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Roma, 25 set – In un articolo apparso su Il Fatto Quotidiano il 3 giugno 2016, Francescomaria Tedesco, professore di filosofia politica e ricercatore in filosofia del diritto, metteva in evidenza il ruolo sempre più marginale che gli intellettuali hanno avuto nei governi degli ultimi trent’anni. L’autore sottolineava che “c’è, tra gli intellettuali, una sorta di scuorno a dichiarare pubblicamente un qualche interesse per certe forme etichettate dalla politica mainstream come populiste”, a causa di “un certo conformismo”, tipico del mondo intellettuale, “che porta alla stigmatizzazione di alcune posizioni, senza volerle discutere nel merito”. Questa stigmatizzazione è il risultato, dice l’autore, della disillusione che ha colpito gli intellettuali, quando hanno capito quanto irrilevante fosse il loro apporto alla società. Tale stigmatizzazione ha a sua volta ulteriormente alimentato la diffidenza della politica nei confronti degli intellettuali, giudicati da diversi leader politici, da Craxi a Renzi, come dei parrucconi che hanno tempo di dedicarsi ai sofismi.

Riferendosi alla categoria degli intellettuali, Tedesco fa riferimento agli ex comunisti (cioè, ai cosiddetti intellettuali di sinistra): “i comunisti”, che venivano etichettati come “i barbari, i sovversivi, i pericolosi”, sono proprio coloro che, paradossalmente, hanno poi costruito una “retorica aristocratica fondata per lo più sulla cosiddetta egemonia culturale”, un’egemonia entrata in crisi già ai tempi di Berlinguer (e, aggiungo io, definitivamente precipitata con lo disgregarsi della classe operaia e lo sviluppo della società post-industriale). Le considerazioni di Tedesco toccano un tema interessante – il ruolo che oggi l’intellettuale, se ancora esiste, deve assumere all’interno della società – ma si presentano superficiali e incomplete, oltre che imparziali: scopo dell’autore è, come si legge nell’ultimo paragrafo dell’articolo, sostenere che anche i movimenti populisti hanno bisogno degli intellettuali (insomma, un mettersi su piazza).
L’accusa di imparzialità è giustificata dall’osservazione che l’autore utilizza la nozione di intellettuale (una nozione che ha una connotazione positiva) per indicare solo una ristretta parte di coloro che appartengono a questa categoria. In particolare, egli utilizza tale nozione per designare quella (ormai ristretta) parte di persone che, dopo aver militato più o meno attivamente in movimenti o partiti di sinistra (in primis, il PCI), hanno avuto accesso a ruoli di prestigio nell’accademia e nel mondo della cultura in generale (autori, editori, ecc.), affermandosi nei campi umanistici più che scientifici o tecnici (in parole povere, si parla di filosofi e non di ingegneri, di letterati e non di informatici, ecc.). Naturalmente, questa scelta è del tutto parziale e assolutamente superficiale: l’etichetta “intellettuale” – seguendo la definizione che ne dà il vocabolario Treccani – include anche i giuristi, gli economisti, i professionisti, i medici, ecc., indipendentemente dalla provenienza politica o ideologica (sebbene, si intende, un docente di filosofia che si dicesse favorevole a Salvini sarebbe immediatamente emarginato dai colleghi, tanto per fare un esempio). Se è così, l’obiezione a Tedesco sorge spontanea: non è affatto vero che gli intellettuali non hanno più peso nelle scelte politiche; è vero invece che alcuni intellettuali – gli ex barricadieri che si occupano del sesso degli angeli – non hanno più un ruolo: sfido l’autore a indicarmi un governo degli ultimi trent’anni che non includesse fra i suoi ministri professori universitari o professionisti (anzi, l’attuale governo M5S-Lega è composto in prevalenza da esponenti di tali categorie, a partire dal Prof. Giuseppe Conte).
Ho parlato degli ex barricadieri perché soltanto loro permangono ottusamente all’interno di una dialettica fine a se stessa, di un circolo culturale autoreferenziale destinato ad esaurirsi con la loro dipartita. In realtà, si può percepire anche all’interno del mondo intellettuale (come lo intende l’autore) un interesse verso i movimenti populisti e i nuovi (ma in realtà i più antichi del mondo: povertà, disuguaglianza, ecc.) problemi che la politica deve affrontare: certo, mostrare tale interesse significa scontrarsi con l’ottusità dei padroni, dei baroni universitari e dei loro tirapiedi (spesso persone che restano precarie fino a quarant’anni, e preferiscono la sottomissione, o l’esilio, alla presa di posizione), ma questo non impedisce ad alcuni valorosi di dire la loro. L’esempio più lampante nel settore della filosofia – settore che in parte conosco essendo dottore di ricerca in filosofia e linguistica – è certamente Diego Fusaro, filosofo di prestigio e saggista proficuo, che ha dedicato la sua vasta preparazione e competenza allo studio e, talvolta, alla difesa, almeno rispetto a certi punti, dei nuovi movimenti politici, dimostrando una notevole lungimiranza (solo per citare un caso, fu uno fra i primi a predire l’unione M5S-Lega, un’unione all’insegna di una nuova contrapposizione nel mondo politico, non più fra destra e sinistra, ma fra élite e popolo, fra sostenitori del sistema e avversari del sistema). Come era prevedibile, Fusaro è stato apprezzato dal pubblico, che ha visto in lui un intellettuale capace di cogliere il senso della realtà e di dipanarla, mentre rimane oggetto di pregiudizio e di scherno all’interno della comunità accademica.
