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grayRoma, 20 giu – “L’Italia ha sempre ragione”, recita lo slogan riportato in copertina. L’autore della frase è Ezio Maria Gray, eroe della Grande Guerra, gerarca fascista e parlamentare del Movimento Sociale Italiano. Una figura oggi sconosciuta ai più. A colmare la lacuna è da poco arrivata la biografia scritta da Valerio Zinetti: Ezio Maria Gray. Un Italiano fedele alla Patria (Edizioni Ritter, Milano, maggio 2015, pp. 328, € 22). Zinetti, volontario dell’Associazione Memento e responsabile del Centro Studi Ezio Maria Gray, ha spiegato al Primato Nazionale perché si è appassionato a questa figura.

Come approda Ezio Maria Gray al fascismo? All’inizio il rapporto non fu sempre facile, vero?

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Guerra italo-turca: da sinistra Filippo Tommaso Marinetti, Ezio Maria Gray, Jean Carrere, Enrico Corradini e G. Castellini

Proprio il rapporto iniziale di Ezio Maria Gray con il movimento fascista costituisce uno dei punti la cui ricostruzione ha richiesto più impegno, per la contraddittorietà e la dispersività delle fonti a riguardo. Premettiamo che il primo incontro (anzi, scontro) di Gray con Mussolini avvenne nel 1913, quando Gray dirigeva il giornale “La Difesa” e venne chiamato in Romagna a fronteggiare “La lotta di classe” diretta dal futuro Duce che allora era un agitatore socialista. Ma dobbiamo analizzare il rapporto tra il Fascismo e il nazionalismo, intendendo per quest’ultimo l’Associazione Nazionalista Italiana di Enrico Corradini e Filippo Tommaso Marinetti, alla quale Gray aderì nel 1910 a ventisei anni. Al terzo Congresso Nazionalista tenutosi a Milano nel 1914 Enrico Corradini e Alfredo Rocco diedero al nazionalismo un’identità politica definita e sancirono la rottura definitiva con il liberalismo. Il programma nazionalista esprimeva parole d’ordine come concezione organica dello Stato, sistema corporativo, primato della politica sull’economia (in contrapposizione al liberalismo e al socialismo, nate dalla rivoluzione francese), autarchia economica, lotta tra “nazioni proletarie” e “nazioni plutocratiche”. Mussolini stesso nel 1938, nella prefazione all’opera omnia di Alfredo Rocco, definì il nazionalismo come l’unico movimento che aveva espresso i principi che poi vennero fatti propri dal Fascismo. Gray, al congresso di Milano, faceva parte della corrente dei Conservatori Nazionali, che appunto riuscì a staccare il nazionalismo dalla Destra storica. Inizialmente da parte nazionalista lo scetticismo nei confronti dei Fasci era considerevole, ed era motivato dalla provenienza socialista dei loro esponenti, a partire dallo stesso Mussolini. Si dubitava della credibilità della “conversione” di ex socialisti al credo nazionale. Ma il posizionamento anticomunista del Fascismo favorì subito un’alleanza strategica, che per un certo periodo portò a una certa “interscambiabilità” di esponenti delle rispettive fazioni. Gray, nel 1920 fondatore del Fascio di Novara, nel 1921 viene eletto parlamentare ma aderisce al gruppo nazionalista (da una parte in dissenso con i richiami di Mussolini alla scelta repubblicana, dall’altra adducendo che fu lo stesso Mussolini a permettere questa scelta per fare sì che il gruppo nazionalista potesse avere i numeri per formarsi in parlamento), provocando un incrinarsi dei rapporti col movimento fascista che durerà fino alla vigilia della Marcia su Roma. Da parte sua, continuò a fiancheggiare il fascismo (e infatti ebbe un ruolo fondamentale nello squadrismo della provincia di Novara) fino a riavvicinarsi alla vigilia della Marcia su Roma, alla quale partecipò, essendo tra l’altro proprio Gray il primo ad abbracciare Mussolini al suo arrivo a Roma il 30 ottobre 1922, prima di ricevere da Vittorio Emanuele II l’incarico di formare il governo. Nel 1923 la fusione dell’ANI nel PNF sancì la definitiva confluenza del nazionalismo nei ranghi fascisti (e Gray verrà incaricato di sovrintendere la fusione a Biella). Rocco stesso allora commentava la fusione dalle pagine de “L’Idea Nazionale” con un titolo significativo: “Il Fascismo verso il Nazionalismo” e si usava a riguardo l’espressione “nazionalfascismo”. Membri che provenivano dalla camicie azzurre entrarono nel Gran Consiglio del Fascismo (Gray e Corradini) e altri divennero ministri (Rocco e Federzoni); il PNF lasciò al nazionalismo parti importantissime del programma: l’architettura dello Stato (di cui fu artefice proprio Alfredo Rocco) e la politica estera (con riferimento alla necessità dell’espansione coloniale e alla lotta tra nazioni proletarie e plutocratiche), oltre a sancire la fedeltà del fascismo alla monarchia (dato che era questo un iniziale punto di divergenza tra le due fazioni). In questo contesto va vista l’adesione di Ezio Maria Gray al Fascismo.

