Roma, 28 gen – Giro di vite del governo anche sul Cara di Mineo. A seguito dei 19 fermi disposti dalla polizia di Catania e riguardanti gli appartenenti a una cellula della mafia nigeriana dedita a spaccio di droga proprio all’interno del Cara, il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dichiarato che la struttura verrà chiusa “entro quest’anno. La mia intenzione è chiudere i centri più grossi, perché più sono grandi, più è facile delinquere“. Il Cara di Mineo è il centro di accoglienza grande d’Europa ed è tristemente noto per essere balzato costantemente, negli anni, agli onori della cronaca (nera), con le sue storie di degrado, droga, inchieste giudiziarie, appalti irregolari, stupri e barbari omicidi. Una bomba sociale pronta ad esplodere in ogni momento.

Nel 2015, un 18enne ivoriano ospitato dal centro uccise i coniugi Vincenzo Solano e Mercedes Ibanez. Il fatto scatenò un vero e proprio putiferio, e l’allora procuratore di Caltagirone Giuseppe Verzera lanciò l’allarme parlando di emergenza di Stato. Ma non finisce qui: ricordiamo come quattro nigeriani stuprarono una connazionale e quando sempre una nigeriana venne sgozzata dal compagno, nel gennaio scorso. Vi è poi una lunghissima serie di inchieste aperte e condotte all’interno del centro: quella sulla presunta truffa da un milione di euro sui rimborsi spese gonfiati e ottenuti aumentando il numero delle presenze degli immigrati nella struttura, l’indagine sulle irregolarità delle assunzioni del personale in cui venivano privilegiati un po’ troppo parenti e amici, fino al processo per turbativa d’asta in cui vennero giudicate 15 persone.

In questo procedimento Luca Odevaine, già coinvolto in Mafia Capitale, venne condannato a 6 mesi di reclusione con patteggiamento. La commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza arrivò, nel giugno 2017, a scrivere una relazione – approvata poi all’unanimità da Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle – in cui venivano messi nero su bianco mala gestione, sprechi, degrado, “parentopoli”, preoccupanti condizione igienico-sanitarie e di sicurezza del centro e se ne chiedeva la chiusura immediata. E, dopo tanto tempo, pare che ora sia arrivato quel momento.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

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