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Roma, 14 ott – Guido Visconti era un nobile deciso più che mai a mettersi in gioco e dimostrare, con il suo esempio, il vero significato della parola “coraggio”. Oggi qualcuno lo definirebbe un “leader”, a noi piace ricordarlo come un eroe.
UNA VITA DI LUSSO A MILANO
Guido Visconti nacque a Milano il 9 dicembre 1901 da una ricca famiglia patrizia milanese. Visconti era figlio del conte (e poi duca nel ’37) Graziano Visconti e della nobile Carla Erba. Aveva altri sei fratelli e sorelle tra cui Luchino Visconti, il futuro famoso regista padre del neorealismo. Appena raggiunta l’età, Visconti decide di intraprendere la vita militare e si arruola nel 3° Reggimento “Savoia Cavalleria” come ufficiale di complemento. Il 12 aprile 1926, il cavaliere sposò Franca dei Marchesi Viviani della Robbia, dalla quale, però, non ebbe alcun figlio. Desideroso di avere un degno successore, Visconti provò in ogni modo ad avere un figlio, senza disdegnare il tradimento che, secondo le fonti più accreditate, avrebbero visto, come sua legittima amante, l’attrice Elsa De Giorgi.
LA VITA DA AGRICOLTORE E DA PARACADUTISTA IN LIBIA
Visconti, nel 1930, decise di trasferirsi stabilmente in Libia dove aprì una grande azienda agricola in cui rimase fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Nel 1941, il cavaliere chiese di essere trasferito al nuovo reparto di paracadutisti della Folgore e, con il grado di capitano, entrò a far parte dell’11° Compagnia del IV Battaglione. Il soldato milanese venne impegnato, fin da subito, sul fronte africano combattendo a Deir el Munassib. Ricevuto l’ordine di raggiungere i compagni dalla parte opposta dell’accampamento inglese, malgrado la zona fosse tenuta sotto rigido controllo dagli 88 inglesi, Visconti non volle rimandare l’ordine e lo eseguì. In men che non si dica venne fulminato da una scarica di colpi alleati che lo lasciarono esanime al suolo.
Per il suo gesto di indubbio coraggio gli venne tributata una medaglia d’argento al valor militare: “Volontario paracadutista, quale comandante di compagnia in settore particolarmente esposto all’offensiva nemica era di costante esempio nel respingere il nemico che per ben tre volte tentava di sopraffare la posizione della compagnia. Nell’ispezionare i propri elementi avanzati, sottoposti a micidiale fuoco nemico, veniva ferito gravemente. Continuava ad esercitare il comando lasciandolo solo dietro ordine superiore. Conscio dell’imminente fine si doleva di non poter morire tra i suoi uomini”.
Tommaso Lunardi

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