Tedesco ha perfettamente ragione nel sostenere che la classe intellettuale degli ex comunisti si è costruita una retorica aristocratica e si è chiusa in se stessa. Questo, però, non è dovuto ad una disillusione rispetto al proprio ruolo (questa giustificazione mantiene in buona luce tale categoria); è dovuta ad un motivo ben più pratico e egoistico: il desiderio di mantenere il potere. La storia degli ex comunisti intellettuali è presto detta: sull’onda del boom economico e dell’affermazione della sinistra di stampo marxista e operaista (che, dopo la rovinosa caduta del Fascismo, era di fatto la sola forza in campo degna di questo nome), i giovani esponenti dell’alta borghesia (si ricordino le parole di Pasolini) organizzarono quella rivoluzione fittizia (o pseudorivoluzione, come ebbe a definirla Umberto Eco) nota come rivoluzione del ‘68, che, utilizzando la difesa dei diritti degli operai e della classi più deboli e la rivolta contro il potere costituito (che loro ancora identificavano con il Fascismo, ormai morto da vent’anni), permise loro, rovesciando del tutto il sistema accademico precedente, di infiltrarsi nel mondo accademico e di ottenere, ancora giovanissimi, cariche importanti nelle università e nel mondo della cultura. Una volta compiuto questo golpe – perché di questo si trattò – fecero ciò che ogni rivoluzionario con un po’ di cervello fa: instaurarono un nuovo regime ideologico, che stabiliva che, per poter essere un vero intellettuale e, soprattutto, per poter avere la possibilità di accedere all’università, di scrivere sui giornali, di pubblicare con case editrici serie, ecc. bisogna condividere un insieme di valori, che includeva l’antifascismo, la difesa dei diritti umani, il terzomondismo, e molti altri di cui si sta da troppo tempo abusando per difendere atteggiamenti violenti (l’antifascismo, spesso utilizzato come pretesto per azioni di violenza fisica e verbale) e per alimentare un buonismo che sta distruggendo la nostra società. Questa stigmatizzazione valoriale è andata di pari passo con l’atteggiamento di chiusura e autoreferenzialità indicato dall’autore, che è funzionale al mantenimento del potere in un sistema di radicalizzazione ideologica.
Infatti, un sistema ideologico dittatoriale è preservato in due casi: se le persone lo difendono ciecamente; oppure se parlano d’altro. E queste sono esattamente le cose che succedono fra gli intellettuali: da una parte, i membri del club intellettuale continuano a difendere i valori proposti quarant’anni fa, senza alcun spirito critico (tantoché l’accusa di neofascismo potrebbe essere rivolta proprio a questi signori, se con “fascismo” intendiamo un atteggiamento di radicalizzazione ideologica e indottrinamento); dall’altra, non si occupano più dei problemi reali e delle ideologie, ma di problemi che non esistono, creati a tavolino per il puro piacere della speculazione. Rispetto a quest’ultimo punto, mi si conceda di dire che, avendo io personalmente frequentato per tre anni il mondo della filosofia accademica, mi sono spessissimo ritrovato offeso e imbarazzato per quello che ho sentito durante i seminari: il lettore non addetto ai lavori potrebbe pensare che lo stia prendendo in giro quando dico che ho assistito a seminari – che comportavano spesso spese di viaggio e di pernottamento per esimi professori esteri – in cui si discuteva per ore se non giorni al fine di stabilire se esista necessariamente (cioè in tutti i mondi possibili) la figlia di Kennedy e di Marylin Monroe, se Sherlock Holmes esista in tutti i mondi possibili, se vi sia qualche differenza ontologica o metafisica fra il Don Chisciotte di Cervantes e quello di Alonzo Fernandes, se ci sia qualche differenza concettuale fra mente e cervello, e così via in una lunga lista che, se non fosse che per studiare queste sciocchezze si impiegano fondi che potrebbero essere devoluti a scopi più nobili, sarebbe anche una simpatica barzelletta.
