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Roma, 16 dic – Gianni Zonin non smette mai di sorprenderci. L’ex presidente della Popolare di Vicenza convocato dalla Commissione di inchiesta sul sistema bancario e finanziario ha fatto il vago. “Non so”, “non ricordo”, “non è che posso ricordarmi tutto”, “sono anziano”: ecco le risposte più frequenti date dal banchiere veneto durante la sua audizione. Ai giornalisti, che gli chiedevano cosa provasse pensando ai risparmiatori truffati, ha risposto: “Ero socio anch’io e la mia famiglia, abbiamo perso una cifra molto consistente. Ho sempre creduto nella solidità e nella capacità di crescita della banca”. Insomma, ha anche tentato di impietosire chi lo accusa.

A questo punto è necessario capire meglio chi è il protagonista di questa brutta storia. Gianni Zonin, nasce nel 1938 a Gambellara nel vicentino. Nel 1967 diventa presidente dell’omonima società di vini diventando uno dei leader del mercato italiano. Dal 1996 diventa il presidente BpVi. L’uomo, che oggi si mostra con la faccia dimessa, solo tre anni fa così si rivolgeva agli azionisti dell’istituto di credito veneto: “Egregio socio, qualche settimana fa la Banca Centrale Europea ci ha promosso in Europa fra i primi tredici più importanti gruppi bancari italiani. (…) Dagli stress test a cui la Bce ha sottoposto i nostri bilanci, siamo risultati una banca solida e fortemente patrimonializzata e che tale resterebbe anche di fronte a scenari macroeconomici ancora più avversi degli attuali”.

In realtà questi proclami servivano ad incentivare gli aumenti di capitale. Una montagna di soldi che celava una voragine di debiti: nel giro di due anni centoventimila azionisti hanno visto i loro risparmi andare in fumo. Intanto il presidente si era dimesso ed era tornato nei suoi vigneti.  Il Corriere della Sera ha spiegato bene la linea difensiva del banchiere di Gambellara: “Gianni Zonin ha sempre ripetuto di non essere a conoscenza di quello che accadeva, e che all’interno della Popolare di Vicenza esisteva una cupola che per anni lo ha tenuto all’oscuro delle irregolarità”.

Infatti, durante l’audizione l’ex numero uno della Popolare di Vicenza si è difeso cercando di dimostrare la sua completa estraneità ai meccanismi con cui venivano concessi i prestiti (che poi non sono stati rimborsati): “I finanziamenti alle imprese erano di competenza dell’amministratore delegato, del direttore generale e delle strutture: c’era un direttore crediti fino ad una certa cifra. Sopra una certa cifra c’era il comitato esecutivo. Io non ho mai partecipato ad un comitato esecutivo in diciannove anni. Non c’era un’intromissione della presidenza. Sopra i cinquanta milioni deliberava il consiglio”. Oggi il grande imprenditore del vino prestato al mondo del credito è  indagato per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza bancaria.

Nell’attesa delle sentenze della magistratura, è però necessario fare un’ulteriore riflessione sul nostro sistema creditizio. Le colpe della crisi di ben sette banche non può ricadere solo sui consiglieri di amministrazioni delle stesse. Anche i vertici degli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob dovrebbero rispondere di quanto accaduto, se non per complicità quantomeno per incapacità. Se poi fosse tutta colpa di un’inefficace regolamentazione, allora sarebbe il governo a doverne rispondere. Insomma, è necessario che qualcuno si assuma le proprie responsabilità. Se ciò non accade, è lecito pensare che con la scusa dei crediti deteriorati, c’è un disegno ben preciso per mettere i risparmi degli italiani nelle mani della grande finanza.

Salvatore Recupero

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