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duxRoma, 30 mag – “In gioventù Benito Mussolini era stato un attento lettore di Gustave Le Bon, lo studioso di psicologia delle folle, e aveva ben presente un suo famoso aforisma: ‘Una credenza religiosa e politica si fonda sulla fede, ma senza i riti e i simboli la fede non potrebbe durare’. L’operazione che realizzò con il fascismo fu trasformare l’idea politica in una fede e se stesso in un dio”. Lo scrive in un breve testo di presentazione Giordano Bruno Guerri, curatore della Mostra “Il culto del Duce. L’arte del consenso nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini (1922-1925)”, inaugurata ieri al Mu­­_sa di Salò, in mezzo alle solite polemiche di attardati sinistroversi impauriti dalla storia.

Diciamo la verità: in qualche modo hanno ragione. Perché queste “rappresentazioni” di Benito Mussolini traducono nel linguaggio dell’invenzione artistica – della grande invenzione artistica – un diffuso consenso. Il grigiore del presente, l’opacità di “questa” politica, di “questa” Italia, di “questi” uomini che costituiscono l’immagine offerta alla nostra quotidianità danno risalto ad un Uomo capace di suscitare passioni ed energie che diventavano creazione. Nelle forme più svariate: da quella della figurazione classica, attenta a rendere l’opera il più possibile conforme al soggetto rappresentato, a quelle del linguaggio avanguardistico che concentrava, nel lampo di un linguaggio essenziale, segni, sensi e significati di un’Idea incarnata nel suo Duce. O viceversa.

Insomma, una rassegna del genere (mettete da parte gli impegni e andate a visitarla: avete tempo fino al 28 maggio 2017), se agli “esperti” della materia- comunque la pensino- offre la conferma del consenso- comunque espresso- ottenuto da Mussolini, il visitatore “medio” non può non meravigliarsi, non può non restare ammirato dinnanzi a queste testimonianze. E, per così dire, sorge spontanea la domanda: che Italia era mai quella che animava tanti spiriti di genio? Perché si fa una certa fatica a liquidare insorgenti “nostalgie” rispondendo: erano dei fanatici, degli illusi che presto si sarebbero destati dal “sonno della ragione”. E nella maniera più brusca: tra le rovine di una guerra insensata e sanguinosa. Sì, d’accordo, ma quei vent’anni ci sono stati. E in quei vent’anni qualcosa accadeva, o no? E quell’uomo, per poter diventare un’icona, lustrata da fior di intellettuali, qualcosa aveva fatto o stava facendo, o no?

Quel che vediamo indubbiamente, appartiene alla “liturgia” della politica, al secolo non breve ma sterminato, cui tanti storici, da Mosse a Nolte, da Serra ad Emilio Gentile, hanno dedicato studi attenti e argomentati. E dietro c’è il grande fervore di quel pensatoio del Novecento- Guerri ha ragione a citare Le Bon- che anticipava la forza “religiosa” di un sistema di idee- preferiamo chiamarlo così piuttosto che ideologia- come il Fascismo. Idee e suggestioni, miti e riti: ed un dio. Benito Mussolini come dio, come sacra icona da venerare. E se il nume vivente che ha dato la sua impronta alla storia di un popolo finisce nella polvere? E se il popolo ecc. ecc. su quella polvere insanguinata si accanisce? Bè, signori, chiediamoci: quanti sono i “grandi” che hanno segnato un’epoca e che sono morti in santa pace nel loro letto?

“Uomo della Provvidenza” e/o del Destino, Mussolini “resta”. Ed è anche qui, in Mostra, tra questa folla di visitatori che si accalca a guardare. C’è da vedere- e da stupire. Per quanto ci riguarda, eleggiamo a capolavoro “assoluto” il “Dux” in bronzo di Thayaht; ma nelle due sezioni della Mostra (la prima comprende trentacinque opere scultoree; la seconda diciotto tra xilografie, bozzetti in cartoncino, dipinti, incisioni, ceramiche, iconografie), sono presenti tali e tanti artisti- Giacomo Balla, Umberto Bonetti, Renato Bertelli, Mario Sironi, Enrico Prampolini, Paolo Troubetzkoy, Albino Manca, Alvaro Corghi, Antonio Ligabue…- che gli esercizi d’ammirazione si impongono continuamente. Come dinnanzi alla “Espressione immaginativa del Duce”, il marmo statuario di Barbara (all’anagrafe Olga Biglieri), scultrice futurista e impetuosa animatrice di battaglie culturali nel segno dell’emancipazione femminile e della pace tra i popoli. Futurista, fascista, femminista e pacifista? Proprio così.

Mario Bernardi Guardi

 

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