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Toselli storia coloniale italianaRoma, 8 dic – La storia coloniale italiana nella sua complessità ed intensità ha lasciato testimonianza, al di là delle considerazioni politico-militari in merito, offrendo spunti di riflessione relativi al valore espresso dalle nostre truppe, nazionali ed irregolari, e dai nostri ufficiali. Perché è proprio lì, tra le sabbie del deserto libico e le aridità della terra somala, tra la roccia dell’acrocoro etiopico e la spuma delle onde del Mar Rosso, che i soldati di una nazione politicamente giovanissima si temprarono, mostrando poi tutto il proprio valore nella Grande Guerra, resistendo al logoramento dovuto al fango e al freddo. Quello spirito assaltatore di trincee ritroverà poi nuovamente in Africa, quasi vent’anni più tardi, la propria realizzazione. Ed è sempre nelle colonie che illustri nomi della tradizione bellica italiana hanno combattuto e talvolta sono morti: vicende di soldati, di comandanti, di avventurieri, che per mezzo secolo sono stati protagonisti di quella storia che oggi sembra non saper più riconoscere come proprie, tali figure di spessore in termini sia caratteriali che di coraggio. Ad attraversare il periodo dell’avventura coloniale ci sono i nomi di chi da più di un secolo riposa nella regione del Tigrè, o di chi invece, successivamente combatterà, come il burbero Generale Cantore, che condusse le operazioni nel ’14, in una Libia non poi così diversa da quella che i recenti mutamenti geo-politici ci hanno riconsegnato.

Troviamo un’Aeronautica, orfana del suo padre spirituale, Italo Balbo, impegnata a difendere lo spazio aereo dallo strapotere alleato; ed ancora pagine di storia scritte da figure che vanno dal Colonnello Galliano al Duca d’Aosta; dai 30 cavalieri del Tenente Togni fino ai guerriglieri anti-inglesi in Africa Orientale Italiana (AOI): qui su tutte emerge la figura di Ahmed Abdallah Al Redai, soprannominato “Comandante Diavolo”, a noi meglio noto come il Tenente di cavalleria Amedeo Guillet. Una personalità complessa, un reduce di guerre d’altri tempi, comandante del “Gruppo Bande Amhara” a cavallo, al quale viene affidato il compito di coprire la ritirata delle truppe dell’Asse da Cheren, tra colpi di mano e anacronistiche ma efficaci cariche cavalleresche. A rendere possibile la realizzazione delle imprese del nostri ufficiali e sottufficiali, in quanto colonna portante di tutti gli stati coloniali italiani, ci sono sempre gli ascari, quelli dei sessanta chilometri al giorno: essi hanno rappresentato l’esempio lampante di integrazione tra razze, quella vera, che trova realizzazione attraverso l’esempio nel combattimento: come si può infatti non considerare che per più di cinquant’anni, salvo marginali casi di diserzione, anche nelle fasi di rotta delle nostre truppe, i cosiddetti Basci-Buzuk sono rimasti lì, pronti a seguire quei comandanti ai quali riconoscevano i valori di rispetto e fedeltà, che nella propria cultura sono riservati a capi guerrieri, pronti ad assaltare, cavalcare, combattere e morire un passo avanti al loro. Certo, non si può non notare che ad Addis Abeba gli ascari muoiono tra i primi ma, conseguentemente al contesto storico, entrano vittoriosi nella città dopo le truppe nazionali.

Ripercorrendo tuttavia diverse fasi della storia, incontriamo dai Dubat agli Arditi Neri del Quadrumviro De Vecchi, fino alle Penne di Falco, passando per i leggendari ascari del Quarto Toselli. Tutti costoro furono pronti a mostrare il petto alle lance dei gruppi di Dervisci, al piombo dei moschetti di Selassiè oppure ai 7,70 mm delle mitragliatrici britanniche quando il Caricat chiamava l’assalto. E’ una storia intensa , quella della nostra esperienza africana, iniziata il 5 Febbraio 1885: a largo di Massaua compare l’appesantita prua del “Gottardo” con a bordo il colonnello Tancredi Saletta, accompagnato da 800 bersaglieri in procinto di sbarcare in una città ancora sotto il controllo egizio. Solo successivamente, con il trattato di Uccialli, nascerà la colonia di Eritrea. Quelli successivi saranno anni duri e l’immediata disfatta di Dogali farà scaturire, da parte del primo ministro Crispi e delle gerarchie militari, una volontà di rivalsa che frettolosamente vuole essere soddisfatta. Anche per questo motivo, il 7 Dicembre 1895, ciò che si presenta dinanzi agli occhi del Maggiore Toselli e dei suoi 2350 uomini tra ascari e nazionali, asserragliati sull’avanzato presidio dell’Amba Alagi, è uno spettacolo davvero impressionante: trentamila guerrieri del negus Menelik sono lì fuori, in procinto di travolgerli. Sono le 6:30 del mattino quando la prima colonna etiope entra in contatto con la compagnia guidata dal Capitano Canovetti. Alle ore 10:00 il grosso delle truppe del Negus, guidato da Ras Alula e Ras Mangascià, entra in contatto con il fronte italiano. Sono ore dure, italiani e indigeni combattono duramente resistendo al nemico che non dà tregua. Toselli, il loro comandante, è lì con loro: confida ancora nell’arrivo dei rinforzi che, guidati dal Generale Arimondi, sono partiti da Makallè. Alle ore 12:00 il Maggiore ordina la ritirata a scaglioni: sono momenti di tensione e agonia in cui le truppe italiane sono incalzate dalla massa etiope eccitata per l’imminente vittoria. Toselli è insieme al Capitano Persico ed altri ufficiali in coda alla colonna in ritirata, laddove lama e piombo incontrano la carne, laddove l’ufficiale italiano è perfettamente conscio di doversi trovare.

