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immigrazione schiaviRoma, 14 apr – Grazie al buonismo, in Africa è tornato lo schiavismo. Sembra uno slogan pubblicitario, invece è la triste realtà. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha infatti lanciato la denuncia sul nuovo mercato degli esseri umani che affligge la Libia.

L’Oim cita testimonianze dirette raccolte in loco. Come quella di S.C., un immigrato senegalese che questa settimana tornerà a casa dal Niger dopo mesi di prigionia in Libia. L’uomo ha raccontato di aver viaggiato dal Senegal fino ad Agadez. Poi ha dovuto corrispondere ad alcuni trafficanti l’equivalente di circa 320 dollari per poter raggiungere la Libia a bordo di un pick-up. Un viaggio che, compatibilmente con la situazione, è stato piuttosto tranquillo: l’Organizzazione cita infatti casi in cui gli immigrati sono stati abbandonati dopo esser caduti dal camion oppure assaliti da banditi lungo il percorso. Una volta arrivato a Sahba – sud ovest della Libia – S.C. è stato accusato dal conducente del pick-up di non aver mai pagato la somma pattuita dal trafficante, ed è stato portato insieme a tutti gli altri compagni di viaggio in un’area di parcheggio dove ha potuto assistere a un vero e proprio “mercato degli schiavi”. “In quel luogo migranti subsahariani erano venduti e comprati da libici, con il supporto di persone di origine ghanese e nigeriana che lavoravano per loro”, spiega lo staff dell’Oim. S.C. è stato “comprato” e poi trasferito nella sua prima prigione, una casa privata dove oltre 100 immigrati erano tenuto come ostaggi. In quel posto, i rapitori costringevano i migranti a chiamare le loro famiglie a casa, e spesso erano picchiati durante la telefonata proprio per fare sentire ai loro cari le torture subite. All’uomo è stato chiesto di pagare circa 480 dollari, che ovviamente non aveva. È stato quindi “comprato” da un altro libico, che lo ha portato in una casa più grande, dove è stato fissato un nuovo prezzo per il suo rilascio: 970 dollari, da pagare tramite Western Union o Money Gram a una persona chiamata «Alhadji Balde», basata in Ghana.

Scrive l’Oim: “S.C. è riuscito a raccogliere qualche soldo grazie all’aiuto ottenuto dalla famiglia e ha lavorato come interprete per i rapitori, in modo da evitare ulteriori torture. Le condizioni sanitarie erano spaventose e il cibo veniva dato solo una volta al giorno. Alcuni migranti che non erano in grado di pagare erano uccisi o lasciati morire di fame. S.C. ha riferito all’Oim che quando qualcuno moriva o veniva rilasciato, i rapitori tornavano al mercato per ‘comprare’ altri migranti. Anche le donne erano comprate – apparentemente da persone di nazionalità libica – e portate in abitazioni dove erano costrette a diventare schiave sessuali”.

Oim Libia ha invece raccolto la storia di Adam, rapito insieme ad altri 25 connazionali del Gambia mentre da Sabha si dirigeva verso Tripoli. Anche in questo caso i prigionieri erano picchiati ogni giorno e costretti a chiamare le loro famiglie per chieder loro di pagare un riscatto. Adam è riuscito a versare la somme richiesta solo dopo 9 mesi: soldi che i suoi parenti hanno potuto raccogliere vendendo la casa di famiglia. E, ancora, c’è il caso di una giovane ragazza tenuta prigioniera da rapitori somali in una sorta di capannone situato non lontano dal porto di Misurata. Pare sia stata tenuta reclusa per almeno 3 mesi e che sia stata vittima di stupri e violenze fisiche. Il marito e il figlio, che vivono in Gran Bretagna dal 2012, hanno ricevuto richieste di soldi per la sua liberazione. Il marito è riuscito a pagare tramite la sua famiglia e membri della comunità somale la somma di 7.500 dollari, ma gli è stato appena chiesto di effettuare un secondo pagamento della stessa cifra. Il capo della missione libica dell’Oim, Othman Belbeisi, ha detto alla BBC che gli schiavi vengono valutati in base alle loro capacità. “Il prezzo è decisamente diverso a seconda delle qualifiche. Per esempio, se uno sa dipingere o mettere le piastrelle o sa fare qualche lavoro specializzato, allora il prezzo diventa più alto”.

Adriano Scianca

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