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EneaRoma, 21 mag – Le teorie immigrazioniste cercano legittimazione in ogni ambito. Così, tra le varie, ultimamente si è anche sentito dire che Enea sarebbe un profugo scappato da una guerra provocata dall’Occidente. All’origine dell’Occidente ci sarebbero dunque i barconi dei migranti e l’asilo di Romolo non sarebbe altro che un’anticipazione dei centri di accoglienza. È normale cercare di confortare le proprie teorie adducendo esempi tratti dalla classicità in virtù dell’autorità che, ancora oggi, la cultura classica esercita. Il problema è che le cose vanno lette per quel che sono e non vanno volte né a favore di una tesi né di un’altra. Tanto più il mito, che è un simbolo. Il simbolo non può essere manipolato: o lo si sa sciogliere o non lo si comprende. Ora, ammettiamo che gli immigrati “che scappano da una guerra provocata dall’Occidente” siano di stirpe divina, che siano pii e devoti, garbati con le fanciulle come Enea di fronte a sua madre Venere nelle vesti di cacciatrice, che portino doni agli ospiti, come fa Enea con Didone. Ammettiamo che portino leggi e costumi, che siano rispettosi delle usanze dei paesi nei quali approdano e che chi ne canta le gesta, Saviano, la Boldrini, Erri De Luca, sia iniziato all’esoterismo proprio come Virgilio. Magari le cose stanno così, è tutto come ci dicono i telegiornali. Allora apriamo l’Eneide: tra le primissime parole del poema compare proprio il termine profugus per designare Enea che si dirige verso i lidi italici. Forse aveva ragione Saviano. Leggiamo il commento al verso di Ettore Paratore: “Inserita fra Italiam e profugus, la parola (fato) colora di tutto il peso di una prospettiva provvidenziale l’intera struttura dell’evento epico […]. Più che mai qui in fatum si deve scorgere la provenienza dalla radice for, a indicare la decisiva formulazione di una volontà superiore, in questo caso pienamente e meditatamente benefica. Da notare come questa provvidenza che regola dall’alto gli eventi sia la prima manifestazione di una volontà sovrannaturale nel poema, al di sopra dei singoli dei, che le appaiono quindi sottoposti, a denunciare la conclamata prevalenza di un’impostazione stoica nel poema”.



Già le cose cambiano: esiste una volontà superiore che impone il viaggio di Enea. Per carità, anche Soros, Draghi e Obama, che chiedono più immigrati, possono essere associati a una volontà superiore, ma da qui a paragonarli ai fati ce ne vuole. Che il viaggio di Enea sia ineluttabile, lo dice anche Giunone, acre nemica del figlio di Anchise, che cercherà in tutti i modi di impedirne l’arrivo in Italia, ma che, alla fine, dovrà ammettere sconfitta: Quippe vetor fatis, “Certo me lo vietano i fati” (1, 39). Quando Venere, preoccupata, si reca da Giove per la sorte del figlio, il padre degli dèi, con atteggiamento regale, le sorride appena e la tranquillizza dicendo che i fati sono immoti. Il viaggio fatale di Enea non ammette intermezzi sentimentali. Quando l’eroe si sofferma presso la regina Didone, Giove si sfoga con Mercurio: non è per questo che Enea è stato salvato dai flutti, ma per “sottomettere il mondo alle leggi”. Naviget, “navighi”, questa è la conclusione! (4, 231). Il viaggio di Enea è pieno di peripezie, esattamente come quello di Odisseo, funzionali all’arrivo alla meta: le fatiche, la discesa agli inferi e le sofferenze, proprio come in un percorso di iniziazione, fanno coincidere il fine con la fine: tendimus in Latium, sedes ubi fata quietas / ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae. / Durate e vosmet rebus servate secundis;  “tendiamo nel Lazio, laddove i fati ci mostrano / sedi tranquille; là è stabilito che il regno /di Troia risorga. Resistete, e serbatevi alla fortuna” (1, 205). Si veda inoltre la profezia di Eleno nel terzo libro del poema. Pur nelle peripezie più atroci, bisogna agire in stato di purezza, il corpo candido come l’animo. Ecco perché Enea non tocca i Penati e li fa prendere al padre Anchise, poiché aveva attraversato la strage e si era insozzato di sangue. Non poteva dunque macchiare gli arredi sacri.

