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Roma, 29 dic – La Julia, la divisione degli Alpini più famosa del nostro Esercito. Si distinse per la capacità dei suoi membri di combattere nei territori più impervi, più freddi e più pericolosi del nostro continente. Questa è l’avventura di Giovanni Bortolotto che, in uno di questi territori, sacrificò la vita.
TREVIGIANO DOC
Giovanni Bortolotto nacque a Vittorio Veneto l’11 aprile 1918 quando, ormai, stava per giungere ad un termine la Prima Guerra Mondiale. Figlio di un umile contadino, Luigi, e Rosa Maset, Bortolotto visse gran parte della sua vita nella vicina Orsago. Nel 1939 venne arruolato nel gruppo degli Alpini, nel 3° Reggimento Artiglieria da Montagna. L’avventura di Bortolotto iniziò il 30 giugno dello stesso anno quando venne mandato in Albania.
Di lì in poi l’avanzamento di carriera fu rapido: il 15 gennaio 1940 venne promosso artigliere per poi diventare caporale un mese dopo esatto e caporal maggiore il 16 agosto dello stesso anno. La sua reale attività militare iniziò il 28 ottobre successivo quando Bortolotto partecipò alla campagna di Grecia.
LA PARTENZA CON L’ARMIR
Durante la guerra nei Balcani, Giovanni Bortolotto ottenne una croce di guerra al valor militare: “Durante un attacco contro la nostra linea individuava un’arma nemica che veniva messa in posizione, di sua iniziativa sparava con il suo pezzo riuscendo a neutralizzarla e a mettere in fuga i serventi. Si prodigava per rintuzzare col suo pezzo riuscendo a neutralizzare vari tentativi di infiltrazione avversaria”. Fino al 23 aprile 1941 rimase sul fronte greco e fu promosso sergente nel dicembre successivo.
Il 13 agosto 1942 partì con il gruppo Conegliano alla volta del fronte orientale combattendo con la Julia. Il soldato trevigiano prese parte a tutte le azioni belliche dell’ARMIR sul Don. Durante la seconda battaglia, inoltre, si distinse particolarmente per il valore ed il coraggio dimostrato contro il nemico sovietico. Il 30 dicembre 1942 con il suo obice sparava ininterrottamente finché non cadde colpito a morte dal fuoco nemico. In suo onore gli venne commemorata una medaglia d’oro al valor militare: “Capo pezzo di leggendario valore già distintosi sul fronte greco, durante un sanguinoso combattimento contro preponderanti forze avversarie era esempio superbo di sprezzo del pericolo e senso del dovere. Benché ferito ad un braccio sostituiva il puntatore caduto e nonostante il martellante fuoco avversario, che stroncava altri due serventi, falciava dapprima col fuoco il nemico incalzante e poi contrassaltava con bombe a mano riuscendo a respingerlo. Riprendeva in seguito il tiro benché esausto per il sangue perduto, fino a quando nuovamente colpito si abbatteva sul suo cannone”.
Tommaso Lunardi





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