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Carl SchmittRoma, 14 set – Può sembrare strano leggere che Carl Schmitt, uno dei più grandi intellettuali della rivoluzione conservatrice, nonché giurista del Terzo Reich, sia stato un sostenitore della democrazia. Ma tant’è. Bisogna fare chiarezza, allora, sull’idea democratica propugnata dal giurista di Plettenberg. Quella che noi tutti conosciamo è la democrazia liberal-borghese nata all’indomani della Rivoluzione francese. Una volta terminata la Grande Guerra attraversò una grave crisi, per poi tornare sulla ribalta della scena politica europea dopo la seconda guerra mondiale grazie alla vittoria degli Alleati.



Hans Kelsen, anche lui un grande giurista e rivale intellettuale di Schmitt, in Essenza e valore della democrazia scrive che << la lotta condotta contro l’autocrazia verso la fine del secolo XVIII e l’inizio del XIX fu, in essenza, una lotta per il parlamentarismo >>. Dunque, la forma in cui si è attuata quest’idea di democrazia è il parlamento, il quale nasce come luogo di emancipazione della classe borghese dal potere monarchico. La crisi della democrazia liberale di cui sopra può essere letta anche come la crisi del parlamentarismo. Partendo dalla critica schmittiana all’istituto parlamentare si può comprendere la sua peculiare visione di democrazia. Schmitt stigmatizza la figura del parlamento perché i suoi caratteri fondamentali come la discussione e la pubblicità sono venuti meno.

Il parlamento non è più il luogo della reciproca persuasione dove alcuni rappresentanti riescono a convincerne altri con argomentazioni razionali; la discussione si risolve in una trattativa economica volta a perseguire gli interessi egoistici dei partiti. Il carattere pubblico, invece, svanisce poiché l’accordo non si raggiunge più tra le parti in Parlamento, che ratifica semplicemente una deliberazione extraparlamentare tramite la messa in scena di una votazione in una seduta pubblica. Inoltre, lo strumento attraverso il quale il popolo si esprime in una democrazia parlamentare è la votazione segreta, tipica del mondo liberale, con cui il cittadino “entro dipositivi di sicurezza” e “non osservato” dà una sua preferenza agendo come un uomo privato e irresponsabile. La volontà popolare che emerge dalla consultazione consiste in una semplice maggioranza aritmetica di voti: niente di più inautentico e indiretto. Secondo Schmitt il parlamento, frutto dell’individualismo borghese ottocentesco, non è in grado di far fronte, ossia di istituzionalizzare le moderne democrazie di massa (poi sfociate nel fascismo e bolscevismo) , che, si badi bene, non sono necessariamente antidemocratiche bensì antiliberali. Il popolo della democrazia schmittiana non elegge i suoi rappresentanti in parlamento ma, come moltitudine riunita, esprime la sua volontà con il più diretto e primitivo esercizio dell’acclamatio.

Schmitt scrive ne La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo che il popolo è << un concetto del diritto pubblico. Il popolo esiste solamente nella sfera della pubblicità. L’opinione unanime di cento milioni di privati non è il volere del popolo e neppure l’opinione pubblica. Il volere del popolo può essere espresso democraticamente altrettanto bene e addirittura meglio per acclamazione, acclamatio, per il tramite della sua ovvia, inconfutata esistenza, piuttosto che mediante l’apparato statistico che, a partire ormai da mezzo secolo, è stato perfezionato con una così minuziosa esattezza. Quanto più grande è la forza del sentimento democratico, tanto più è sicura la cognizione che la democrazia è qualcosa di diverso da un sistema di registrazione di votazioni segrete. Di fronte ad una democrazia diretta – non solo in senso tecnico, ma anche in senso vitale – il parlamento scaturito dai ragionamenti liberali dà l’impressione di un meccanismo artificiale, mentre i metodi dittatoriali e cesaristici possono essere non solo il portato della acclamatio del popolo, ma anche manifestazioni dirette di sostanza e forza democratica >>. Il popolo non ragiona più come insieme di individui privati ma si presenta come omogeno. L’omogeneità di cui si parla deriva dal fatto che in una vera democrazia l’uguale viene trattato in modo uguale e il disuguale in modo disuguale: << la forza politica di una democrazia si mostra nel fatto che essa sa eliminare o tenere lontano ciò che, in quanto estraneo e disuguale, minaccia l’omogeneità >>.

All’uguaglianza universale di matrice liberale per cui ogni uomo è uguale agli altri in quanto uomo, che Schmitt riconosce essere una “visione del mondo individualistico-umanitaria”, viene preferita un’uguaglianza e un’omogeneità sostanziali: il popolo è omogeneo in quanto condivide gli stessi valori, la stessa tradizione e lo stesso suolo. Non è un organismo definito e istituzionalizzato ma una massa magmatica informe dotata di una sua omogeneità che, tuttavia, ha bisogno di un rappresentante sovrano capace di metterlo in forma. È il sovrano che lancia l’appello al quale il popolo risponde acclamando unanimemente. L’individuo non è più isolato ma è membro di un’unità politica; viene così alla luce l’antitesi fra l’individualismo liberale e l’omogeneità democratica.

La democrazia favorita da Carl Schmitt è quindi quella plebiscitaria; la vera democrazia in quanto priva delle corruzioni del liberalismo borghese. Essa è l’espressione immediata e diretta della volontà del popolo nella sua presenza concreta ed esistenziale. Soprattutto, la democrazia plebiscitaria ha saputo rispondere alle esigenze delle società di massa post 1918 in cui gli individui erano desiderosi di sentirsi personalmente coinvolti e al tempo stesso richiedevano un’autorità forte in cui identificarsi. Alla luce del suo pensiero si comprende bene l’adesione di Schmitt al regime nazionalsocialista il quale aveva comunque dentro di sé una radice democratico-plebiscitaria. Per il grande giurista la dittatura dei sistemi cesaristici non è antidemocratica bensì antiliberale. Come lui stesso sottolinea: << La dittatura è l’antitesi della democrazia tanto poco quanto la democrazia lo è della dittatura>>.

Simone Mela

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