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Ecco perché non ci è piaciuta la serie di Zerocalcare

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Tutti parlano a sproposito di Zerocalcare e della sua serie su Netflix “Strappare lungo i bordi“. In questi giorni, mentre i media schierati strombazzano che ha superato “Squid Game” e che è il titolo del momento, si è pure acceso un (finto e inutile) dibattito sul romanesco. Sì, perché anche se l’autore non è né romano né borgataro (ha frequentato il prestigioso Chateaubriand ché la mamma è francese), la serie è in dialetto spinto, a volte un po’ forzato. E ovviamente si svolge in periferia, a Roma Est. Tra i deliri registrati su questa storia del dialetto – che ovviamente non è un problema, visto il successo della serie (che ha pure i sottotitoli) – segnaliamo quelli di chi scomoda Pasolini, il neorealismo, il dialetto napoletano – “E allora Gomorra?”. Noi ci limitiamo a dire che in italiano non avrebbe avuto senso, non avrebbe fatto ridere e sarebbe stata piena di bestemmie (visti i “porcoddue” che fioccano).

I deliri sul successo della serie vanno ridimensionati

Ma questa rubrica è nata per parlare a proposito, in modo circostanziato, rispetto alla logorrea della vulgata. A rappresentare le iperboli che incoronano l’autore come una specie di genio drammaturgico, citiamo su tutti Tomaso Montanari. Il quale è arrivato a dire che Zerocalcare dovrebbe essere il prossimo presidente della Repubblica (d’altronde se lui è rettore…). Ecco, noi vogliamo analizzare il prodotto. Una serie di animazione da sei puntate che durano intorno ai venti minuti: si vede tutta in una botta, infatti. Senza dilungarci sull’autore, il suo passato. Il fatto che sia un questurino antifascista militante legato a doppio filo al solito giro radical chic de L’Espresso, Propaganda Live e tutta quella sinistra finta alternativa che occupa le casematte della cultura e dello spettacolo.

Ecco chi è Zerocalcare, altro che sfigato



In sostanza, Michele Rech in arte Zerocalcare è uno che campa di arte – disegna fumetti – e fa un sacco di soldi. E ci è riuscito sia per meriti personali che per tutta la filiera che sostiene e sponsorizza chi va per centri sociali, sta con i curdi, fa le locandine delle cose dei compagni. E’ uno sfigato di successo. O almeno è quello che vorrebbe far credere. Sì, perché quello è il personaggio, non il tizio in questione. Rech è uno che cavalca l’onda del successo e che infatti ha iniziato giovanissimo a collaborare con Repubblica e ora si è buttato a pesce su Netflix. D’altronde i Maneskin hanno “iniziato” da X Factor. Sono le basi del mestiere, insomma.

Un antifascista militante su Netflix? E’ lo showbiz, babe

La questione Netflix poi si risolve con una immagine plastica di cui sono stato accidentale osservatore. Qualche sera fa ero al cinema a vedere The French Dispatch (no, non farò la recensione: tranquilli) e davanti a me c’erano degli anzianotti che si sono divisi sul promo del nuovo film di Sorrentino. Nel trailer viene annunciata l’uscita in sala e quella su Netflix. Da qui i commenti. Da un lato, “Ah, perfetto: ce lo vediamo su Netflix”: segno che per l’anzianotto numero uno Sorrentino non merita l’onore della sala rispetto a Wes Anderson. Dall’altro, l’anzianotto numero due che sbotta: “E basta con questa Netflix, ormai sta ovunque: non se ne può più”. Il cinema era di quelli che hanno una programmazione che sulla carta non dovrebbe avere nulla a che spartire con le piattaforme streaming e i titoli blockbuster. La mia compagna ed io – che abbassiamo di molto l’età media in sala – lo chiamiamo affettuosamente “il cinema dei vecchietti”. In conclusione: Sorrentino e Zerocalcare su Netflix, e allora? E’ lo showbiz, babe.

Una serie non per tutti

La storia del “cinema dei vecchietti” introduce il nodo della questione. Ho voluto vedere la serie di Zerocalcare perché tutti ne parlano e perché non ho mai visto niente di suo. L’ho vista tutta di seguito. L’ho lasciata decantare un pochetto, per non esprimere un commento a caldo. Ebbene, non è vero che ridi e poi piangi, che alla fine ti commuovi. O meglio, non è vero per me. Io ho cinquant’anni e non mi sono immedesimato, non è scattata l’empatia: i genitori (come me) che si vedono nella serie o sono delle macchiette o troppo anziani. Gli adulti in generale nella narrazione non sono rappresentati in modo da far scattare il transfert per uno della mia età. Sono adulti mai cresciuti. Non mi sono commosso, dunque. Mi odieranno tutti quelli che sui social stanno scrivendo che volevano ridere e invece hanno tanto pianto. “E sticazzi?”.

