Roma, 13 feb – Ricorre oggi, 13 febbraio, l’anniversario di un fatto storico che sempre più sembra andare verso l’oblio, nonostante la sua importanza per la storia italiana. Quest’anno sono infatti 515 anni (numero dantesco particolarmente importante proprio per i destini dell’Italia) dalla Disfida di Barletta, un duello avvenuto tra tredici cavalieri italiani e tredici cavalieri francesi nel 1503. Parliamo ovviamente di un periodo in cui l’Italia politicamente non esisteva, divisa in vari regni e ducati i cui i più importanti erano quelli di Savoia, di Milano, di Venezia, Firenze, Lucca, Modena, Siena, Ferrara, Sicilia, Napoli e ovviamente lo Stato Pontificio. E, come è accaduto dal medioevo ad oggi tranne che per una breve parentesi di venti anni nel XX secolo, l’Italia era anche allora un terreno di scontro tra potenze straniere che vista la mancanza di un governo e di uno stato unitario si sfidavano banchettando sulla penisola per il controllo del Mediterraneo.

Eppure, quella particolare sfida fu uno dei momenti cardinali per la nascita di quello spirito italiano che andava al di là dei campanilismi locali e la cui fioritura avrebbe dato i suoi frutti nel Risorgimento e poi nel Fascismo. La famosa sfida si inserisce nella disputa tra Aragona e Francia per il dominio del Regno di Napoli. In seguito al trattato di Granada del 1500, la Francia di Luigi XII e il regno di Aragona di Ferdinando II si accordano sulla spartizione del regno di Federico I di Napoli, invadendolo i primi da nord e i secondi da sud. Ma la convivenza franco-aragonese è tutt’altro che pacifica e i due eserciti invasori si scontrano più volte nei territori contesi. Nel 1502 inizia la guerra vera e propria tra i due eserciti. In aiuto degli spagnoli, inferiori di numero, interviene l’influente famiglia italiana dei Colonna, cui seguono molti soldati di ventura italiani, tra cui il più noto era Ettore Fieramosca da Capua, nato da una nobile famiglia di Rocca d’Evandro e distintosi fin da giovanissimo per le sue doti militari.

Si era ancora in un’epoca cavalleresca in cui onore e rispetto per il nemico erano considerati sacri, e non era strano che accadesse che dei soldati francesi fatti prigionieri venissero invitati dai loro avversari vittoriosi a partecipare ad un banchetto indetto da Consalvo di Cordova, comandante in capo delle truppe aragonesi. Fu in un simile banchetto, il 15 gennaio del 1503, che il nobile Charles de Torgue soprannominato Monsieur Guy de la Motte si permise di mettere in discussione il valore dei soldati italiani. E poiché in quell’epoca cavalleresca e di onore un simile affronto poteva richiedere il risarcimento del sangue, gli italiani presenti difesi anche da Íñigo López de Ayala chiesero che l’offesa venisse ripagata con un duello alla pari: tredici soldati italiani, guidati da Ettore Fieramosca, avrebbero sfidato a duello tredici soldati francesi, guidati proprio da de la Motte, per dimostrare il valore degli italiani. Prospero e Fabrizio Colonna aiutarono Fieramosca a “costruire” la squadra dei tredici.

Alla fine al noto capitano di ventura capuano si unirono il siciliano Francesco Salomone, noto burlone e seduttore divenuto soldato di ventura per sfuggire alla legge per l’uccisione di un coetaneo quando era giovanissimo; il napoletano Marco Corollario, noto per l’impeto con cui affrontava i nemici; Riccio da Parma soprannominato “strenuo uomo”; il palermitano Guglielmo Albimonte, anch’egli divenuto soldato di ventura per fuggire alla legge vista il suo temperamento che lo aveva portato a uccidere chi lo aveva offeso; Mariano Abignente da Sarno; Giovanni “Capoccio di Roma”, soprannominato così per la sua grossa testa e forse figlio di un patrizio romano; Giovanni Bracalone de Carlonibus, detto Giovanni Brancaleone; Ludovico Abenavoli, discendente della famiglia normanna che fondò Aversa; Ettore Giovenale, detto Peraccio Romano; Fanfulla da Lodi; Romanello da Forlì; Ettore de’ Pazzis.

