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Roma, 23 gen – Roma era stata fondata da circa 400 anni e la società romana era attraversata da profondi cambiamenti, che portarono tra l’altro alla nomina dei primi consoli plebei. Parallelamente si manifestarono numerosi prodigi, come una terribile pestilenza. Così scrive Tito Livio: “Ma ciò che rese degna di menzione quella pestilenza fu la morte di Marco Furio Camillo, dolorosissima per tutti non ostante lo avesse raggiunto in età molto avanzata. Egli fu infatti uomo assolutamente impareggiabile in qualunque circostanza della vita. Eccezionale tanto in pace quanto in guerra prima di essere bandito da Roma, si distinse ancor più nei giorni dell’esilio: lo testimoniano sia il rimpianto di un’intera città che, una volta caduta in mani nemiche, ne implorò l’intervento mentre era assente, sia il trionfo con il quale, riammesso in patria, ristabilì nel contempo le proprie sorti e il destino della patria stessa. Mantenutosi poi per venticinque anni – quanti ancora ne visse da quel giorno – all’altezza di una simile fama, fu ritenuto degno di essere nominato secondo fondatore di Roma dopo Romolo”.
Per rimediare a questi prodigi si provò a calmare l’ira agli Dèi in tutti i modi, addirittura si tenne il primo spettacolo teatrale “fatto del tutto nuovo per un popolo di guerrieri”. Si arrivò fino ad eleggere dittatore il severissimo Lucio Manlio, soprannominato l’imperioso.
Ma tutto ciò non fu sufficiente, come si evince dal racconto di Tito Livio: “Nel corso di quello stesso anno, fosse per un terremoto o per un’altra forza della natura, si dice che nel centro del foro il suolo franò fino a profondità incommensurabili, lasciandovi un’ampia voragine. Non ostante tutti vi gettassero della terra, non si riuscì a riempirla, fino a quando, su preciso monito degli Dèi, la gente cominciò a domandarsi quale fosse l’elemento principale della forza del popolo romano. Questo era quanto gli indovini sostenevano si dovesse consacrare a quel luogo, se si voleva che la repubblica romana durasse in eterno. Allora, stando a quanto si narra, Marco Curzio, un giovane distintosi in guerra, rimproverò i concittadini per essersi domandati se esistesse qualcosa di più romano del valore militare. Poi, calato il silenzio, con gli occhi rivolti al Campidoglio e ai templi degli Dèi immortali che sovrastano il foro, tendendo le mani ora verso il cielo ora verso la voragine spalancata e verso gli Dèi Mani, si offrì in voto ad essi. Quindi, montò in groppa a un cavallo bardato nella maniera più splendida possibile e si gettò armato nella voragine: e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive”.
La cronaca cittadina dei giorni nostri invece ci riporta la notizia di una grossa voragine apertasi in una strada di Roma, che ha praticamente inghiottito un’anziana signora di passaggio. Al di là delle facili ironie sullo stato delle strade nella capitale e in tutta Italia, abbandonate a degrado e incuria da parte di una classe politica irresponsabile e incapace, abile solamente a stanziare soldi dedicati al business dell’immigrazione, questo “fattaccio” dà il senso del degrado cui siamo costretti ad assistere quotidianamente, e della abissale differenza che intercorre tra la Virtù romana e la ignobile gestione della cosa pubblica attuale di Roma.
Cosa getteranno nella voragine gli odierni amministratori? Rifiuti tossici difficili e costosi da smaltire? La useranno forse per nascondere le diffuse ruberie? Certo è che centinaia di politici di oggi non colmerebbero una voragine nel terreno come un sol uomo riuscì a fare con la propria Virtù!



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2 Commenti

  1. Un degrado senza fine,una vergogna nazionale, il simbolo di una classe politica nauseante e incapace che assume a sua volta persone indegne e impreparate……attenzione poiché anche questo articolo assai corretto e puntuale finirà fra le fake news tanto care a sky tg e alla cricca piddina che sostengono con tanta enfasi.

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