie del centro (un amico una volta ha detto: “Soltanto una città così poteva partorire Mario Monti”), incline – a seconda delle stagioni della vita, degli agi e della politica – a spaziare dal culto per l’operosità, per il lavoro certosino, a quello per l’individualismo atomistico. In questo bacino umano ed elettorale, assolutamente interclassista (riaffermando così la verità di un vecchio adagio di un varesino d’adozione quale Niccolò Giani, ossia quello di “borghesia quale categoria dello spirito”), hanno attinto sia la vecchia maggioranza di centro-destra che quella nuova di centro-sinistra (infatti, a parte alcune eccezioni, sono i quartieri centrali, mediamente più benestanti, ad aver espresso preferenza per il PD, mentre – nonostante tutto – i quartieri popolari hanno ribadito la propria fiducia nel centro-destra); segno dei tempi, a dimostrazione di come la politica non possa più essere intesa solamente come scala di priorità nell’impiego delle finanze pubbliche, ma che necessita sempre più di una riproposizione, difficile quanto fondamentale anche per le sorti dell’intera nazione, di modelli civili ed economici fondati sulla comunità, sulla prossimità dell’uomo con l’ambiente circostante, attraverso il coraggio di affermare concetti “scomodi” e “fuori dal tempo” per alcuni quanto vitali per altri, che non hanno la scelta né i mezzi per sopportare la de-strutturazione e la competitività al ribasso delle periferie cittadine. In definitiva, l’esigenza di riaffermare anche a partire da Varese – che, va detto, storicamente non ha mai mostrato diffusamente nella popolazione una simpatia per certe visioni utopistiche, essendo invece saldamente ancorata ai rapporti di causa ed effetto nella realtà – una rivoluzione identitaria, sociale e sovranista, in altri termini una rivoluzione conservatrice.

Stefano Beccardi

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1 commento

Stefano 23 Giugno 2016 - 12:22

Il “Centro-Destra” continuerà ad essere sconfitto finché non si deciderà ad essere solo “Destra”. Che non solo rappresenta l’abbandono dell’ipocrisia di essere qualcosa a metà, ma anche il liberarsi di quell’accozzaglia di sedicenti “moderati” che per la maggior parte sono solo riciclati in cerca di poltrone e che l’elettore ormai non sopporta più (…e di qui la scelta grillina, magari sono peggio degli altri, ma danno l’impressione del nuovo che avanza). Non solo, ma ormai da una parte ci sono coalizioni con identità chiare, dall’altra un fumoso è sfumato “Centro-Destra” senza un leader e senza programmi chiari (come leggevo in un vostro articolo, molto spesso intercambiabili con quelli della sinistra).

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