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Roma, 28 apr – Mentre l’Italia è entrata da lungo tempo in una recessione economica che pare purtroppo irreversibile, v’è un settore che non conosce crisi né calo di popolarità nel mondo: quello dell’abbigliamento; al punto che l’espressione made in Italy designa nell’immaginario popolare, più che le virtù spirituali o le qualità eroiche degli italiani, ormai solo un certo modo di pensare, creare o vestire gli abiti.

L’abbigliamento che distingueva Romani da “stranieri”

Assai meno noto, forse, il fatto che questo particolare gusto, per quanto riconosciuto in ogni epoca, trovi una sua precisa origine nell’antico mondo romano-italico. Se i greci separavano sé stessi dalle altre civiltà in base alla lingua (i barbari erano tutti coloro che si esprimevano in un greco così incerto da sembrare balbuzienti), per i nostri avi l’abbigliamento costituiva il tratto peculiare che li distingueva dalle genti straniere. Anzi, a tal punto era considerato importante, che l’indossare l’abito nazionale latino, la toga – ossia, un ampio telo di lana o di lino, che si indossava sopra la tunica facendo ricadere un lembo sulla spalla sinistra e avvolgendo l’altro dalla spalla alla schiena fino a fissarlo sotto l’ascella destra, in modo da coprire il braccio sinistro e da lasciare libero il destro, dal predicato verbale tegere, “ricoprire”) era interdetto agli stranieri e agli esuli ed era considerato obbligatorio portarla all’interno del pomerium, con ogni probabilità proprio per separare i cives romani dalle externae populationes cui non era consentito, se non dietro permesso speciale del Senato, varcare quell confine pregno di significati giuridico-sacrali (Plin. Ep. 4,11; Svet. Claud. 15,2). Lo stesso Svetonio ci ricorda come Cesare Ottaviano Augusto, “si applicò per far riprendere la moda e il costume di un tempo: un giorno, vedendo in un’adunanza del popolo una folla di gente malvestita, indignato esclamò: “Ecco i Romani, padroni del mondo e il popolo che indossa la toga”, e diede incarico agli edili, dopo ciò, di non tollerare che nel Foro e nei dintorni si fermasse qualcuno se non avesse prima abbandonato il mantello che copriva la toga” (Svet. Aug. 40). E’ poi noto come all’atto di fare il suo ingresso nella vita politica e militare, l’adulescens, in genere al compimento del quindicesimo anno di età , svestisse la toga praetexta, cioè orlata di porpora, per indossare quella virile, completamente bianca e candida, nel corso di un cerimoniale celebrato di norma il 17 marzo, in coincidenza con la festa dei Liberalia: subito dopo egli si registrava presso il Tabularium per divenire parte del mondo adulto, dell’universus Populi Romani Quiritium, pronto ad adempiere i suoi doveri e oneri di uomo, cittadino e soldato. Non per caso, dunque, un Virgilio poté ben definire i Romani “signori del mondo, stirpe togata” (Aen, 1,282) mentre un Marziale parlò di “gloria della romana toga” alludendo alla fama e potenza dell’Urbe raggiunta nel mondo mediterraneo. Ecco dunque una prima sorpresa: mentre il mondo della cultura edell’informazione, ci bombarda quotidianamete con messaggi circa la tolleranza e l’apertura proprie del mondo classico, leggendo da presso le fonti possiamo scoprire come quel mondo ponesse invece precisi limiti e barrire tra cittadini e non-cittadini, non solo basati sul rigido rispetto dello ius sanguinis, ma anche sul piano formale del vestire.

L’influenza “orientale”

Neppure privo di significato appare il fatto che allorquando Roma entrò in contatto con popoli e culti dell’Oriente, lo sguardo severo di numerosi letterati dell’epoca sottolineava con un certo disgusto il modo di abbigliarsi variopinto e bizzarro proprio dei devoti di Cibele o Iside piuttosto che un idem sentire o una comune radice, proprie alla mentalità dei soli moderni. Dignitas e gravitas nell’abbigliamento dovevano invece caratterizzare il civis romanus: Scipione Africano Emiliano, ci riporta Macrobio, non poteva credere a ciò che aveva udito in merito a ragazzetti discendenti di nobili e illustri famiglie, dediti a ballare in abiti succinti, ma quando fu condotto in una scuola di danza, trovandovi un figlio di un candidato alle elezioni provò “compassione per la repubblica” alla vista di quel giovinetto, il quale “eseguiva accompagnandosi con le nacchere una danza che uno schiavetto scosumato non avrebbe potuto ballare salvando la decenza” (Macr. Sat. 3,14,7). Certi spettacoli di dubbio gusto, come quelli che, oggidì, accompagnano rivendicazioni libertarie circa la propria (e altrui, ahimé) libertà sessuale, insomma, non avrebbero potuto svolgersi nella nostra antica patria. Non solo. Il vestire in un certo modo, definiva lo status sociale e la funzione svolta all’interno della società romana. Non a tutti era consentito vestire la toga praetexta, cioè orlata di porpora, ma solo a chi rivestisse funzioni politiche come senatori o magistrati o sacerdoti. Una perfetta e precisa sintesi tra forma e substantia che rimandava all’idea di una gerarchia sociale e ordine da mostrare nel quotidiano, senza scadere nell’eccesso caotico e indifferenziato della modernità.