Perché un ex nazionalista e monarchico, all’inizio polemico con Mussolini, aderisce con tanta convinzione alla Rsi?

In primo luogo Gray aderisce alla RSI affermando: “Il mio destino è di non tradire”. Ad animare la scelta c’è anzitutto il sentimento dell’Onore e della Patria da riscattare dall’infamia del tradimento. In secondo luogo Gray riteneva la RSI una scelta necessaria onde Ezio_maria_gray_immagineevitare la reazione dell’alleato tedesco che avrebbe trattato l’Italia come la Polonia (e sono ben riscontrabili episodi di screzio tra Gray e altri esponenti della RSI proprio per le ingerenze tedesche). Per quanto riguarda la fede monarchica di Gray, lo stesso scrisse un telegramma a Vittorio Emanuele II in cui definiva l’8 settembre contrario all’Italia intesa come Nazione, più che ad un regime, dichiarando fedeltà al principio monarchico ma non più alla persona; scriveva infatti in un suo articolo della Gazzetta del Popolo di Torino, che i partigiani italiani portavano la stella rossa e se ne fregavano di “quel buffone del re”. 

Ma non si può non pensare all’adesione alla RSI di Gray come comunque una scelta politicamente motivata. Già durante la seconda guerra mondiale aveva descritto lo scontro che vedeva l’Asse da una parte e Stati Uniti, Inghilterra, Cina e Unione Sovietica dall’altra come una guerra per la salvezza della civiltà europea dai due mali rappresentati dalla plutocrazia americana e dal bolscevismo sovietico. Scontro di fronte al quale tutte le altre questioni politiche passavano in secondo ordine. Con l’adesione al Fascismo, il nazionalismo di Gray assunse una dimensione europea. E questo differenziò notevolmente il percorso culturale di Gray da quello di altri nazionalisti (come Federzoni e Rocco). Nel 1942 pubblicava per conto del PNF un libro dal titolo “Dopo vent’anni. Il Fascismo e l’Europa” nel quale si sottolineava come la rivoluzione italiana di Mussolini potesse essere il principio della riscossa di quell’Europa che dopo la prima guerra mondiale non voleva rassegnarsi a dovere sottostare al Washington e a Mosca. Furono moltissime le conferenze che Gray tenne all’estero (Romania, Finalandia, Ungheria, Portogallo) come rappresentante politico del Regime e del Partito. Un’idea di Europa che partiva dalla Romanità riproposta nel Sacro Romano di Carlo V, una visione imperiale nella quale le singole nazioni componevano un mosaico che avrebbe costruito quell’unità morale necessaria a restituire al vecchio continente il timone della storia umana. Gray nella RSI faceva parte dei “riformatori” come Giorgio Pini, Concetto Pettinato, Carlo Borsani, Carlo Alberto Biggini, Serafino Mazzolini che chiedevano per il nuovo stato fascista il superamento della forma dittatoriale e una nuova costituzione. Questo dibattito si svolgeva pubblicamente dalle colonne dei giornali dell’epoca, in epoca di guerra civile e sotto il fascismo repubblicano (alla faccia di chi oggi parla di dialettica nei partiti).