Ci sono anche dei precisi segnali che mostrano l’ineluttabilità del percorso di Enea, come i dodici cigni che cantano in schiera, segno della direzione da seguire, che Venere, mostra a Enea (1, 393-400), o come il tempio di Cerere abbandonato vicino un antico cipresso all’uscita della città di Troia, “conservato solo dalla devozione dei padri” (religione patrum multos servata per annos), che anticipa, secondo il Della Corte, la consacrazione all’agricoltura di Roma e contiene un riferimento al tempio desertae Cereris realmente esistente a Roma. Inoltre il viaggio di Enea non è casualmente diretto in Italia. Si tratta infatti di un ritorno, come detto più volte nel poema: Venere dice al figlio che il sangue teucro deve tornare all’origine (1, 236), il pio Enea dice di quaerere (verbo che indica un atto ben più forte del cercare) la patria Italia: Italiam quaero patriam et genus ab Iove magno. / […] viam data fata secutus; “Cerco la patria Italia, e la culla della mia razza / discesa dal sommo Giove / […] seguendo i fati prefissi” (1, 380-382). Nel terzo libro, in ginocchio (submissi petimus terram) i Troiani ascoltano il verdetto di Apollo, il quale sentenzia: Antiquam exquirite matrem, “Cercate l’antica madre”. Esorta cioè i Troiani a far ritorno nella terra che per prima li generò. Enea non è nemmeno realmente scappato da una guerra. Ha infatti combattuto fino alla fine della città di Troia e solo quando i fati lo hanno imposto è fuggito. Per Troia ormai era stato fatto tutto il possibile, di più non si poteva: Sat patriae Priamoque datum: si Pergama dextra defendi posset, etiam hanc defensa fuissent; “Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo: / se un braccio potesse difendere Pergamo, l’avrebbe difesa / già il mio” (2, 291-292).  No, i profughi non sono come Enea, non sono venuti a rifondare la civiltà, semmai sono venuti a dimenticare la loro perché qualcuno, come le serpi della testa di Medusa, sta pietrificando il mondo.

Michael Mocci

* I passi dell’Eneide sono citati dalla traduzione di Luca Canali

 

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5 Commenti

  1. Articoli così chiari, semplici e al tempo stesso profondi si trovano solo sul Primato Nazionale. Grazie, ragazzi. Tenete alta la fiaccola.

  2. Oh, ma cercano veramente qualsiasi potenziale appiglio, pur di giustificare in ogni modo la loro follia immigrazionista e mondialista…

  3. Maurizio Blondet in un suo articolo recente intitolato “Il sangue siriano sulle tue mani, Europa” ha chiamato per nome i profughi siriani che fuggono di fronte alla distruzione del proprio paese: disertori.
    In quest’ottica possiamo solo rendere onore ai milioni di palestinesi che affrontano quotidianamente il mostro sionista sapendo che il massimo che possono fare è resistere e andare avanti.
    Concordo con Martino: è un piacere leggere gli articoli del Primato Nazionale. La chiarezza e la semplicità lasciano girare i concetti con perfetta fluidità e la ragione non può che riconoscere come valide le argomentazioni siffatte.

  4. Molto interessante. Peccato che ci siano alcuni refusi, in particolare “si Pergama dextra defendi posset, etiam hanc defensa fuissent” (invece di “si Pergama dextra defendi possent, etiam hac defensa fuissent”).

  5. Quindi è figlio di profughi che dall’Italia hanno invaso l’Anatolia? Gira e rigira siamo tutti profughi. Fatevene una ragione!

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