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Terza e ultima parte parte della nostra inchiesta sul tema della disinformazione e delle fake news: qui e qui la prima e la seconda puntata

Roma, 2 giu – L’ipotesi che la denuncia dell’ingerenza informatica russa nelle elezioni presidenziali statunitensi e nelle elezioni europee potrebbe essere parte di un’operazione condotta da qualche servizio segreto al fine di screditare i soggetti (Lega e M5S in Italia, Donald Trump negli USA) che sarebbero favoriti da tale complotto. Questa tesi non può essere però sostenuta, perché manca la benché minima prova per sostenerla. Esistono tuttavia alcuni interrogativi, alcuni aspetti della cospirazione russa che meritano attenzione e che devono essere considerati, se non altro per dare a tale cospirazione il giusto peso.

In primo luogo, è bene domandarsi quanto grave sia la presunta cospirazione informatica, vale a dire quanto peso effettivamente abbia l’attività dei troll russi sulle scelte politiche degli utenti del web. Ad un esame superficiale, il numero di messaggi lanciati da queste entità informatiche fa alzare le orecchie; ma è sufficiente considerare il numero esorbitante di messaggi che ogni giorno circolano in rete per rendersi conto che il loro peso è quasi irrilevante (così come era quasi irrilevante il peso che avevano i volantini comunisti o gli incontri clandestini in qualche scantinato negli USA durante la Guerra Fredda). Sostenere che la Russia possa significativamente indirizzare le sorti della politica europea attraverso queste cellule informatiche (o virtuali) è semplicemente un errore di giudizio, come lo era assumere che gli entusiasmi di alcuni ristretti gruppi comunisti negli USA degli anni ’50 (e ancor più in seguito) potessero portare alla rivoluzione mondiale (il grande sogno di Lenin ma già non più di Stalin): l’allarmismo nei confronti del complotto comunista era parte di una specifica propaganda anticomunista, una propaganda efficace (come dimostra l’accettazione passiva da parte degli statunitensi della cosiddetta caccia alle streghe, avviata dal Senatore anticomunista Joseph McCarthy), perché basata sull’assunto del parlamentare anticomunista Richard Crossman che «il modo migliore per fare buona propaganda è non far mai apparire che si sta facendo propaganda».

Questo è ancor più vero se si considera ciò che in psicologia viene definito il bias (o pregiudizio) della conferma, il meccanismo psicologico tale per cui le persone, poste di fronte a diverse informazioni, tendono a selezionare e considerare come rilevanti quelle che confermano le loro credenze già acquisite. Gli studi sul bias della conferma mostrano che un individuo che ha specifiche credenze manterrà tali credenze o addirittura le rafforzerà anche se messo di fronte a evidenze che le disconfermano. Nel caso in questione, ciò significa che le immagini e i messaggi provocatori lanciati dai troll non avrebbero alcuna influenza su coloro che hanno credenze diverse rispetto a quelle che tali messaggi e immagini veicolano, mentre chi già assume posizioni compatibili con quelle cui le informazioni lanciate dai troll inducono non farebbe che rafforzare le sue credenze: quindi, un video, per esempio, in cui si vedono dei migranti compiere degli atti violenti non indurrebbe né “convertirebbe” un elettore proimmigrazione a un atteggiamento meno accogliente, mentre rafforzerebbe le perplessità di chi già nutre posizioni più critiche nei confronti di tale fenomeno. Stando così le cose, la cospirazione informatica organizzata dalla Russia, che deve essere costata un bel po’ di soldi e di fatica, non avrebbe alcun esito significativo, dal momento che non muterebbe quasi per nulla lo status quo (al più, potrebbe esacerbare le avversità fra le fazioni politiche): insomma, soldi spesi per niente; forse è perché i servizi segreti russi hanno dimenticato di chiedere la consulenza di uno psicologo? O forse, quando l’operazione è stata pianificata, non ce n’era uno disponibile?