Quale è stato il ruolo di Gray nel Msi? Che giudizio storico e politico possiamo dare della sua esperienza nel dopoguerra?

Gray fece parte del “Senato”, il gruppo che fondò il Movimento Sociale Italiano a Roma il 26 dicembre 1946. Scrisse l’Appello agli Italiani insieme a Pino Romualdi, e gli venne affidata la stesura della carta programmatica nel punto riguardante la politica estera. gray belgioMa – un po’ come fu con il nascente fascismo negli anni ’20 – il rapporto con il MSi non fu semplice. Si allontanò in dissenso con la sinistra fascista, e in altrettanto disaccordo con chi voleva fare del MSI una “torre d’avorio” di nostalgia e testimonianza quando invece il posizionamento anticomunista a destra avrebbe potuto aprire al partito considerevoli adesioni e nuovi spazi. In questo quadro si colloca l’avvicinamento al Partito Nazionale Fusionista di Pietro Marengo (collegato al MSI), che si richiamava al retaggio nazionalista di Corradini più che all’esperienza fascista: tradizione cattolica che faceva un unicum con la Nazione, rivendicazione della necessità di una politica coloniale, configurazione di una “democrazia corporativa” e appello alla definitiva riconciliazione nazionale in nome del comune bene della Patria. Una formazione che nel 1948 confluirà nel MSI, sancendo il ritorno definitivo di Gray nelle file missine, e mettendo una pietra tombale sul progetto di un fronte anticomunista a trazione missina comprendente i monarchici e il Fronte dell’Uomo Qualunque, con contatti anche con la Democrazia Cristiana e i dissidenti del socialismo. Un inserimento degli orfani del fascismo nella democrazia repubblicana senza con ciò lasciare adito a concessioni e rinnegamenti è l’obiettivo che Gray persegue all’interno del MSI. Nel 1949 fonda il settimanale “Il Nazionale”, del quale sarà direttore fino alla morte nel 1969. Difficilmente Gray è inquadrabile nelle correnti missine. Sembra proprio – come giustamente sottolineato dal Professor Giuseppe Parlato in occasione della presentazione del libro – un ritorno alla corrente dei Conservatori Nazionali, una rivendicazione delle origini nazionaliste del giornalista novarese. Della sua esperienza da parlamentare e giornalista nel dopoguerra rimangono battaglie e riflessioni che non possono lasciare indifferenti. Dallo scontro con l’allora ministro degli esteri Carlo Sforza, uomo di fiducia degli USA che sancì la svendita delle terre del confine orientale, all’opposizione alla rinuncia italiana alla politica coloniale (e quindi ad un ruolo internazionale) mentre sorgevano due nuovi colonialismi (russo e americano) che si spartivano il mondo, fino alla critica al processo di costruzione europea che non avrebbe dovuto attuarsi contro le Nazioni ma basarsi sulle Nazioni. Senza dimenticare un articolo de “Il Nazionale” dal titolo “Tecnica o umanesimo: un’alternativa da evitare” in cui veniva denunciato il morbo materialista ed economicista che stava creando il sessantotto e i suoi derivati.