L’umanità mostrata è una piccola minoranza in realtà (per fortuna)

Voi giustamente vi chiederete: e allora come mai ha tutto questo successo di pubblico? Non significa forse che se la vedono pure quelli dell’età tua? E infatti: io l’ho vista. Però faccio solo un piccolo appunto: i cartoni della Disney, quelli sì che sono per grandi e piccini. E io mi commuovo eccome. “Strappare lungo i bordi” parla di gente dell’età di Zerocalcare, che vive come lui dice di vivere (in realtà ha successo, ha i soldi ecc). Ossia nel disagio, nello schivare la vita, le responsabilità. Nella totale assenza di carattere. Persone che si trascinano tra un gelato e un poker online, tra una riflessione dozzinale e le ripetizioni ai pischelli. Tra il fare i brillanti online ed essere dei “sottoni” nella realtà, soprattutto con le donne. Gente che invia stancamente curriculum ma non trova lavoro. Sta al parchetto a chiacchierare oppure va ai concerti dei Klaxon al centro sociale La Strada e ha la bandiera del Pkk in camera. Niente droghe – se non consideriamo la ludopatia e la dipendenza da gelato – niente violenza (a parte due pizze dalla Forestale al G8 di Genova). La periferia mostrata, poi, sembra Copenaghen: zero monnezza, zero spacciatori, zero casini con i clandestini.

Un mondo di favola (senza morale)

Un mondo di favola, insomma. Proprio come quello di chi chiede il Ddl Zan o lo ius soli. Totale distacco dalla realtà sociale del Paese. Ma giustamente uno può dire: “E’ un racconto, ma che vuoi?”. Infatti. Ma è una favola senza morale. E se ce l’ha, non ci piace. Una cosa giusta la fa Zerocalcare, però: fa diventare nazista un ragazzino a cui dava ripetizioni. In che senso, giusta? Ovviamente nel senso che almeno uno esce fuori dal coro della narrazione dominante. Dove è normale, pacifico vivere in mezzo a simboli antifa e frequentare palestre popolari e altri posti dei compagni. Come se non esistesse un altro mondo, l’alternativa. Al di là della boutade sul giovine nazista, il meccanismo si interrompe soltanto con la storia del suicidio. Nel senso che o vivi come i protagonisti della serie oppure ti ammazzi.

La parte drammatica non convince

Ecco, la storia della amica che si toglie la vita – un tema delicatissimo, sia chiaro – doveva essere l’elemento per far dire a tutti che la serie non fa soltanto ridere, anzi. E ha funzionato, come dicevamo. Tutti fanno a gara a chi ha versato più lacrime e se ne vanta sui social. Anche perché la serie stessa omaggia il vittimismo, celebra i piagnistei di chi non tira fuori le palle. Ebbene, sul piano prettamente narrativo il nostro giudizio più duro è proprio sull’epilogo. Zerocalcare viene assolto dal senso di colpa per la morte della sua amica, gli viene ricordato che alla fine “siamo fili d’erba” che non hanno responsabilità su quanto accade nel mondo.

“Annateve a pija’ er gelato”

Insomma, niente catarsi. La tragedia del suicidio non purifica lo spettatore. Anzi. Il messaggio che passa è che visto che lui, il protagonista, non soffre più di tanto, perché cazzo dovrei soffrire io? Il dolore, insomma, non c’è. Quindi sì, la serie fa ridere, soprattutto grazie all’armadillo-coscienza doppiato da Valerio Mastandrea. Ma non purifica, non ci rende migliori. Anzi, per gli sfigati che pensano che sia fico esserlo, il messaggio è diseducativo al massimo. Qualsiasi cosa accada, tutto si risolve con un “Annamo a pija’ er gelato?”. Ecco, “annate” va.

Adolfo Spezzaferro

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13 Commenti

  1. Personalmente a me questo articolo suscita solo antipatia, non importa che la serie sia piaciuta o meno, ma il senso di anaffettiva superiorità che straborda da ogni paragrafo è insopportabile a dir poco.