Il 13 febbraio nella piana tra Andria e Corato si svolse il duello. La vittoria italiana fu totale. Secondo la ricostruzione, i tredici di Fieramosca “giocarono all’italiana”, arretrando e attendendo la carica dei francesi mantenendo salde le linee e lasciando disorganizzati i francesi che si erano lanciati con troppa sicurezza. Sembra che nello scontro iniziale Fanfulla, Capoccio e Bracalone caddero da cavallo ma uccisero subito i cavalli francesi costringendo a piedi gli avversari, che vennero poi sconfitti uno a uno nello scontro con spade e scuri. Sempre secondo alcune ricostruzioni Corollario e Abenavoli finirono addirittura fuori dal campo per la foga con cui si erano lanciati contro l’avversario.
Gli italiani festeggiarono a lungo mentre i francesi, sicuri della vittoria, non avevano portato neanche i soldi per il loro eventuale riscatto tanto che fu Consalvo stesso a pagare di tasca propria per rimetterli in libertà.

La sfida fu ovviamente un episodio marginale a livello militare e anche nella storia delle guerre che videro l’Italia come terra di scontro tra nazioni nel XVI secolo. Eppure ebbe una grande importanza per lo spirito patriottico italiano. Il fatto che si volesse difendere l’onore degli Italiani, e non dei napoletani o dei ferraresi o dei veneziani; il fatto che tra i tredici ci fossero soldati provenienti dalla penisola intera, chiamati proprio a difendere l’onore dell’Italia intera; il fatto che già allora, nonostante le divisioni politiche e militari ci fosse già chi si sentiva un popolo la cui storia e il cui onore andavano difesi e che esigeva rispetto anche dalle grandi potenze; il fatto che tredici guasconi, meno attrezzati, ritenuti di basso rango seppur nobili di antichissimo lignaggio eppure dotati di volontà e di spirito ardimentoso e patriottico abbiano potuto avere la meglio su soldati delle nobili nazioni più grandi che guardavano l’Italia solo come una espressione geografica. Tutti questi sono elementi che ebbero un grande peso nella storia patriottica italiana. Di fatto la Disfida fu una pietra angolare per la storia dei futuri movimenti per fare l’Italia.

E infatti in pieno Risorgimento la storia di Fieramosca e dei suoi soldati fu ripresa dal patriota Massimo d’Azeglio che scrisse l’opera più famosa sul fatto, Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, da cui furono tratti ben tre film di cui uno in piena spinta interventista, nel 1915 e uno durante il Fascismo, nel 1938, diretto da Biasetti, uno dei registi più amati per la propaganda di regime e già autore del film sulla marcia Vecchia Guardia e del filo-risorgimentale 1860 con cui rivendicava la continuità tra camicie nere e camicie rosse, come a sottolineare il fil rouge della storia italiana da Fieramosca a Mussolini passando per Garibaldi e Mazzini, tutte tappe fondamentali di un percorso unico. Del tutto diverso il film del 1976 Il Soldato di Ventura con Bud Spencer, una commedia solo liberamente tratta dal fatto storico che evidenzia quasi fino al caricaturale la guasconeria e la mancanza di mezzi degli italiani, ma che nella parte finale sembra voler ricordare come dai peggiori cliché sugli italiani in realtà possa nascere un popolo fiero e capace di stupire i popoli del mondo intero qualora fosse mosso da un vero sentimento nazionale. “Non rappresentate che voi stessi, il vostro orgoglio personale, il vostro gusto per le bravate. Corsari, ciarlatani, biscazzieri, malviventi. Tuttavia uomini come voi sono merce rara” dice il comandante spagnolo osservando con ammirazione l’entrata in campo della sgangherata truppa italiana, che di lì a poco avrebbe avuto ragione di 13 nobili cavalieri blasonati. Alla fine, sembra di sentir parlare proprio delle camicie rosse o delle camicie nere.

Carlomanno Adinolfi

 

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