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Roma, 9 lug – “Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio” Questo estratto del vangelo di Luca (presente in tutti i canonici, seppur in forma diversa) ci sembra rivelare una verità profonda e spesso poco compresa. Ci sembra quasi un monito sinistro, in quest’epoca di buonismo ideologico e di bontà obbligatoria, un monito contro tutti quelli (e sono legione) che fanno della bontà la loro maschera. Prendiamo la più sottovalutata forma di classismo esistente, ovvero la beneficenza, e noteremo che sostanzialmente tutti (ma proprio tutti) quelli che in un qualche modo ci dovrebbero stare sulle scatole, se non essere direttamente considerati degli avversari politici e dei nemici filosofici, la sostengono apertamente.

Anche l’ineffabile Unione Europea sembra proprio interessata al nostro benessere ed offre agevolazioni a non finire alle organizzazioni senza scopo di lucro che si occupano di questa bella attività da signore annoiate. Beneficenza per rafforzare il welfare. Molto strano, come è molto strano che l’Ue, antisociale per eccellenza, si preoccupi del welfare state, che da anni sta distruggendo a passi da gigante per la manfrina dell’austerità. Ma andiamo oltre, e cerchiamo di capirci qualcosa. Probabilmente i lettori non si immaginano quale sia l’ordinamento più favorevole del mondo alla filantropia. Ebbene, stupirà sapere che sono gli Stati Uniti d’America, che garantiscono un’esenzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche pari al 35% della somma versata in attività filantropiche. Il discorso forse inizia ad essere più chiaro. Di fatto i contorni classisti della vicenda iniziano a chiarirsi: almeno negli Stati Uniti la filantropia è di fatto una forma di elusione fiscale legalizzata con cui il Governo Federale viene privato di ingenti entrate che rimangono nella disponibilità di eccentrici ricconi, cantanti falliti come Bono Vox oppure attori strapagati da Holliwood, carrozzone che si regge sui sussidi federali praticamente dalla nascita.

beneficenza filantropiaMa esiste sicuramente una ragione più profonda dietro tutto questo, ed è ad un tempo politica e psicologica. Forse qualcuno ricorderà questo vecchio esperimento sociale sull’elemosina “a parti invertite”? Ricordate le reazioni talvolta esagerate dei passanti a quello che in fondo poteva essere visto come un innocuo scherzetto? La motivazione è semplice: dato che i passanti erano più o meno benestanti, contrariamente ai senzatetto, non erano costretti ad accettare un simile atto di umiliazione di cui percepivano istintivamente tutta la violenza implicita. Un disperato, un barbone, magari tossicodipendente è costretto ad accettare perché per lui non è in gioco la dignità personale, ma la sopravvivenza stessa. Per una persona “normale” la questione è molto diversa, perché la filantropia in qualunque forma è sempre un atto in cui chi ha di più umilia chi ha di meno rendendolo dipendente da se stesso. Iniziamo a capire dove psicologia e politica si intrecciano? Iniziamo a capire perché la nazione che si regge sul totem della “concorrenza”, del “self made man” concede incentivi alla beneficenza così generosi e poi non è nemmeno in grado di offrire ai suoi cittadini un servizio sanitario al livello di quello portoghese?

Pochi forse ricorderanno che George W Bush, il presidente guerrafondaio e forse il più viscido amico dei ricchi che si possa immaginare, incentrò una intera campagna elettorale (poi vinta) sulle esenzioni fiscali per gli enti di beneficienza, in particolare religiosi, il che è comprensibile stante lo zoccolo duro del suo elettorato essere composto da evangelici, indi dal ramo più marcio del puritanesimo anglosassone. Taglia le tasse ai ricchi ed al contempo si preoccupa che i poveri abbiano il pane quotidiano? No, si preoccupa che i poveri non abbiano un welfare decente e quindi rimangano dipendenti dalle sette cristiane che gli servono una scodella di minestra la sera ed ovviamente ne indirizzano il voto verso chi garantisce loro maggiori privilegi fiscali. È qui che politica e psicologia si uniscono: il potere favorisce la beneficenza in modo da sedare la richiesta di servizi pubblici finanziati da un sistema tributario progressivo. La beneficenza è il modo che il potere ha per combattere lo Stato sociale, quindi per evitare che il reddito nazionale venga redistribuito in favore delle fasce meno abbienti.

Qualcuno si ricorderà la meravigliosa scena in cui il Marchese del grillo lancia monete arroventate alla massa di straccioni che si accalcano sotto la sua finestra chiedendo l’elemosina? Ebbene, probabilmente non esiste una allegoria della beneficenza più azzeccata di questa: il ricco che umilia il povero costringendolo ad accettare i suoi spiccioli, che però nascondono una solenne fregatura. Giovanni Gentile parlò di umanesimo del lavoro, non di umanesimo dell’elemosina. Il potere può quindi sfruttare la naturale inclinazione al sadismo delle persone anche non particolarmente abbienti promuovendo con ogni mezzo l’elemosina per “chi ha bisogno”, e sono veramente in pochi a resistervi. Quando si fanno le futili maratone televisive di Telethon o compagnia cantante, le statistiche dimostrano che spesso anche persone che si trovano oggettivamente nel bisogno economico partecipano con quel poco che hanno. Perché si sentono investiti della superiorità morale che una qualche Angelina Jolie gli sbatte in faccia sui tabloid un giorno sì e l’altro pure per le sue opere umanitarie in Papuasia. Certo, lei spende molto di più, ma con quell’euro dedicato ai bimbi africani, o ai malati di cancro, o alle case dei terremotati anche la signora Gina può sentirsi un po’ un eroina che si prodiga per l’umanità.

Non le viene in mente alla signora Gina che se i terremotati non hanno ancora un tetto sulla testa è perché l’Ue impedisce allo Stato di spendere persino quei pochi danari necessari. Non le viene in mente che il popolo non ha bisogno di elemosine, ma di lavoro e quindi della dignità che esso garantisce. Non le viene in mente che se sempre i tiranni hanno lanciato monete dal balcone per il volgo non è mai stato per generosità, liberalità e munificenza, bensì per il piacere sadico di sputare in faccia al mendicante la propria superiorità, tanto morale quanto finanziaria.

Nessuno è buono, l’avevano già capito un paio di millenni fa. Ed ogni volta che partecipate a questo vergognoso giochino hollywoodiano della beneficenza, contribuite a disattivare lo Stato sociale ed a fare il gioco di chi vuole privarvi della vostra dignità come persone. Magari in cambio di un bel “reddito di cittadinanza”, ovvero la cara vecchia elemosina di Stato.

Matteo Rovatti

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