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Roma, 28 apr – Passata la retorica vuota e ripetitiva del 25 aprile, data divisiva per il nostro Paese fin dalla sua istituzione, occorre analizzare da una parte l’effettivo ruolo della Resistenza nelle fasi conclusive della Seconda guerra mondiale, dall’altra se il «ritorno» della democrazia e delle libertà (ma questo ritorno presuppone un prima che vedremo non esserci), con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1 gennaio 1948, ha davvero contribuito a rendere «libero» il sistema costituzionale vigente.

La nascita del Fascismo

In via preliminare occorre chiarire, prima di affrontare le questioni di cui sopra, le ragioni che portarono nell’ottobre del 1922 alla presa del potere da parte del fascismo in Italia (che si alimentò anche di alcuni motivi culturali di destra e di sinistra come il nazionalismo, il sindacalismo rivoluzionario, il futurismo). Con la fine della Prima guerra mondiale (1918) lo Stato liberale, sorto nel corso dell’Ottocento, era in sfacelo, incapace di regolare le esigenze degli scontri di interessi tra le diverse classi sociali e le categorie produttive, entrambe prive di qualunque forma di rappresentanza nell’ordinamento giuridico statale. Lo Stato liberale «prevedeva» i cittadini, li chiamava anche periodicamente alle urne per la ricerca delle maggioranze indispensabili al governo della cosa pubblica, ma riteneva con questo esaurito il proprio compito.

Il «cittadino» dello Stato liberale, che discendeva direttamente dalla Rivoluzione francese del 1789, rimaneva un’astrazione, una fictio, come del resto lo è ancora oggi. Al centro dell’azione dello Stato non c’era l’uomo, la persona umana, con tutta la meravigliosa gamma concreta della sua attività svolta all’interno della collettività e per la collettività, ma un individuo monadico. Ovviamente questo non impediva la formazione di «gruppi di pressione» (sindacati, corpi professionali etc.…) che premevano con tutti i mezzi, leciti e illeciti, su quella struttura costituzionale dalla quale erano stati emarginati.

Borghesia e ceti medi, non più tutelati dal Parlamento e preoccupati per una deriva «bolscevica» anche in Italia dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, trovarono nel fascismo il movimento politico che avrebbe loro consentito l’attuazione della reazione borghese antiproletaria. Lo squadrismo distrusse sì gran parte delle organizzazioni proletarie nelle Province della Valle Padana, ma in quelle aree, è bene non dimenticarlo, il partito socialista italiano e le cooperative rosse erano giunte ad esercitare un controllo quasi totale sulla vita politica ed economica. È opportuno dunque ricordare come, all’epoca, quella offensiva antiproletaria, lo scrive in modo chiaro il prof. Emilio Gentile nella sua celebre opera Fascismo. Storia e interpretazione, fu vista «da tutti i partiti antisocialisti come una «sana reazione» contro le violenze massimaliste».

Una presa di potere legale e costituzionale

In questo quadro, pertanto, l’intenzione di affidare a Benito Mussolini l’incarico di formare un nuovo Governo era la logica conclusione della crisi in cui versava il Regno d’Italia alla fine del primo conflitto mondiale. Si trattò di una presa del potere che rispettò pienamente la legalità costituzionale (il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, non procedette solo alla fase delle consultazioni), ottenendo il nuovo esecutivo, subentrato a quello Facta II, la piena fiducia sia da parte della Camera dei deputati, sia da parte del Senato regio. Lo Statuto Albertino del 1848 rimase in vigore e, anche dopo la svolta autoritaria delle leggi fascistissime del 1925 e del 1926, al vertice dello Stato-Apparato continuò a rimanere la Corona. Pertanto, è corretta quella interpretazione dottrinale che vede una continuità e non una frattura con l’ordinamento precedente la marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

La nascita della Rsi

Fatta questa doverosa premessa, sono da chiedersi le ragioni che portarono alla nascita della Rsi ed il ruolo che svolse la Resistenza nel biennio 1943-1945 a seguito del tradimento di Badoglio dell’8 settembre 1943. Perché fu un tradimento! Il Patto d’Acciaio (c.d. Stahlpakt), firmato a Berlino il 22 maggio 1939 dal Regno d’Italia e dalla Germania nazionalsocialista, univa indissolubilmente le due Nazioni con l’obbligo di consultare la controparte prima di agire (e qui la Germania non comunicò all’Italia sia la firma del Patto Molotov-Ribbentrop, sia la decisione di invasione della Polonia, ma ciò non fece venir meno la fedeltà al patto da parte italiana almeno fino al c.d. armistizio «breve» di Cassibile ad opera del Governo Badoglio).

