Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 12 feb – Oggi l’Unità avrebbe compiuto 95 anni. Piaccia o meno, il giornale del Partito comunista rappresenta un pezzo di storia d’Italia: al di là dell’ideologia che veniva propinata dalle sue colonne, tutti ricorderanno le copie degli album Panini o i vhs dei grandi classici del cinema allegati al quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel lontano 12 febbraio 1924. Alcuni, forse molti, spesso si sono turati il naso acquistando il giornale solo per poter rivedere a casa Totò a colori o per completare la propria collezione di figurine. Insomma, l’Unità – volenti o nolenti – ha accompagnato la vita di ognuno di noi. Fosse anche solo per maledire l’ennesimo articolo tendenzioso di un quotidiano che certo non brillava per neutralità e attendibilità.



La metamorfosi della sinistra

Ora, però, quella storia è finita. Miseramente. Dopo diverse chiusure, il 3 giugno 2017 l’Unità cessa definitivamente le pubblicazioni (eccetto che per un piccolo e grottesco revival). Questa rovinosa caduta, d’altronde, riflette la più generale decadenza della sinistra post-comunista. Una sinistra che – è evidente – ha subìto una mutazione antropologica radicale: da difensori (più o meno autentici) degli operai a gendarmi delle élite e del «ceto medio riflessivo» (ossia della nutrita armata dei semicolti italici). Da forza a suo modo nazionalpopolare a carrozzone europeista e cosmopolita, se non proprio apolide. Da baluardo dei lavoratori autoctoni a importatori incalliti di ingenti masse di immigrati, ossia quello che un buon marxista dei tempi andati avrebbe chiamato con il suo vero nome, e cioè «esercito industriale di riserva». Esercito che, facendo dumping sociale e salariale, danneggia in primo luogo proprio i lavoratori autoctoni.

Lavoratori traditi

Da Gramsci a Concita De Gregorio, insomma, la parabola storica del quotidiano è quanto mai eloquente. L’Unità, in effetti, è passata dall’ospitare firme prestigiose come quelle di Italio Calvino ed Elio Vittorini al diventare lo sfogatoio snob e anti-popolare di una Valeria Fedeli. Non è ovviamente nostro costume esultare per il fallimento di un’esperienza editoriale. Ciò nondimeno, è spassoso vedere come in molti, forse in troppi degli ex protagonisti dell’Unità non riescano minimamente a capire i motivi di questo fallimento. Li aiutiamo noi allora: il tradimento difficilmente viene perdonato. E voi, i lavoratori, li avete ormai traditi da un pezzo.

Valerio Benedetti



La tua mail per essere sempre aggiornato

4 Commenti

  1. Oramai i sinistri si dividino in due categorie: i burattini (politici, intellettuali, giornalisti) stipendiati dalle elites globaliste pro invasione, o masse di utili idioti degradati e inconsapevoli di tutto, in attesa del diritto personale di fare il porco comodo, che questa sinistra promette come voto di scambio.

  2. Stiamo perdendo l’identità.. Tutti.. oggi a sinistra….. Domani a destra vive solo il dio denaro meditate gente

  3. In effige noto la impreparata ed inadeguata “Conchita” di Gregorio,un concentrato di ideologia comunistoide ipocrita senza dignità………. tipico esempio di pseudo intellettuale sorosiana , pro invasione islamico negroide,la comunista in oggetto con la sua direzione fatta di ipocrite e rancorose campagne politiche indegne,in cui si negavano evidenze tragiche per il nostro paese, impoverito e corroso dalla fecciaglia africana spacciatrice, ha contribuito alla fine di un glorioso quotidiano che pur essendo il contrario di tutto ciò che penso,aveva rispetto per i lavoratori ed il sudore della fronte………poi sono arrivati gli arricchiti radical, i nauseabondi fautori del meticciato,servi e cortigiani di scalfari ………. il fallimento era facilmente immaginabile,un suicidio annunciato fatto di menzogne e lanuggine cumunistoide…….nessuno di loro però ha mai accolto un negroide in casa……….meschini.

Commenta