Roma, 14 set – Sia da vivo, sia ora da morto, nel firmamento degli “irregolari” italiani Guido Ceronetti brilla come una stella solitaria. Non era infatti accomunabile a nessuno, e l’unica volta – a mio ricordo – che gli capitò di essere catalogato in un gruppo, fu quando Maurizio Blondet lo incluse nella piuttosto fantasiosa banda degli “gnostici adelphiani”. Certo, a suo modo uno gnostico Ceronetti lo era, perché subì fortemente il fascino del Catarismo e perché la sua certezza sulla presenza di un seme di Luce nell’uomo si accompagnò sempre a uno sguardo del mondo terrestre come mondo tragico, come pascoliano “atomo opaco del Male”. E non per caso tra i suoi amici stranieri si scelse Emil Cioran.

Religioni, sapienze antiche, esoterismi furono sempre materia di cui si cibò, ma forse con l’uso distaccato di chi in fondo come vero credo ha solo la scrittura e quel po’ di salvezza che può dare all’uomo. Amò la lingua ebraica, e fu traduttore e originalissimo commentatore dei Salmi e del Cantico dei Cantici, ma scriveva in modo chiaro che bisognava cercare altrove che nei tre monoteismi abramici una vera parola di compassione e di pace. Sposato con la figlia di un’ebrea italiana tornata da Birkenau, filosionista, al punto di avere sempre e solo parole di condanna per i Palestinesi, scrisse però che quella che veniva chiamata la “Terra Santa” doveva essere in realtà abitata da un qualche “Saturno maligno”. Fu anche indagatore delle quartine di Nostradamus, ma non ne trasse che ulteriori spunti per il suo pessimismo cosmico e storico.

Sul piano politico, fu sempre avverso ad ogni tipo di dittatura, al fascismo e al nazismo come al comunismo. E se l’avversione per i primi si può dare per scontata in un autore che comunque non venne mai considerato totalmente estraneo dalla cultura ufficiale, l’anticomunismo, per tutti gli anni del nostro lunghissimo dopoguerra, non era certo un buon viatico per essere considerato un intellettuale di quelli che contano. Ed il suo giudizio era implacabile, sugli stessi comunisti italiani. Alla morte di Pajetta, scrive: “Vissuto nella menzogna sempre, anche lui, come i suoi compagni di partito. Memorabile la foto tra le rotaie del tram, a Milano, nel 1945, dove con Pajetta giovane, magro come Cassio, ci sono il grosso Amendola, il Togliatti e Luigi Longo: dalle facce, una banda di pericolosi delinquenti con il loro capo e mandante (e in realtà lo erano)”.

Il fatto è che Ceronetti vedeva il Novecento, e poi anche lo stesso nostro nuovo secolo, come luogo di scatenamento demonico. E di sé diceva: “Mi considero un patriota del Risorgimento anche se non espongo la bandiera: la verità è che bisogna soffrire per l’Italia e con l’Italia anche se si è stranieri”. Ma precisava pure: “L’Italia è più archetipo che nazione. Né un ispessito regno piemontese, né una repubblica poliarchica di cui sono stati, significativamente, resi incerti […] i confini orientali, sebbene rivestiti del nome Italia, corrispondono alla sua idea”. Per l’Italia aveva viaggiato in lungo e in largo con il suo ginocchio dolente, in treno e in autobus, ricavandone due libri memorabili: “Un viaggio in Italia” (1983) e “Albergo Italia” (1985). In quest’ultimo, esprimeva il suo rabbioso dolore per Trieste “amputata di membra carsiche vitali e di tutta l’Istria”, per “la rasatura e l’inginocchiamento” tali che “solo lì la disfatta del 1945 è stata, senza trucchi, integralmente una disfatta”.

