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MinnitiRoma, 14 apr – Il “decreto Minniti-Orlando” in materia di immigrazione illegale (d.l. 13/2017), di cui avevamo già trattato in termini critici è infine divenuto legge. Con un doppio “colpo di mano” – questione di fiducia posta a fine marzo al Senato sul maxi-emendamento, in seguito testo “blindato” alla Camera con una ulteriore questione di fiducia approvata il 12 aprile – l’Esecutivo presieduto da Gentiloni si è assicurato in tempi brevissimi uno strumento legislativo che, almeno nelle intenzioni, segna un deciso cambio di rotta nelle politiche migratorie della maggioranza di centro-sinistra. Lo scenario giuridico che ne emerge è, in breve, il seguente.

In seguito all’accertamento dell’arrivo dello straniero, anche nel caso di soccorso in mare, è disposto il rilevamento fotodattiloscopico e segnaletico, già previsto dalla normativa europea (regolamento UE 603/2013); viene inoltre implementato un sistema informativo automatizzato per il monitoraggio degli ingressi e dei soggiorni irregolari. Per far fronte agli incessanti incrementi delle domande di protezione internazionale e del correlato contenzioso sono istituite presso 26 tribunali le sezioni specializzatein materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea”, con personale all’uopo preparato, le quali dovrebbero garantire concentrazione, celerità e competenza della gran mole di decisioni.

Le procedure per il riconoscimento dello status internazionale sono rese più snelle, attraverso la previsione della maggior rilevanza attribuita ai verbali di trascrizione e alle videoregistrazioni dei colloqui personali svolti in fase amministrativa dinanzi alle commissioni territoriali, i quali divengono il mezzo probatorio principale su cui le sezioni specializzate fonderanno la pronuncia in camera di consiglio (fatta salva la possibilità di disporre la comparizione delle parti, qualora ritenuto indispensabile dalla corte; l’audizione in udienza, quindi, diventa del tutto eventuale). Vengono stabiliti termini per l’emissione delle decisioni giudiziali (quattro mesi per il primo grado, sei mesi per il ricorso per Cassazione) e viene sancita l‘abolizione del secondo grado del giudizio di merito. Dunque, tenuto conto dei termini della fase amministrativa di trattazione dell’istanza, dei termini di impugnazione dei provvedimenti e dei termini di decisione, prevedibilmente la procedura per il riconoscimento o il rigetto dello status di protezione internazionale dovrebbe concludersi circa in poco più di un anno.

Durante il periodo della procedura i richiedenti asilo potranno essere impiegati, su base volontaria,  in attività di utilità sociale promosse dai prefetti d’intesa con i Comuni e con la collaborazione delle associazioni non profit, da finanziarsi mediante il ricorso ai fondi europei. Sul fronte delle espulsioni, invece, vengono previsti maggiori poteri per l’autorità giudiziaria per disporre la detenzione dello straniero nel tempo necessario per l’organizzazione del rimpatrio e viene stabilita l’apertura di nuovi «centri di permanenza per i rimpatri» (nuovo termine politicamente corretto che sostituisce il ben più noto «centri di identificazione ed espulsione») in siti ed aree esterne ai centri urbani, anche attraverso il recupero di  strutture di proprietà pubblica, per i quali è previsto uno stanziamento complessivo di 13 milioni di euro.

Il giro di vite promosso dalla maggioranza PD ha già puntualmente scatenato la levata di scudi delle frange più filo-immigrazioniste (tanto per citarne alcune, le correnti scissioniste del PD, come Sinistra Italiana, e organizzazioni del terzo settore quali Arci, Acli, Migrantes, Medici senza frontiere), che lamentano le possibili violazioni di diritti umani e paventano già nell’immediato rimedi contro i profili di illegittimità (si sostiene, con particolare riguardo al giudizio più snello, la violazione degli articoli 24 e 111 della Costituzione nonché l’articolo 6 della CEDU). Quel che è certo, osservando l’azione complessiva del Governo, è la certificazione di uno stato di emergenza, rispetto al quale si prova a reagire “mettendoci una pezza” con un provvedimento adottato in tempi brevissimi e con la minima discussione parlamentare, ma che comunque sarà pur sempre inadeguato finché non cambieranno gli schemi mentali ed i paradigmi di politica internazionale, italiana ed europea, nell’area del Mediterraneo. Mentre le procedure più severe dovrebbero essere in grado realizzare (seppur marginali) risultati in termini di sicurezza, non si vede ancora all’orizzonte una decisione inversione di tendenza per quel che riguarda gli oneri pubblici e le ripercussioni sull’ordine di pubblico di medio/lungo periodo; in altri termini, si interviene “a valle”, per limitare gli effetti del fenomeno sulla percezione collettiva, ma non “a monte”, prevenendo e scoraggiando l’avventura. Inoltre, a parere di chi scrive, dalle modalità di adozione e dai contenuti del provvedimento sembrano trasparire due obiettivi politici, forse ben più pregnanti che non la contingente situazione immigratoria.

Il primo di questi obiettivi è far sì che già nei prossimi mesi si potranno vedere le ricadute del decreto in termini di sicurezza; e sappiamo che sarà un periodo estremamente sensibile, dato l’approssimarsi delle elezioni politiche nell’anno venturo. Riappropriarsi di discorsi impostati sulla sicurezza e sull’immigrazione significa per il PD (almeno per ciò che ne resta, oltre a chi ci si vorrà alleare) sottrarre argomenti di propaganda agli avversari cosiddetti “populisti” (i quali, forse inconsapevoli di ciò, nel frattempo plaudono), che, a ben vedere, una volta privati di questo tema/feticcio sanno offrire ben poco in termini di alternativa politica.

In secondo luogo, il cambio di passo in materia di immigrazione può significare anche il cambio di fase della politica pro-immigratoria: posto che la corda del business della gestione dell’emergenza è già stata tirata fin troppo (si noti come sempre più di recente fioccano i reportage/scandalo sul trattamento dei richiedenti asilo nei centri gestiti dalle organizzazioni non profit e sugli ingenti guadagni, fatto che in realtà pareva già fin troppo chiaro tempo fa), resta quindi da archiviare  la “fase dell’emergenza” per avviarsi verso le successive, logiche fasi dell’integrazione sociale (inserimento nel mondo del lavoro) e politica (estensione della cittadinanza e del diritto di voto) dei soggetti ormai inseriti, vuoi perché hanno ottenuto il riconoscimento dello status di protezione internazionale, vuoi perché sono comunque ormai presenti sul territorio e di difficile rimpatrio. Un intero mondo politico/ideologico ha ancora molto da trarre negli anni a venire da quanto avvenuto negli ultimi 3-4 anni; resta invece da vedere cosa ne sarà degli altri, una volta privati dell’argomento di critica più superficiale, se saranno ancora in grado di offrire un supporto fattivo e radicale, non semplicemente “reazionario”, al progetto di Grande Sostituzione.

Stefano Beccardi

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