La nascita della Repubblica sociale italiana, che trovò nella decisione autofondante/costituente del partito fascista repubblicano la propria legittimità, fu fondamentale sia per evitare l’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale, sia per riprendere la guerra a fianco dell’alleato germanico (diversamente dal vile comportamento del «sedicente» Regno del Sud. Nel testo predisposto dell’armistizio si prevedeva, infatti, la resa italiana e non il passaggio alla parte alleata e lo stesso Eisenhower era convinto che non si poteva chiedere agli italiani una decisione che egli stesso considerava contraria al codice di onore militare).

I partigiani non sostennero battaglie

Ora, in questo biennio 1943-1945, la Resistenza non solo non fu determinante nelle sorti della guerra dal momento che i partigiani non sostennero alcuna battaglia se non quella dell’agosto 1944 in Piemonte, tra la Val Chisone e il Sestriere, e rifiutarono sempre combattimenti in campo aperto, operando azioni di sabotaggio e attentati grazie al supporto anglo-americano, ma assunse in molti casi forti connotazioni rivoluzionarie con tanto di istituzione dei tribunali del popolo (come nella zona industriale di Sesto San Giovanni nell’hinterland milanese). Come ebbe a sostenere uno storico di formazione marxista, Ernesto Ragionieri, la diffusione della Resistenza e dei suoi obiettivi per nessuna ragione può essere enfatizzata. Essa rimase un eterogeneo movimento di minoranza (e non di popolo il quale rimase sostanzialmente attendista) che non poté certamente vantare il mito del «riscatto nazionale».

Infatti, lo dimostrano studi recenti (cfr. O. Wierviorka, Storia della Resistenza nell’Europa occidentale 1940-1945, Torino, Einaudi, 2018), essere liberati da potenze militari straniere resta un’esperienza subita che mal si presta a celebrare un’autonomia rinnovata. Pertanto, l’esaltazione del ruolo dei movimenti di resistenza endogeni, come avviene in Italia ogni anno con il 25 aprile, è l’unico modo per costruire un mito di rinascita nazionale politicamente inesistente. Dopo aver avuto per cinque mesi, dal 21 giugno 1945 al 10 dicembre 1945, con il Governo Parri, l’illusione di governare, la Resistenza, intesa come movimento politico animato dall’intenzione di continuare ad affermare una propria volontà dopo aver concluso il compito di «lotta» ai fascisti ed ai tedeschi, subì, con il successivo processo di normalizzazione, le mortificazioni dell’emarginazione dietro una modesta facciata celebrativa da cui si scosse con la sua carica di ferocia mai sopita solo nell’estate del 1960, quando il Movimento Sociale italiano decise di appoggiare il Governo guidato da Tambroni.

Solo da quella data il «mito» della Resistenza registrò una progressiva ripresa sino a raggiungere, negli anni’70, una sorta di istituzionalizzazione con la formula politica dell’«arco costituzionale» (oggi si direbbe del voto utile) per arrivare ad abbracciare in tempi recenti ideali più disparati che vanno dall’immigrazionismo incontrollato alla trasformazione degli istinti dell’uomo in diritti civili, assecondandone in questo modo la sua pretesa autodeterminazione assoluta.

Daniele Trabucco – Associato di Diritto Costituzionale Comparato e Dottrina dello Stato presso l’Istituto INDEF di Bellinzona (Svizzera).

Michelangelo De Donà – Dottore di ricerca in Storia-Università degli Studi di Pavia.
Professore a contratto di Diritto dell’Unione Europea presso il Campus universitario Ciels/Unimedia di Milano.

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