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Roma, 27 gen – Per chi abbia visto il film Revenant – Redivivo, scena toccante è quella in cui i compagni di Hugh Glass, il trapper protagonista, preferiscono rimanere al suo fianco malgrado le ferite piuttosto di abbandonarlo. Una storia simile è successa in Russia, il protagonista è Giuseppe Grandi.

UNA GRANDE PREPARAZIONE

Giuseppe Grandi nacque a Limone Piemonte il 20 febbraio 1914. Dopo essersi diplomato in ragioneria a Firenze, dove si era trasferito con la madre ed il padre alcuni anni prima, decise di intraprendere la carriera militare. Si iscrisse all’Accademia Militare di Modena e la completò con il grado di sottotenente. Siamo nel 1936 e l’Italia è impegnata nella guerra di Spagna. Grandi continua gli studi alla Scuola di Applicazione di Torino e, alla fine degli studi, viene assegnato al 5° Reggimento Alpini. Grazie alle doti dimostrate durante l’addestramento venne promosso a tenente e istruttore presso la scuola di Aosta.

IN FRANCIA E RUSSIA

La prima missione di Grandi fu in Francia in forza al Battaglione “Tirano”. Vi combatté fino alla fine delle ostilità d’oltralpe. Solo nel 1942 mise in campo, però, il suo reale valore. Nel luglio dello stesso anno venne messo a capo della 46° Compagnia del Battaglione e il 26 gennaio dell’anno seguente, a Nikitowka, venne ferito all’addome. Il dolore era lancinante e Giuseppe Grandi non sapeva se sarebbe riuscito a sopravvivere. I nemici ruppero le difensive italiane sul Don. I russi erano alle costole degli italiani. Per i generali, la decisione fu ostica. I feriti andavano abbandonati a loro stessi. Il “Tirano”, però, non volette abbandonare il suo tenente Grandi. Alla fine, il soldato, morì il 27 gennaio 1943, seguito dai suoi compagni fino alla fine.

In suo onore, per il coraggio e l’ardore nel motivare i suoi compatrioti in guerra gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Magnifica figura di comandante di compagnia, le cui virtù hanno avuto modo di essere particolarmente note fin dai primi giorni in cui assumeva posizioni sul fronte orientale. Situazioni critiche e minacciose furono da lui affrontate con freddo calcolo e con indomito coraggio. L’attività del tenente Grandi è stata talmente preziosa ed infaticabile da metterlo in evidenza come uno dei soldati più meritevoli cui resta indissolubilmente legata la granitica opera difensiva che fece delle linee della sua divisione un baluardo insormontabile. Durante un arduo e difficile ripiegamento, allo scopo di sventare un’irruente manovra nemica di aggiramento, infervorati con la voce e con l’esempio i suoi alpini, si lanciava irresistibilmente nel cuore della mischia, riuscendo dopo aspra e sanguinosa lotta, ad arrestare e frantumare il poderoso urto di un nemico superiore in uomini ed in mezzi. Ferito all’addome e consapevole della fine imminente, non desisteva dall’animare i propri uomini. Vedendo intorno alla sua slitta insanguinata pochi alpini superstiti, silenziosi ed addolorati, trovava la forza di incitarli ad esultare per il superbo successo conseguito e ad intonare con lui le strofe di una nostalgica canzone: «Il comandante la compagnia l’è si ferito e sta per morir… ». Come un vasto, religioso corale si diffonde allora nella distesa gelida della steppa la voce degli alpini, quale simbolo imperituro della tenace gente della montagna, del suo incomparabile spirito di sacrificio, del suo eccezionale ardimento, della sua inconcussa fede nella vittoria”.

Tommaso Lunardi

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