Prendete un elenco della bibliografia dei professori di un dipartimento di filosofia di qualche università, e non crederete ai vostri occhi, leggendo i titoli. L’utilità di questi temi è però evidente: se mi devo scervellare per capire se è corretto dire che ho decapitato qualcuno nel caso in cui decapiti un uomo con due teste, o se Giuseppe Conte sia la stessa persona (cioè sia Giuseppe Conte o sia identico a se stesso) anche in un mondo possibile in cui non è Presidente del Consiglio o in cui ha genitori diversi, o se di una macchina che sia in grado di parlare l’italiano si possa effettivamente dire che parla italiano come lo parlo io (vi assicuro che su questi problemi c’è una biografia sterminata: anzi, sono spesso alla base della fondazione di subdiscipline della filosofia), certo non mi metterò a domandarmi se il regime ideologico cui sono costretto ad adeguarmi se voglio far parte del mondo degli intellettuali sia corretto o meno. Forse, questa non è nient’altro che la strategia della distrazione. Questo sistema soffocante ha gravi conseguenze. La più evidente è che il lavoro intellettuale degli ex comunisti intellettuali diventa del tutto autoreferenziale, e cade spessissimo nell’inutilità più assoluta una volta che lo si collochi al di fuori del club in cui viene praticato. Questo non sarebbe grave se non fosse per il fatto che questi giochetti costano: costano non soltanto in termini di spesa (stipendi, spese per le conferenze, ecc.), ma anche in termini sociali (se pensiamo a quanto danno ha già fatto e fa il buonismo e l’ideologia dominante in questi settori).
Stupisce il fatto che Tedesco si preoccupi di sottolineare – erroneamente, come abbiamo visto – che gli intellettuali sono esclusi dal mondo politico, ma tralasci di mettere in evidenza un fatto ben più importante e fondato, e cioè che, ad oggi, la popolazione (l’uomo medio, che rappresenta la fetta più importante della popolazione e che è il perno su cui poggia l’economia e la coscienza sociale) ha perso completamente la fiducia nell’attività critica e costruttiva degli intellettuali. Le prove di questo vengono non soltanto dalle analisi statistiche, ma anche dalle notizie che ogni giorno leggiamo sui giornali, che mettono in luce in modo incontrovertibile l’insofferenza della popolazione nei confronti di coloro che, barricati nei loro privilegi (professori universitari, scrittori radical chic, intellettuali che dirigono qualche organizzazione no-profit, ecc.), sputano sentenze contro coloro che invece vanno incontro ai bisogni dell’uomo medio (pensiamo alle reazioni registrate sui social network nei confronti di certi personaggi che criticavano Salvini per le sue decisioni in merito alle navi cariche di migranti, o alle reazioni avute contro il Dott. Raffaele Ariano, ricercatore in filosofia, per la sua denuncia contro la capotreno che ha invitato un gruppo di rom a scendere). Questa insofferenza è dovuta, principalmente, al fatto che la popolazione ha preso consapevolezza del reale scopo degli intellettuali: l’uomo della strada si è sentito tradito dagli intellettuali che, dopo aver urlato nelle piazze, si sono barricati nei loro ruoli e hanno costituito vere e proprie caste autosufficienti, una delle quali, quella accademica. Complice di ciò, almeno nel caso dell’accademia, la consapevolezza ormai acquisita, grazie a continue denunce e recentemente anche ad inchieste, dell’assoluta mancanza di meritocrazia che caratterizza questi ambienti, dove la relazione personale e il servilismo sono più importanti delle competenze e dei risultati scientifici ottenuti.
Alla luce di questa premessa, è perfettamente comprensibile l’atteggiamento di quegli elettori che, prima sostenitori del PCI (o anche del PD), sono poi passati a votare la Lega o il M5S: quegli elettori hanno capito, chi prima, chi dopo, che i loro diritti – il diritto ad avere un lavoro, una pensione degna di questo nome, delle garanzie contrattuali, una sanità accessibile, ecc. – non erano più tutelati dagli intellettuali (ex comunisti), ma forse da quei movimenti che vengono disprezzati proprio dagli ex comunisti, che li definiscono “populisti”. Il termine “populista” è oggi usato dall’élite con lo stesso disprezzo con cui “comunista” era usato dall’élite borghese per etichettare gli studenti (appartenenti, e qui sta il paradosso, proprio all’élite borghese) che scendevano in piazza con megafono e bandiere – esattamente come fanno, o facevano, Di Maio e Salvini – per difendere i diritti dell’uomo medio. E gli aggettivi qualificativi che accompagnano il sostantivo “populista”, e cioè “barbaro”, “ignorante”, “superficiale”, e molti altri che tutti conosciamo sono esattamente gli stessi che accompagnavano il sostantivo “comunista” negli anni Sessanta e Settanta (tranne, forse, che per “sporco”: “lo sporco comunista” è dovuto al fatto che molti dei barbuti e cappelluti barricadieri della piazza avevano un’igiene di cui è più che lecito dubitare). Questo perché l’accusa di essere ignorante, superficiale, privo di conoscenza politica, ecc. è usata dall’élite dominante, quale che essa sia, per attaccare chiunque metta in discussione i suoi privilegi all’insegna di una maggiore eguaglianza sociale.
Edoardo Santelli

1 commento

  1. Bellissimo articolo.Si sono arrubbati di tutto, la RAI, i giornali, le università, e dopo essersi arricchiti adesso hanno i poliziotti che gli fanno la guardia sotto casa.E se tu protesti perchè un immigrato ti orina davanti casa tua (dove non ci sono poliziotti) ti dicono che sei uno stronzo.Sono certo che tra qualche anno ci sarà una rivolta in tutta europa e se ne vedranno delle belle.

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