  2. Recensione piena di inesattezze riguardanti la serie, zero non fa diventare nessuno fascista ma lo immagina soltanto. L’ umanità mostrata é solo una piccola minoranza ? Sotto sotto siamo tutti così, nel come affrontiamo la vita, solo non lo vogliamo ammettere. Scappiamo dal dolore per paura e ci rintaniamo in quelle poche sicurezze che sarebbero la nostra confort zone e solo quando ce la tolgono, allora ci svegliamo con un bel cazzotto sul naso e affrontiamo le cose per quel che sono veramente. In tutto questo la politica non c’ entra, finitela di puntare il dito accusando o motivando le scelte di un artista in base al suo orientamento, bisogna vedere al prodotto non a chi l’ ha fatto. L uso del romanesco é una scelta stilistica ed é azzeccata in pieno.

  3. Alla fine Zero non si smolla i sensi di colpa per la morte di Alice, anzi gli rimangono eccome ed infatti si frusterà intorno a quel pensiero anche se le parole di Sara lo rincuorano. Il senso della serie sta proprio lì, nonostante siamo fili d’erba, lo siamo tutti quanti insieme. E tra fili di erba ci si può sostenere e aiutare e per zero rimarrà il dubbio che se avesse dato un pò più di amore e avrebbe affrontato le cose per quelle che erano, forse ma proprio forse Alice non avrebbe preso quella scelta.Perché in questo mondo alla fine quello che manca é proprio quello, l amore.
    La tua sembra una recensione scritta da qualcuno che la serie l ha vista con gli occhi bendati e ha scritto questo articolo solo per andare contro tutti e cavalcare la onda delle views. Questa seria da insegnare ha tantissimo

  4. Fa molto ridere come la premessa sia: “non concentriamoci sull’autore” mentre per tutto l’articolo ci siano frecciatine sulla sua condizione economica, sulla sua vita e sulle sue convinzioni politiche. Ovvio che la serie non può arrivare a tutti, però per fare una recensione bisognerebbe guardarla sotto sia il punto di vista oggettivo che soggettivo

  5. Già si levano i lamenti delle madame piangenti e indignati per il reato di lesa maestà! S’è osato offendere sua maestà Zerocalcare.
    Certo innalzare a guru intellettuale un coglione ed ebete come Zerocalcare, la sua pseudo-filosofia da adolescente mai maturato, i suoi “lavori” che si possono definire un trash kitsch, il suo pseudo-marxismo da aperitivo che poi finisce per svendersi al capitalismo americano (Netflix), fa capire la deficienza costante della nostra epoca.
    A Zerocalcare e a voi suoi seguaci, fanatici così tanto da commuovervi davanti ai suoi “lavori” (Ehm, stendiamo un velo pietoso, per carità di patria) vi dico una sola cosa. Annatevene a pija’ per culo!
    Saluti.

  6. […] Le pagine del giornale da cui la feroce critica ha provato a mostrare i denti sono quelle del Primat… punto di riferimento di Casapound. E già possiamo intuire il perché, come dice il poco esplicativo titolo, perché ai fascisti di Casapound non è piaciuta la serie di Zerocalcare. Oltre la solita retorica del ‘Zero è uno che canta la periferia ma in realtà ha fatto i soldi” e quindi non è più autorizzato a parlare, l’autore del pezzo – Adolfo Spezzaferro, che speriamo sia un nome inventato – indica come unico momento che ha gradito della serie quello dove un ragazzino, cui Zero dava ripetizioni da piccolo, è ‘diventato nazista’: “Ovviamente nel senso che almeno uno esce fuori dal coro della narrazione dominante. Dove è normale, pacifico vivere in mezzo a simboli antifa e frequentare palestre popolari e altri posti dei compagni. Come se non esistesse un altro mondo, l’alternativa” scrive Spezzaferro.  […]

