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Alba, 26 mar – Chi l’ha detto che la borsa è il naturale approdo di qualsiasi grande azienda? A vedere i risultati di Ferrero – e magari confrontandoli con i continui andirivieni degli umori di Piazza Affari – la risposta sembra scontata: assolutamente no.
Nonostante il delicato passaggio generazionale (che in molte realtà segna, purtroppo spesso, periodi di crisi se non di fine tout court) seguito alla morte del capostipite Michele Ferrero, la storica realtà piemontese continua a macinare ricavi e utili. L’ultimo bilancio, chiuso al 31 agosto 2017, ha infatti chiuso i conti con un fatturato da 10,5 miliardi di euro, ai quali corrisponde un utile consolidato di gruppo pari a un 657 milioni di euro. La famiglia, che controlla la società tramite la holding lussemburghese Ferrero International, ha potuto così staccarsi una generosissima cedola da 800 milioni.
“Nonostante le incertezze globali e le sfide del settore e delle tendenze, il gruppo è stato capace di consolidare e confermare la sua performance nel 2016/17”, ha spiegato la Ferrero in una nota, evidenziando come per il nuovo esercizio vi sia “una sensazione di stabilità delle prospettive per il business, nonostante qualche rischio geopolitico. Si vedono nuove opportunità in alcuni paesi grazie alle riforme economiche e a un aumento della competitività nazionale”.
Opportunità che la Ferrero ha già dimostrato di saper cogliere. Prova ne sia la campagna acquisti iniziata dal 2015: prima l’inglese Thorntons, poi la divisione Usa dei dolci Nestlé. Il tutto senza mai aprire il capitale ad investitori esterni, né abboccando alle sirene della borsa. Un esempio di successo (e che dà lavoro a decine di migliaia di persone) di come si possa fare buona economia anche senza necessariamente troppa finanza.
Filippo Burla





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