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Roma, 16 feb – Le mine furono un’arma micidiale durante la seconda guerra mondiale. Negli anni ’40, il Mediterraneo ne era letteralmente saturo. Una mina fu la causa dell’affondamento del Saetta e del suo capitano, Enea Picchio.

La formazione navale

Enea Picchio nacque ad Oleggio, in provincia di Novara, il 21 settembre 1906. Si conosce gran poco della sua biografia personale, ciò che si sa, per esempio, del suo corso di studi è che frequentò il ginnasio del capoluogo e che, dopo aver terminato gli studi, frequentò l’Accademia Navale di Livorno.

Nel 1928 completò la scuola e ottenne il grado di guardiamarina venendo promosso rapidamente a sottotenente prima e a tenente di vascello nel 1933 poi.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Picchio venne posto a capo della torpediniera Andromeda. Già durante la guerra di Spagna aveva svolto azioni anti-contrabbando di armi. Durante l’invasione della Francia, alcune navi nemiche bombardarono le coste liguri. L’Andromeda arrivò il prima possibile ma non fu abbastanza rapida per impedire l’attacco francese. Anche se i morti e i danni furono contenuti, i francesi riuscirono a rallentare la produzione bellica italiana al confine.

Con il Saetta

Nell’aprile del 1942, Enea Picchio venne promosso a capitano di corvetta e messo a capo del cacciatorpediniere Saetta. Rimase a capo della nave fino al 3 febbraio dell’anno successivo. In questo periodo svolse numerose azioni di difesa e di scorta ai convogli bellici che passavano per la “via della morte”. Scrive a proposito Libero Accini: “Andar per mare sulla rotta della morte è difficile, difficilissimo… Il Canale di Sicilia, oltre agli aerei, ai sommergibili, alle navi di superficie, è infestato di mine. Non esistono rotte di sicurezza. Dovunque trovi le mine, trovi la morte”.

Il 3 febbraio Picchio condusse il Saetta ed il suo equipaggio a scorta della nave cisterna Torscheimer. Il convoglio era formato da altre quattro navi ma, una di queste, la Uragano, urtò una mina. Cercando di salvare l’equipaggio, Picchio si avvicinò alla nave che stava affondando ma un’altra mina spaccò in due il Saetta. Il capitano ordinò al suo equipaggio di salvarsi mentre lui sarebbe affondato con la sua nave.

In suo onore gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare per il seguente motivo: “Comandante di Silurante, eseguiva numerose e rischiose missioni di guerra in acque fortemente controllate da aerei e sommergibili avversari, distinguendosi particolarmente in lunga, difficile e contrastata operazione di rimorchio e di trasporto combustibile ad un porto avanzato d’oltremare. Nella sua ultima missione di scorta, irrimediabilmente colpita l’unità da offesa subacquea ed in condizioni atmosferiche avverse, si preoccupava della salvezza del suo equipaggio dando con calma e serenità le disposizioni del caso. Benché sollecitato dai suoi dipendenti, rifiutava di portarsi in salvo e, irrigidito nella posizione di “saluto alla bandiera”, si inabissava con la sua nave, lasciando ai posteri luminoso esempio di eroica abnegazione e di sublime attaccamento al dovere”.

Secondo la testimonianza dei sopravvissuti che videro Picchio colare a picco con la sua nave, l’ultima cosa che fece il capitano fu eseguire il saluto militare al tricolore italiano sventolante a prua della sua imbarcazione.

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2 Commenti

  1. Non tutti i naufraghi del Saetta vennero soccorsi a causa delle avverse condizioni meteo. Tra i dispersi c’era il fratello di mia nonna, cannoniere del Saetta.

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