Vestiti e cariche pubbliche

Allorquando l’edile Marco Volusio, nel 43 a.C . per sfuggire alle proscrizioni dell’epoca, si era travestito da isiacus (cioè adoratore del Dio egizio Anubis, con tanto di maschera canina a coprire il volto) il suo comportamento fu censurato non tanto per la viltà della fuga, quanto per aver abbandonato l’abito che doveva contraddistinguerlo presso tutti i cittadini il suo ruolo e status, che conferiva onore e dignitas a ogni carica pubblica: “cosa protrebbe essere più misero di un magistrato che sia costretto a rinunciare alla gloria della sua carica e a scendere in strada camuffato nelle vesti di una religione straniera!” dirà poi, a questo proposito, l’erudito Valerio Massimo (Fact. et dict. mem. 8,3,8).
Non si tratta peraltro di uno stile e gusto solo romano, ma italico in genere: come testimoniano le fonti, l’introduzione della toga praetexta fu dovuta ai Tusci, mentre il cinctus gabinus, vale adire un abito-toga allacciato intorno alla vita in modo da lasciare le spalle scoperte, di derivazione italico-sabina con ogni probabilità, usato nel corso di determinate cerimonie (come la devotio militare), secondo la più antica testimonianza che possediamo circa la fondazione di Roma, dovuta a Catone, sarebbe stato indossato da Romolo all’atto di tracciare il sulcus primigenius dell’Urbe. Peraltro questa particolare prospettiva, nella per ogni atto o funzione religiosa e politica risultava doveroso e necessario indossare un abito particolare, si estendeva al campo militare. Il paludamentum (un ampio mantello rosso legato sulla spalla da una fibula) era indossato dal magistrato o duce romano al momento di partire per la guerra, imitato dai littori ugualmente bardati (paludati): ed egli solo aveva questo diritto, salvo poi sostiture, in epoca più tarda, il paludamentum con la toga picta all’atto del trionfo. Gli aquiliferi (cioè coloro che avevano onere/onore di portare l’aquila legionis) e signiferi più in generale erano rivestiti sull’elmo di pelli di animali (leoni e orsi) anche allo scopo di terrorizzare il nemico (Veg. Epit. 2,16,2) di talché recenti scoperte epigrafiche indicano come esistessero reparti specializzati al seguito delle legioni incaricati di procacciare le fiere per ricavarne i relativi copricapi, mentre nonostante moderne ricostruzioni erronee, solo i velites (cioè i soldati assegnati ai reparti vestiti e armati alla leggera perché più poveri, spesso schierati come schermagliatori innanzi alla legione in ordine di battaglia, poi aboliti con la riforma mariana del 104 a.C.) potevano indossare pelli di lupo, rimandando così alle arcaiche schiere italiche di giovani guerrieri (Polib. 6,22,3).

Ogni colore un significato

Neppure i colori erano scelti a caso. La trabea ,una toga molto ampia ma più corta della norma, giungendo sino al ginocchio, era di tonalità rossa quando indossata dal gruppo sacerdotale degli àuguri: la relativa sostanza colorante veniva estratto dal corpo essiccato degli insetti femmina appartenenti alia famiglia delle Coccidae ed era un rosso scarlatto dalla caratteristica brillantezza e da tale abitudine legata al carattere propizio e fausto del colore (caro a Marte e Giove), potrebbe sorgere la credenza popolare diffusa anche ai nostri giorni, circa il carattere beneaugurante delle coccinelle. Allorquando era vestita dai sacerdoti Flamini, invece , era porpora uso non casuale se come ci segnala Servio (ad Aen. 12,169) la purpura nascerebbe dal mare (dai molluschi) per fini di purificazione. Del resto, più in generale, i colori nell’antica Roma giocavano un ruolo ben definito all’interno della tripartizione delle funzioni svolte, come ha avuto modo di spiegare assai bene Georges Dumézil, nella concezione indo-europea: il rosso rimandando a quella guerriera, il bianco al sacerdozio e il verde alla prosperità e ricchezza. A tal proposito non sembra poi così casuale, come ha avuto modo di sottolineare Renato Del Ponte, che numerose nazioni che sono legate al mondo indoeuropeo come Iran, Irlanda, iraq, Irlanda e Italia stessa, rechino nella propria bandiera proprio quei colori: idea che ha dunque trasceso avvenimenti e tempi, per restare ancorata ad antiche radici. Un’unica divinità sembra invece sfuggire a questo monocromatismo funzionale: Flora di cui nell’antico Kalendarium romano oggi si celebrava la ricorrenza con i Floralia. Una presenza numinica, quella di Flora, indossante una veste versicolor, cioè policroma, come ci indica, un po’ stupefatto egli stesso, Ovidio (Fast, 5, 222 ss): giacché racchiude tutti i diversi colori dei fiori e della natura, ma anche il lussureggiante, la luxuria, gli eccessi pure licenziosi che si accompagnano alla fertilità, allo sbocciare della flora vegetale, appunto. L’impossibilità di poter racchiudere ed enumerare, uno per volta, i diversi toni e sfumature. Ma con una nota, che ci segnala Plinio (Nat. Hist. 9, 125-126) a racchiuderli tutti, annullandone quasi la policromia: un fiore di porpora tra i denti, come per lustrare e purificare ogni eccesso.

Stefano Bianchi

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