L’analisi delle reazioni suscitate dalle rivelazioni sull’ingerenza russa mette in luce un paradosso, che sussiste quando si considera, da una parte, l’accondiscendenza con la quale non soltanto gli esponenti delle fazioni politiche avverse a Trump e a Lega e M5S (il PD ha addirittura chiesto l’istituzione di un’apposita commissione di inchiesta parlamentare per indagare sulle ingerenze russe) ma anche i membri del mondo intellettuale, che per la maggior parte non nutrono simpatie verso tali entità politiche, hanno accolto le rivelazioni sulla cospirazione russa e, dall’altra, l’atteggiamento ipercritico degli intellettuali nei confronti della teoria del complotto: ormai da diversi decenni la teoria del complotto, intesa come il meccanismo soggiacente alla creazione delle cosiddette teorie cospirative (che hanno avuto e hanno un peso importante nel veicolare l’opinione pubblica), è oggetto di studio approfondito da parte degli intellettuali, che hanno maturato rispetto a tale fenomeno un atteggiamento che è insieme di snobismo e di ipercritica; come mai, allora, lasciano che una teoria cospirazionista come quella del Russiagate, che recupera molti stereotipi della teoria del complotto classica (il grande manovratore, le cellule infiltrate nella società civile, ecc.) si diffonda senza nemmeno mettere in discussione, perlomeno sui media ad alta diffusione, tale teoria, senza sottolinearne i punti deboli? Per rispondere a tale domanda sarebbe necessario più spazio di quello di cui qui disponiamo ma la risposta può essere tranquillamente sintetizzata: perché gli intellettuali (italiani e non solo) stanno sempre dalla parte del potere; e siccome il potere è ancora rappresentato, per quanto riguarda la politica estera italiana, dagli USA, gli intellettuali non hanno interesse a mettere in discussione le rivelazioni sul Russiagate. Si può inoltre aggiungere che l’atteggiamento ipercritico degli intellettuali nei confronti delle teorie cospirative va a favore dell’establishment politico-finanziario: condannare come teoria cospirativa, quindi come idiozia, qualsiasi tesi che sostenga l’esistenza di gruppi di potere forti che hanno, seppur nascostamente, un peso rilevante nell’indirizzare la politica e la finanza del mondo (si pensi al gruppo Bilderberg) significa appoggiare, se esistono, tali gruppi, permettere loro di agire senza essere disturbati.

Al di là di queste considerazioni, permangono alcune domande: non è curioso che i troll individuati e denunciati veicolino posizioni populiste e antieuropeiste, mentre nessuno dei soggetti denunciati difenda posizioni opposte, di estrema sinistra o posizioni filoeuropee? Vogliamo forse credere che i gruppi sovversivi di sinistra o legati all’ambiente dell’anarchismo non utilizzino il web per veicolare messaggi dal forte contenuto emotivo? E non è curioso che questo scandalo sia scoppiato in un contesto politico nel quale i cosiddetti partiti populisti stanno sempre più prendendo piede, minacciando così gli equilibri di potere prima esistenti? Oltre a questi interrogativi (che mettono in luce, lo ripetiamo, coincidenze prodigiose), altri bisogna porsene quando si considera la facilità con cui l’ingerenza russa è stata smascherata: possiamo ragionevolmente supporre che i servizi segreti russi siano così sciocchi da farsi beccare con le mani nel sacco? Che i loro sistemi di difesa siano così deboli che un sito come FiveThirtyEight.com (sito legato a doppio filo al New York Times, quotidiano liberal che ha esplicitamente sostenuto Hilary Clinton alle ultime elezioni presidenziali statunitensi) possa non soltanto svelare la loro attività ma anche ricondurre a loro tale attività o che una giornalista, per quanto competente, come Lyudmila Svchuk possa infiltrarsi sotto copertura in una “fabbrica di trolls” e svelare al mondo il loro funzionamento (stanze piene di PC con persone che lavorano senza tregua, sezioni, uffici, ecc.) oppure, ancora, che collaboratori all’attività russa, come l’informatico Marat Mindiyarov, possano andarsene in giro a rilasciare interviste svelando i misteri di questo complotto? Non è curioso che i media dispongano di tutte queste notizie? E l’immagine del grande ragno informatico che tesse la sua tela sul mondo, del grande burattinaio (Putin, in questo caso) che muove gli elettori come se fossero le sue marionette, del grande occhio che spia tutto, non ci ricordano le immagini utilizzate nella propaganda antisemita, dove la Russia era sostituita con la comunità ebraica e Putin con qualche ebreo dal naso aquilino? Certo, è possibile che i membri dei servizi segreti russi abbiano bevuto troppa vodka; o è possibile, invece, che sia chi crede al complotto ad averne tracannata un po’ troppa.

Edoardo Santelli