Roma, 8 apr – Toccherebbe costruire una dépendance dell’inferno. È la famosa battuta dello sceriffo Bell, personaggio nato dalla penna e dalla mente dello scrittore americano Cormac McCarthy, quando nel suo celebre romanzo Non è un paese per vecchi si chiede cosa succederebbe se uno ammazzasse tutti quelli che se lo meritano. In questa dépendance finirebbero anche i suoi libri, scritti sempre alla frontiera di ciò che è giusto e sbagliato, al confine sottile dove la moralità sbiadisce dietro un tramonto del Mojave. Per chi ha imparato ad amarlo (e soprattutto a digerirlo) attraverso le sue opere più celebri, oltre il sopracitato, quali Meridiano di sangue, la così detta Trilogia della frontiera e La Strada, arrivano buone notizie direttamente dall’oltretomba. Infatti, sedici anni dopo il libro trasformato nel secondo film di successo tratto dai suoi libri – The Road con Viggo Mortensen, il primo fu proprio No country for old man con Tommy Lee Jones, Josh Brolin e il magnetico premio oscar Javier Bardem nei panni dello psicopatico Chigurh – l’autore rompe il silenzio e l’isolamento in cui si era lasciato scivolare per tornare alla luce dei riflettori con due nuovi romanzi, annunciati il mese scorso sul The New York Times.

Cormac McCarthy: un ritorno in grande stile

The Passenger e Stella Maris arriveranno in autunno, insieme, ma a distanza di un mese l’uno dall’altro. Andrea Canobbio, responsabile della Narrativa straniera e Frontiere Einaudi, sottolinea: “Aspettavamo questi libri da anni, e finalmente prima di Natale abbiamo potuto leggerli. I lettori di Cormac McCarthy ritroveranno in questi nuovi romanzi la potenza epica e l’intensità visionaria dei suoi capolavori”. In Italia arriveranno già nel corso del 2023, quando la stessa Einaudi li consegnerà al mercato dello stivale. Ma oltre gli annunci, cosa dobbiamo aspettarci da questi due romanzi distinti ma collegati da un’unica storia? In primis cambierà l’ambientazione che da western sfumerà verso una storia più southern/midwest e che si districherà infatti tra l’Alabama e l’Illinois. Di Western rimarrà soltanto il cognome dei due protagonisti delle storie, Bobby e Alicia, su cui aleggia la figura ingombrante di un padre fisico che ha contribuito a sviluppare la bomba atomica.

The Passenger è ambientato a New Orleans nel 1980. Bobby è un subacqueo di salvataggio che viene incaricato di esplorare il relitto di un jet affondato al largo della costa del Mississippi e scopre che la scatola nera dell’aereo, la borsa da volo del pilota e il corpo di uno dei passeggeri sono scomparsi. Bobby è ossessionato dai ricordi di suo padre e di sua sorella ma si renderà presto conto che potrebbe aver scoperto qualcosa di nefasto quando strani uomini in giacca e cravatta si presenteranno a casa sua. Stella Maris racconta la storia di Alicia e si svolge otto anni prima, nel 1972. La narrazione è strutturata come un dialogo tra lei e il suo psichiatra in un istituto psichiatrico del Wisconsin, dove Alicia, una ventenne candidata al dottorato in matematica all’Università di Chicago, riceve una diagnosi di schizofrenia paranoica.

Non è la solita storia

Chi ha letto i libri di Cormac McCarthy si sarà già chiesto dove sono finite le suggestioni di frontiera e i detriti post apocalittici dell’umanità. Eppure il cambio di rotta dell’autore era già stato annunciato dallo stesso in una delle sue rare apparizioni pubbliche, quando nel 2015 a Santa Fe aveva dato piccole anticipazioni sulle sue ultime fatiche e preannunciando che The Passenger avrebbe affrontato idee esoteriche sulla matematica, il rapporto tra genio e follia, la fisica e la natura della coscienza. I due libri sembrano lontani dai temi “cari” dello scrittore di Providence (curiosa assonanza con un altro grande narratore infernale, H.P. Lovecraft) quali la frontiera, la vendetta, l’ineluttabilità del male e la decadenza dei valori, il conflitto tra individuo ed autorità, tra giustizia e legalità, tra la fine del mondo e scintilla di speranza. Qui, «il tema è più cerebrale: la storia della matematica e della fisica, la natura della realtà e della coscienza, se religione e scienza possano coesistere, e la relazione tra genio e follia»; come ha detto anche l’editrice di Knopf, Reagan Arthur, «esplora elementi di filosofia e alcune delle grandi questioni della vita in modo più diretto». Insomma, potrebbe essere un’esplorazione più meditata favorita dalla veneranda età (88 anni ormai) ma sempre tesa ad una narrazione di confine, sempre tesa a scandagliare quella regione dove terribile e normale coincidono, dove l’uomo “non è altro che un povero animale nudo e forcuto”, (Re Lear, III-IV).

Non resta che aspettare

In attesa di poterli tenere tra le mani, non possiamo che auspicare che i due romanzi siano all’altezza di quelli che l’hanno preceduti, nel loro stile asciutto, rapido e incredibilmente crudele. Cormac McCarthy ci fa sperare bene, ovviamente, lontano com’è dalla luce dei riflettori e del mondo mainstream, nel suo isolamento volontario che ci ricorda altri grandi autori nordamericani viventi (e non), da Salinger a Pound. Perché oltre le patine woke ed hollywoodiane dell’America di oggi, McCarthy preferisce parlare ancora di serpenti a sonagli, musica country e di qualsiasi altra cosa più che di sé stesso (come fanno invece in molti), della sua vita e dei suoi libri. “È difficile trovare qualcosa che non mi interessi. La scrittura non è in cima alla lista”. La sua ostilità verso il mondo letterario è genuina, “le scuole di scrittura sono un caos inutile”. Alle riunioni e alle discussioni con gli altri scrittori, preferisce le lunghe chiacchiere con gli scienziati, il fisico Murray Gell-Mann, il biologo delle balene Roger Payne. Uno dei rari amici è stato il romanziere ecologista Edward Abbey. Poco prima della sua morte, nel 1989, hanno ragionato insieme su come reintrodurre il lupo in Arizona.

Non esiste vita senza spargimento di sangue”, ha detto una volta. “L’idea che la specie possa essere migliorata, in qualche modo, che tutti possano vivere in armonia, mi pare pericolosa. Chi è afflitto da questa nozione è il primo a rinunciare alla propria anima, alla propria libertà. Il desiderio di percorrere questa via ti rende schiavo, rende vacua la tua esistenza”. Da sempre schierato con i disadattati, con gli alieni, gli anacronistici e soprattutto contro ogni utopia di “progresso” l’annuncio di due nuovi posti all’inferno ci fa ben sperare. Proprio accanto ad Ezra e Robert Brasillach. Premesse ottime di due libri che ci fanno annusare temi “futuristici” in una chiave di lettura non spersonalizzante e soprattutto innovativa.

Sergio Filacchioni

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