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15320240_1493872917294197_1273135988_nRoma, 6 dic – Mentre alle quattro del mattino ancora era impressionante la costernazione per l’esito del referendum, già si auspicava un “Governo Padoan” per garantire la continuità, rassicurare gli investitori, e salvare i capitali delle banche (attenzione, i capitali, non i depositi). Se anche volessimo individuare l’inizio delle crisi bancarie con il fallimento dell’americana Lehman Brothers nel 2008 sarebbe da chiedersi una cosa elementare: come mai a otto anni di distanza le banche siano sempre in crisi o sull’orlo del fallimento, con la necessità di miliardari aumenti di capitale, in tutto o in parte a carico dei contribuenti, e gli “Economisti” ancora non sappiano formulare una ipotesi di riforma in grado di metterle in sicurezza.



In seguito al crack Lehman Brothers in USA (con 613 miliardi di $ di debiti di cui restituiti 65), il Fondo Monetario Internazionale ha stimato in 4.100 miliardi di dollari statunitensi il totale delle perdite delle banche e altre istituzioni finanziarie a livello mondiale. Gli aiuti effettivamente erogati dai governi europei alle banche dei rispettivi sistemi nazionali furono 1.240 miliardi di euro (10,5% del Pil Ue), per la maggior parte elargiti in forma di garanzie (757 miliardi), la restante parte attraverso ricapitalizzazioni (303 miliardi), gestione di titoli (104 miliardi) e linee di credito (77 miliardi). I tre maggiori mercati bancari europei beneficiati dagli aiuti furono quelli di Germania, Francia e Gran Bretagna (79miliardi). Ai dieci maggiori istituti di credito europei furono destinati 620 miliardi, mentre le successive venti banche ricevettero il 25% del totale. Tra i maggiori dieci istituti figuravano: Rbs, Hypo, Lloyds Banking Group con oltre 74 miliardi, Dexia, Fortis e Anglo Irish con quasi 50 miliardi ciascuna, HSH Nordbank, Allied Irish, Ing e Credit Agricole con circa 25 ciascuno. Un disastro.

Questo disastro era naturalmente già successo con la crisi del 1929, ed esattamente per gli stessi motivi: l’impiego dei depositi bancari sui mercati dei titoli finanziari, il famoso “commercio dei pezzi di carta”, che creano il “mercato finanziario”, da cui i più organizzati tirano fuori soldi veri: sia quelli dei farlocchi che si fanno sedurre da maneggi come quelli delle famose “obbligazioni subordinate”, sia quelli che provengono dai depositi bancari (quando una banca li “investe” nei titoli di qualche Prima Tessera o amico degli amici, questi titoli poi opportunamente “crollano” e la colpa delle casse vuote è la “volatilità”, ovvero i soldi si sono appunto “volatilizzati”, fuggiti in qualche paradiso fiscale e finanziario).

Negli anni ’30 per uscire dalla devastante crisi finanziaria esplosa esattamente per gli stessi motivi (“migliaia” di banche fallite solo negli USA, il paese ridotto a una sterminata platea di morti di fame) furono fatte leggi apposite, fra le quali la Glass-Steagal Act del 1930 in USA e la Legge Bancaria del 1936 in Italia. Queste leggi vanno considerate come la standardizzazione dei criteri di costruzione delle strade, della rete elettrica o degli acquedotti: possiamo concepire che a un certo punto si “liberalizza” e ognuno costruisce e gestisce strade, elettricità e acquedotti come gli pare? Lo stesso vale per le banche, elemento fondamentale per l’economia nazionale e che devono sottostare a regole che ne impediscono il dissento ed il “sistematico saccheggio”. In Italia, dopo il 1922, furono salvate dal fallimento coi soldi pubblici il Banco di Roma, la Banca Commerciale, il Credito Italiano, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia. Dipese dalla crisi del dopo I Guerra Mondiale che le trascinò in dissesto insieme alle grandi industrie. Nessuno ci perse i risparmi o i depositi, ma diventarono di proprietà pubblica (cioè le nostre, di tutti) e lo sono state fino a quando Giuliano Amato e Giulio Andreotti nel 1990 regalarono le banche alle “fondazioni” (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma, Credito Italiano, Banco di Napoli, Monte dei Paschi di Siena, Istituto Bancario San Paolo di Torino, Banco di Sicilia, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Sicilcassa). Poi Ciampi nel 1993 fece il resto abolendo la Legge Bancaria del 1936 sostituendola con il Testo Unico Bancario (legge 387/93).

E infine nel 1999 con la Legge 130/99 delle “Cartolarizzazioni” (votata da Ulivo, UDR e Rifondazione Comunista) si completava l’opera introducendo “finalmente” anche da noi la famosa “finanza tossica”, prima proibita dal Codice Civile del 1942. Parallelamente Bill Clinton, nel 1999, aboliva il Glass-Steagal Act: ognuno cercasse in tutta libertà i migliori e più saporiti profitti commerciando titoli, cambiali fasulle, promesse e quant’altro nella Finanza Globalizzata. E dopo appena otto anni siamo precipitati in una crisi come quella del 1929, che si voleva eternare con la presidenza di Clinton moglie, fortunatamente fermata dal “populista-fascista-razzista” Trump, altrimenti ci toccava pure la terza guerra mondiale magari a colpi di bombe atomiche.

Basta guardare il grafico sugli indici bancari italiani da gennaio 2016 a oggi (la metà!) per rendersi conto che senza tornare alla separazione netta fra banche commerciali (che possono investire i depositi “solo” per finanziare famiglie, imprese e opere pubbliche) e banche di affari (ognuno coi soldi suoi li investe come gli pare ma “senza” garanzia statale, se li perde mentre fa lo squalo della finanza sono affari suoi) non si va da nessuna parte: non si esce dalla crisi e non si risana proprio niente. Finora sulla “separazione”, quindi il ritorno alla Legge Bancaria del 1936, abbiamo sentito solo chiacchiere. Ogni tanto qualcuno per rastrellare consenso la evoca nei talk show ma si porta dietro almeno 6 superesperti di economia che spiegano che no, orrore! Disastri, cavallette, uragani, pioggia di lapilli, bambini denutriti etc. etc. O si risana salvaguardando depositi, risparmi, famiglie e imprese, o si continua a saccheggiare il saccheggiabile con le cambiali fasulle, il resto sono chiacchiere, fuffa per fregare gli elettori, sia nel voto che nei risparmi.

Luigi Di Stefano



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