A Gray è attribuita questa frase circa la Nato: “Un patto da accettare, non un patto da esaltare”. Oggi questa posizione, pur con tutte le necessità di contestualizzazione, può sembrare problematica. L’ex fascista come la maturò?

gray 2La posizione filoatlantica venne maturata nella logica dell’obbligata scelta di campo imposta dalla Guerra Fredda e che vedeva un’Europa con l’Inghilterra “antieuropea per eccellenza” e la Germania divisa assolutamente incapace di proporsi come forza autonoma dai due schieramenti dopo la sconfitta. Tuttavia Gray subordinava questa scelta a condizioni di piena sovranità italiana nell’adesione (e in questa visione della politica estera non sono certo poche le similitudini con quella che fu la visione di Charles De Gaulle), e non mancò di criticare gli allora governi per avere accettato il patto atlantico in modo incondizionato, per esempio non facendo valere la questione del confine orientale. L’alternativa sarebbe stata divenire l’” avanguardia disarmata” rispetto al Patto di Varsavia. Una vittoria comunista avrebbe significato – secondo Gray – la fine immediata e diretta della civiltà europea, con l’eliminazione fisica delle opposizioni, mentre all’americanizzazione si sarebbe dovuto reagire dal punto di vista culturale e spirituale. Seppure da una prospettiva più politica che culturale, sembra una tesi molto simile a quella di Julius Evola. Chiaramente oggi il contesto è totalmente differente.

A conti fatti che bilancio possiamo trarre da questa figura? Perché può essere importante per i giovani del terzo millennio?

Possiamo parlare di Ezio Maria Gray come uomo di elevato spessore morale e culturale e animato dal forte senso della Patria. Un uomo di qualità morali riconosciute persino dai suoi avversari, dato che il processo a suo carico nel dopoguerra lo esentò dagli addebiti penali e patrimoniali, e il sindaco comunista del paese dove venne sepolto (Frassineto Po, in provincia di Alessandria, terra d’origine della moglie Teresah) partecipò alle esequie e dichiarò il lutto cittadino. Un carattere fedele ai principi ma non all’apparato, tanto che durante il ventennio Mussolini chiamava Gray “la suocera” proprio perché quando le cose non andavano Gray non esitava a farlo notare con schiettezza e battendo i pugni sul tavolo, inimicandosi non pochi alti gradi. Eppure sempre fedele all’Idea, mai all’apparato politico per se stesso.
Portatore di una visione della politica fortemente improntata alla cultura, di Gray è sicuramente importante ricordare la Valerio-Zinettipubblicistica fatta di centinaia di saggi di storia e politica, articoli e conferenze, nonché moltissime donazioni librarie a biblioteche di tutta Italia, un vero e proprio apostolato culturale che vede la cultura come strumento di elevazione dei ceti popolari e formazione nazionale.
Un pensiero e una vita fortemente ancorati alla Nazione, riassunti nel motto “Con la Nazione sempre, contro la Nazione mai” messo nero su bianco nel 1911 e portato avanti con coerenza per tutta la vita, dalla guerra in Libia al Movimento Sociale Italiano, passando per la Grande Guerra, la Rivoluzione Fascista e la Repubblica Sociale Italiana. Mi piace ricordare uno stralcio – riportato nella prefazione di Primo Siena – di un libro di Gray dal titolo “Il Magistero di Roma”. Definendo la Nazione “: “Una creazione continua, nella quale di secolo in secolo, di regime in regime, dagli errori e dalle realizzazioni, dalle sconfitte e dalle vittorie, dalle intuizioni dello spirito e dalle smentite dei fatti, il destino trae una vicenda unica da cui esce tra il passato, il presente e il futuro, il filo continuativo della storia di una Nazione”, Gray ribadiva la “supremazia dell’umano sul tecnico” concludendo: “Quando sarà lassù, l’uomo spaziale istintivamente cercherà con l’occhio la Terra e, nella Terra, immaginerà la sua nazione e nella nazione la sua casa, il suo focolare perchè la famiglia, la Nazione, la Terra sono ancora le fondamenta più sicure di una società veramente degna del nome di umana”. Questo è il faro che Ezio Maria Gray offre alle giovani generazioni che vogliono rimanere in piedi sulle rovine di un Mondo Moderno in autodistruzione.

 Adriano Scianca

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