ernst-junger“In ogni viaggio deve essere ricompreso un pellegrinaggio in senso antico. Altrimenti di esso non rimane altro che un cumulo di immagini con cui il viandante ricolma il proprio intimo come un album di cartoline illustrate, e risulta anzi dannoso per lui perché tende a distrarlo. Quanto spesso si tratti in fondo di una caccia ad immagini di basso livello ci appare chiaro in quei viaggiatori che da osservatori si sono completamente trasformati in reporter, intenti solo a fotografare, e che per ciò viaggiano ciechi per il mondo”.
Fanno il calco, queste parole, di molti turisti che oggi si accingono a raggiungere le mete vacanziere agostane tarantolati dalla pulsione dei “selfie”. Eppure quando nel 1957 Ernst Jünger le scrive erano ancora lontani i tempi dello smartphone. Qualche sentore delle trasformazioni in atto, il cacciatore sottile, doveva ben percepirlo.
Simili pensieri fanno capolino nella mente di Jünger mentre esplora un versante poco battuto di San Pietro, un minuto isolotto a sud della Sardegna. L’aveva raggiunto per una delle sue appassionanti caccie sottili da entomologo: rintracciarvi un insetto unico al mondo, la Cicindela campestris saphyrina. Tra il 1954 e il 1978 diverse volte trascorre in questo angolo di Mediterraneo le sue vacanze pur non riuscendo mai a incontrare il coleottero.
Oltre a evocare l’isola di San Pietro più volte nei suoi diari e in Cacce sottili, il nazionalrivoluzionario d’un tempo le dedica pure un ritratto pubblicato ora per la prima volta in italiano con la prefazione di Stenio Solinas e l’introduzione e la traduzione di Alessandra Iadicicco: San Pietro (Fausto Lupetti Editore, pp. 68, euro 15).
Ernst  Jünger non si è fatto mancare nulla nella sua vita ultrasecolare iniziata nel 1895 ed eclissatasi centotré anni dopo: giovane adolescente in fuga dalla borghesia guglielmina, eroe pluridecorato della Grande Guerra, scrittore di successo e teorico nazional-rivoluzionario ai tempi della Rivoluzione conservatrice, presumibilmente coinvolto nell’attentato a Hitler del 1944, grande viaggiatore fin al 1986 quando sceglie di recarsi in Malaysia e Indonesia per osservare una seconda volta nella vita la cometa di Halley.
Eppure il suo slancio verso il mondo a un certo momento del cammino di vita cambia di tonalità e le pagine di amore verso San Pietro, gli abitanti e i paesaggi forse ne sono testimonianza.
Solo qualche anno prima di sbarcare per la prima volta a Carloforte, capoluogo dell’isola, il solitario di Wilflingen, pubblica il Trattato del Ribelle, una sorta di vademecum del ritiro nel bosco alla ricerca delle fonti originarie della libertà. E, come suggerisce Alessandra Iadicicco nell’introduzione, nulla impedisce che la predilezione per San Pietro e il mondo delle isole non sia una delle tappe del suo inoltrarsi nel fitto della selva.
“L’isola non ci tiene impegnati – riconosce Jünger – solo in senso estensivo, bensì anche intensivo; il desiderio di Sancho Panza che vorrebbe diventare governatore di un’isola è comune all’intera umanità. Insel, insula, isola, Einland sono parole che nominano un segreto, un che di separato e conchiuso. Evocano l’idea di ciò che è proprio e della proprietà”. E cosa vi è di più proprio dell’uomo, per il lettore avido di Stirner qual era il Solitario di Wilflingen, della libertà attingibile solo nella solitudine del bosco?
Nessuna spocchia ghermisce Jünger nel suo peregrinare sull’isola: alla sua vita partecipa da pari. La locanda dove alloggia gestita dal signor Ambrosio, che in Cacce sottili chiama con il suo vero nome Pietro Damico, era frequentata dagli isolani. Non si esimeva dall’unirsi a cortei funebri, dal parlare con i pescatori o con il curato. Come niente riesce a trattenerlo dal prendere parte alla mattanza del tonno che assume nella penna di Jünger l’allure di una tauromachia. La racconta con vividezza e restituisce ai gesti dei pescatori la dimensione epica come Esiodo fece secoli prima con i contadini. Si afferra “la magia della caccia – annota – con i suoi riti e i suoi scongiuri. Se mancasse questa ebbrezza, il pesce verrebbe certamente catturato, ma sicuramente in un altro sistema. Qui però, ai primordi, si nasconde ancora la conoscenza dell’eros del tempo e del suo frutto che proviene dall’abbondanza”. E il rabdomante coglie  l’ulteriore dimensione della tonnara perché sa che “il viaggio come ricerca di punti di vista può avere un senso solo se questi punti sono diretti verso qualcosa d’altro che il paesaggio” o i costumi.
Simone Paliaga


Commenta