  7. Premessa. Zerocalcare è colpevole e se per il resto della vita mangiasse solo liquidi ce ne faremmo una ragione. Detto questo “Strappare lungo i bordi” è una cosa fatta oggettivamente bene, ha un senso, i tempi giusti, spesso fa effettivamente ridere (sempre se avete senso dell’umorismo e trovate divertenti cose tipo i Simpson, Boris, Lundini etc) e in più di un’occasione comunica anche un certo pathos.
    Nella serie Netflix l’appartenenza politica resta piuttosto marginale. Un po’ nell’incipit con il ricordo del G8, il concerto al centro sociale La Strada e poi nel finale ospitato dalla “palestra popolare”. In mezzo poca roba, solo contorno. Uno potrebbe pensare “beh ora che lui, espressione di un mondo militante, è arrivato al mainstream, giustamente può parlare solo di alcune cose e altre no”. Nì.
    La verità è che Michele Rech – e la sua area politica – sono sempre stati, anche, mainstream. E non tanto perché il nostro campione di periferia in realtà frequentava il prestigioso Lycée Chateaubriand come nei peggiori cliché sui radical chic. Già quindici anni fa, tra una vignetta contro il Blocco e un manifesto per il Forte, collaborava con Repubblica, così come da anni i suoi albi popolano le librerie dei nostri parenti e amici non interessati alla politica. E poi le mostre al Maxxi, le ospitate da Zoro, l’Espresso etc, in un crescendo che lo ha condotto fino a Netflix.
    Il mondo di Zerocalcare a cavallo del 2000 è stato l’avanguardia di quelle che oggi sono le idee socialmente accettate, del politicamente corretto per usare una formula abusata. Degli asterischi a fine parola, delle lotte lgbt, dei diritti civili a pioggia, della fluidità. Dell’antifascismo di Lilli Gruber, della legge Zan. Viene tutto da lì, da quel mondo che ha abbandonato ogni velleità di coscienza di classe in favore dei diritti individuali (e le cui “lotte sociali” già sterilizzate sono state in buona parte fagocitate e ricacate da quello spin off dell’estrema sinistra che risponde al nome di Movimento 5 Stelle).
    Strappare lungo i bordi rappresenta un modo di essere minimo, fragile, ripiegato su se stesso. Un conformismo al ribasso, dove l’incapacità, la rinuncia, l’inadeguatezza dovrebbero rappresentare un modo di essere “altro”. Invece tutto questo è l’esatta cifra di una generazione normalissima, con la scrausità come stella polare. L’idea di essere alternativo perché c’è l’amica “lella”, il romanesco strascicato, la storia di suicidio, citare la parola “capitalismo” ogni tanto, la palestra popolare etc rappresenta invece proprio quella finta ribellione che è alla fine la natura stessa della normalità di oggi. Tipo provare a scandalizzare Giovanardi facendosi una canna, una cosa così. Strappare lungo i bordi alla fine è Bojack Horseman ambientato a Rebibbia invece che a Hollywood, con l’idealismo e la gioventù al posto di Horsin’ Around e della celebrità effimera.
    Insomma Zerocalcare su Netflix alla fine è la summa di un mondo dove Myrta Merlino e Luca Casarini dicono le stesse cose, dove la Nike aderisce a Black lives matter etc etc, ennesimo capitolo del riassorbimento dell’antagonismo da parte del sistema con le multinazionali in testa. Niente di nuovo sotto il sole. Cioè per dire in quanto a radicalismo in confronto a Zerocalcare già il Virzì di Tutta la vita davanti pare Emiliano Zapata. Per concludere, la rappresentazione plastica di Michele Rech è quella di lui che va in tuta ospite a Propaganda live a fare il cosplay fuori luogo del ragazzo dei centri sociali. Un cojone.
    Zerocalcare funziona dunque per due motivi: perché è molto bravo e perché è perfettamente in linea con lo Zeitgeist. Andare lì a puntualizzare “eh ma la data di Mishima è sbagliata” , continuare a sottolinearne l’infamità o dargli del finto ribelle non serve. Per fare contro-egemonia bisogna cominciare a fare le cose fatte bene. Il caso di Osho dimostra che si può raggiungere un discreto pubblico anche se non in linea con il pensiero dominante. Altro conto ovviamente è pensare di dare voce a storie “maledette” o a una dimensione eroica dell’esistenza in pieno Kali Yuga: lì si può puntare solo ad una nicchia (il più grande e interessata possibile). Se poi invece qualcuno pensa che l’anti Zerocalcare si chiama Ghisberto allora vuol dire che ci meritiamo tutto il peggio.

    https://www.facebook.com/davide.distefano.146

  8. Come sproloquiare dimostrando di non aver capito nulla. Boomerismo messo nero su bianco. Perché partire dalle origini dell’autore, volendo necessariamente parificarlo al sui personaggio, per esempio? Adolfo, te la potevi risparmiare la fatica di scrivere sta roba, che non può nemmeno essere definita un articolo, solo per far vedere che vai controcorrente.

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