Roma, 14 gen – Abbandonato da anni il sito archeologico più importante della Sicilia occidentale per quanto riguarda l’età del medio-bronzo nonostante i tentativi, negli ultimi mesi, di riportare attenzione su quest’area che solo negli anni Novanta dello scorso secolo ha restituito importanti reperti.

Erbe bianche, un pezzo di storia clamoroso

Erbe bianche, contrada del Comune di Campobello di Mazara in provincia di Trapani, è a circa tre chilometri dal mare e si trova nell’ampia area selinuntina dove è stato scoperto un insediamento preistorico dagli archeologi in due distinte campagne, nel 1992 e nel 1995, guidate da Sebastiano Tusa. Ad essere portate alla luce sono state quattro capanne ellittiche, ricavate da cavità carsiche e disposte intorno ad un edificio circolare, e la necropoli di tombe a grotticella artificiale; la singolarità sta nelle grandi vasche scavate in profondità, fino a due metri, in modo tale che poi la roccia formasse una volta, su cui veniva costruito un tetto; insomma capanne in parte scavate nella roccia e in parte costruite, peraltro molto grandi, che testimoniano un villaggio articolato.

Sono stati inoltre ritrovati i più occidentali frammenti micenei della Sicilia e, infine, in una delle capanne di Erbe bianche è stato scoperto il ripostiglio di armi in bronzo di un guerriero che comprendeva tre asce, una punta di lancia e uno spuntone, cioè un oggetto stranissimo, di cui ancora non si comprende la reale natura e l’utilizzo. Il corredo del combattente era stato nascosto probabilmente nel tetto di una delle capanne che crollò. Le ceramiche rinvenute collocano l’insediamento tra la fine del Bronzo medio e il Bronzo recente, quindi 1300-1200 a.C., e sono riferibili ad una versione occidentale, ed in parte originale, della cosiddetta “facies” di Thapsos-Milazzese: bacini su alto piede, teglie, piattelli, una coppa-incensiere, un colatoio, due frammenti di vasi egei, palchi di corna di cervo che attestano la vocazione pastorale del villaggio, tutti reperti oggi conservati presso il museo del Baglio Florio di Selinunte, ma mai esposti al pubblico. Ed anche in questo caso occorre stigmatizzare l’atteggiamento dei responsabili, la Soprintendenza ai beni culturali di Trapani, che lasciano nei magazzini preziosi pezzi di storia.

L’abbandono e il degrado

Solo alla fine del 2017, infatti, è stato inaugurato il citato Museo, all’interno del parco archeologico di Selinunte, ricavato nella grande e ottocentesca struttura, sede di una delle attività imprenditoriali della famiglia Florio; per l’occasione venne allestita la mostra  “Thois Theiois. Selinunte e le forme della fede: Architettura e riti dall’Età arcaica all’ellenismo”.

L’appello di varie associazioni, e non solo, interessate alla tutela dei luoghi e delle ricchezze storiche si sviluppa su due direttrici: la tutela e salvaguardia del sito archeologico, già vandalizzato in più occasioni (alla fine della seconda campagna di scavi fu installata una copertura di metallo e la recinzione, oggi sparite) e non fruibile da parte di appassionati e turisti. Basti pensare che vicinissimo all’area archeologica qualche anno fa è pure sorto un accampamento spontaneo di immigrati, sicuramente clandestini, con le capanne utilizzate come discariche. Insomma a trent’anni dalla scoperta di quest’area non esiste nulla che la tuteli e la segnali; una potenziale fonte di studi, di visite turistiche, di promozione per l’intera zona lasciata nel più totale e sconfortante abbandono. E l’altro obiettivo è sicuramente la possibilità di vedere esposti i reperti ritrovati. Lo scorso novembre la sezione locale dell’Archeoclub d’Italia insieme con Legambiente ha organizzato un momento di protesta sul posto per riaccendere i riflettori ma dopo mesi non è cambiato nulla. E’ il caso di sollecitare interventi immediati, perchè di bellezza e storia non ce n’è mai abbastanza!

Emanuela Volcan

 

 

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