Invitato a mettersi in salvo, il comandante si arresta e in dialetto piemontese parla ai suoi: ”Adesso mi volto e lascio che facciano”. Pietro Toselli è in piedi, davanti ai suoi assalitori. Si dice che essi, stupiti e spaventati di fronte a quell’uomo valoroso, abbiano esitato prima di travolgerlo. Il contingente è totalmente annientato ed i pochi superstiti, guidati dai Tenenti Pagella e Bodrero, giungono ad Adrerà, dove una colonna di rinforzi di 1500 unità guidata dal Generale Arimondi porta loro soccorso ed il giorno dopo giungono a Makallè. Quel giorno l’Italia lascia sul campo 39 Italiani e 2000 ascari. Siamo ancora all’inizio dell’esperienza dell’utilizzo delle truppe locali a differenza delle altre potenze europee: mesi dopo si arriverà alla disfatta di Adua che scuoterà politica e opinione pubblica. Quella del Tigrè è una campagna del passato che nell’immaginario collettivo alla vigilia del 3 Ottobre 1935 fa ancora riecheggiare nella memoria del popolo italiano i nomi dei suoi protagonisti: da Baratieri a Menelik, da Toselli a Mangascià, da Galliano ad Alula. Il consenso che il Fascismo ottenne grazie alla Guerra d’Etiopia è testimonianza di come tale esperienza fosse fortemente legata alla cultura popolare del momento. Quasi cinquant’anni dopo, sopra i 3000 metri dell’Amba Alagi, tanto cari e fatali al nostro sangue, siamo arroccati ancora una volta: 7000 uomini, guidati da Amedeo di Savoia, sono in procinto di resistere all’offensiva delle 41.000 unità inglesi incaricate di cancellare gli ultimi brandelli di presenza italiana in Africa orientale. E’ il 17 Aprile 1941 e per un’ultima volta la terra dell’Amba Alagi viene irrorata dal sangue italiano. Il Duca d’Aosta, prima della battaglia, ordina agli ufficiali di autorizzare le truppe indigene ad abbandonare le posizioni e tornare nei propri villaggi ma a lasciare effettivamente le difese saranno meno di quindici soldati.

Questi rappresentano aspetti rilevanti che si è sempre preferito non mettere in risalto: se la Storia fosse andata realmente come si racconta, di quegli uomini caduti su quelle rocce non sarebbe rimasto nemmeno il nome. Gli ascari invece quegli uomini hanno scelto di seguirli, il loro spirito guerriero e tribale gli ha imposto di combattere per quei comandanti che in prima linea hanno guadagnato la loro ammirazione e la loro fedeltà. In Somalia siamo tornati molti anni dopo che la bianca uniforme dei Dubat era ormai dimenticata, trovando una realtà molto diversa. Eppure, sulla Via Imperiale, troviamo ancora testimonianza di una colonizzazione a cui è impossibile non riconoscere una connotazione e una missione assai distante dal semplice sfruttamento coloniale proprio delle altri tradizionali potenze europee. Il campo la sera prima della partenza è avvolto da un’atmosfera di festa; le donne preparano la carne e gli uomini intorno al fuoco bevono il Tej. Al mattino il comandante passerà in rassegna lo schieramento e si partirà verso il Sud, verso la capitale. Una primordiale danza di guerra travolge anima e membra dei guerrieri, mentre gli Italiani fumando trattengono una certa emozione. Nelle canzoni delle donne e nei canti dei soldati il nome del Maggiore dell’Amba Alagi è testimonianza della sua leggenda diffusasi in tutti i reparti ascari. Il giorno successivo il coraggio italiano sarà ancora una volta unito al loro laddove fischia la fucileria, laddove la parola integrazione, nella sua accezione più pura, trova l’unico significato.

Fabio Di Martino

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