spagna-disoccupazioneMadrid, 22 nov – Nonostante quasi un anno senza governo, la Spagna continua a crescere: è il 37esimo mese consecutivo che l’economia iberica è in territorio positivo, trainata dai comparti auto, alimentare e tabacco. Crescono soprattutto, nel quadro macroeconomico, le esportazioni, salite dell’1,2% mentre continua una ridursi il deficit commerciale, calato del 29% nei primi tre trimestri di quest’anno grazie anche alla costante contrazione dell’import.

Una performance, quella della Spagna, quasi incredibile se si pensa alla devastante crisi che colpì la penisola all’epoca del crollo del mercato immobiliare. Ma che, ad oggi, le permette di batterci su molti terreni. “Nonostante la domanda
mondiale nei confronti dei due Paesi sia cresciuta a ritmi simili, l’export spagnolo è cresciuto molto più rapidamente di quello italiano: 33% contro 5%“, spiega Standard&Poor’s in un rapporto nel quale mettere a confronto le due economie. La Spagna “è stata capace – continua il rapporto di spostare una quota delle proprie esportazioni sui mercati emergenti e l’Asia in particolare, aumentando le sue quote di export verso l’Asia (escluso il Giappone) al 9% nel 2016 dal 5% del 2007”. Due indizi che fanno una prova: l’aumento strabiliante delle esportazioni e il fatto che queste abbiano trovato un traino nell’estremo oriente induce a pensare che l’austerità abbia avuto successo. Stiamo parlando del connubio disoccupazione/bassi salari, con la prima al 21% mentre gli stipendi netti sono fra gli ultimi in Europa. Come competere altrimenti con chi – estremo oriente in primis – fa della compressione dei salari la sua forza? Non c’è altro modo, ecco spiegato il successo: si chiama svalutazione interna, unica via possibile per riassorbire i differenziali interni all’area della moneta unica. E’ ciò che è stato imposto a Italia e, in misura maggiore, a Grecia e appunto Spagna.

Sangue di Enea Ritter

A sottolineare la circostanza è la stessa S&P, che riconosce come buona parte del successo spagnolo (e irlandese, e portoghese) sia dovuto al calo del costo del lavoro, mentre in un’Italia sofferente questo è aumentato grazie soprattutto all’incremento dei salari reali di questi ultimi mesi. Aumento che non si tradurrà però in un ritorno alla crescita, dato che il problema resta sempre l’oscuro elemento della ‘produttività’. Vale a dire quel parametro tanto più forte quanto i salari decrescono (per capirci: nei dintorni di Madrid il salario minimo per legge è sotto i 4 euro l’ora) mentre aumenta – sempre come nel caso della Spagna – la quota di profitto delle aziende sul Pil. La domanda sorge spontanea: per quanto potrà durare questa corsa al continuo ribasso?

Filippo Burla

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