Non amava però Roma, e riteneva un errore fatale averne fatto la capitale d’Italia lasciandovi dentro il Papa: “Così la Chiesa si è sgranocchiata la monarchia e lascia olimpicamente andare in malora la repubblica, che neppure per un momento ha pensato di riparare all’errore ritrasferendo al Nord la capitale, che era la prima cosa da fare”. Profondo fu, nel bicentenario della nascita del Tricolore, il suo messaggio “esoterico” sulla bandiera: “Una bandiera nazionale significa essere meno soli, e perfino meno sporchi di materia. Vuol dire avere madre, casa, tomba, pane e un’arma: quasi tutto l’uomo sta lì. Se il calpestamento della bandiera viene risentito da chiunque come un’offesa personale (effetto istantaneo, adrenalinico, folgorante), vuol dire che quello non è uno straccio qualunque, che c’è attaccato qualcosa, di magico, di potente, di orfico, di immateriale, in comunicazione diretta col corpo psichico, l’albero dei nervi, le fibre sensibili del cuore, i reni, la sessualità, la virilità. […] la bandiera è nata repubblicana ma non rappresenta né questa né un’altra repubblica in figura di Stato; rappresenta l’Italia in astratto, gli spiriti dei morti ‘sulla collina dei sacrificati’, i nostri paesaggi divenuti invisibili”.

Di Ceronetti non va dimenticato infine il suo assoluto fregarsene del “politicamente corretto” e del possibile giudizio negativo dei colleghi intellettuali e giornalisti mainstream.

Traduttore di Giovenale, osservava che il grande autore satirico latino “avendo graffiato un poco, e con stile, le donne, gli omosessuali, i mores invisi ai Romani degli Ebrei, verrebbe denunciato per omofobia e antisemitismo, deplorato duramente dai comitati di difesa, dalle associazioni, dagli editorialisti, uscirebbe dai dibattiti con qualche osso fracassato”. Ma fin qui siamo ancora nel campo delle osservazioni umoristiche. Non piacque certo che ardì intervistare senza pregiudizi Erich Priebke ed iniziò pure una corrispondenza con lui. E così si spiegò: “Per me è sempre stato un essere umano e non un mostro. E penso ancora che sia stato creato ‘Mostro delle Ardeatine’ e ‘vittima di una giustizia dell’odio’, come ho più volte scritto. Penso poi che la scena della folla che prende a calci la sua bara – una qualunque bara – faccia schifo. Io volevo sottolineare il processo di trasformazione mediatica di una persona in un mostro, al di là delle sue responsabilità. Voglio dire che lui non è mai stato visto come un imputato, ma subito come un mostro. Era la sua caricatura. Detto questo, io ho sempre pensato che le Fosse Ardeatine siano state un crimine commesso da entrambe le parti. Prima della rappresaglia, c’era stato un atto terroristico dei gappisti, voluto dal Pci che voleva indurre i romani a insorgere”.

Non minore stupore poteva destare, osservata in chi era stato amico di Altiero e Barbara Spinelli, la ferma contrarietà alle immigrazioni afroasiatiche, viste come una sicura promessa di rovina dell’Italia e dell’Europa. Potrei fare molte citazioni in questo senso, ma mi limito a questa, molto recente, tratta dal suo libro del 2016 Per le strade della Vergine: “La metecofobia e la metecofilia sono due specie di barbarie. La prima fa danni subito, l’altra a distanza. Non può essere né odiato né amato chi arriva e s’installa senza perché. Ad accogliere con troppa facilità e benevolenza non si è che mal ripagati. La mia natura è di diffidenza, e se fossi uno Stato sarei uno Stato diffidentissimo verso chi sbarca e a poco a poco forma dei gruppi, delle comunità durissime, impenetrabili, vere società segrete. A volte penso che stiano piovendo qui, sulle nostre città, degli stormi serrati di becchini”.

Ceronetti aveva caro l’Edipo a Colono, e si immedesimava nell’immagine del vecchio cieco che conclude sparendo nel boschetto delle Eumenidi la sua vita tragica e alla fine sapiente. Vecchio, alquanto malandato nel fisico, Guido sparisce nel suo borgo d’elezione, la toscana Cetona, e invisibili Eumenidi, ne sono certo, accolgono anche lui come già l’eroe sofocleo.

Sandro Consolato

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