Roma, 13 apr – In provincia di Parma, a Bardi precisamente (anche se al tempo il paese era sotto la giurisdizione di Piacenza) nacque, il 9 aprile 1851, Pietro Cella da Giuseppe e Giuseppa Bardoli.
Cella si formò al collegio militare di Colorno per poi passare a quello di Racconigi, queste esperienze gli permisero, a 19 anni, di potersi arruolare con il Regio Esercito. Scalò velocemente i gradi militari e, una volta promosso furiere, venne ammesso alla Scuola Militare di Modena. Nel 1879 il giovane bardigiano terminò il suo corso di studi e di preparazione, uscendone con il grado di sottotenente di fanteria.
Nell’ottobre del 1872 era stato creato il corpo degli Alpini e Pietro Cella, affascinato dalla figura del combattente di montagna, chiese di essere trasferito in questo gruppo di truppe alla fine del 1880 e venne assegnato al 6° reggimento. Nel 1885 ottenne il grado di tenente e, di li a tre anni, il grado di capitano sempre del 6° reggimento.
Venne assegnato alla 4° Compagnia del Battaglione Alpini d’Africa che faceva parte del Corpo di spedizione italiano in Eritrea. Il 29 dicembre 1895 approdò nel Corno d’Africa e venne assegnato al 5° reggimento di fanteria.
Dopo aver attraversato la valle di Haddas e di essere arrivato sull’altopiano dell’Adigrat, Pietro Cella e il suo reggimento sostarono in attesa di ordini. Era l’inizio della disastrosa battaglia di Adua. Alle 11:00 del 1° marzo, quando l’offensiva nemica infuriava e le nostre truppe crollavano sotto l’impatto degli etiopi, Cella ebbe l’ordine di battere in ritirata in quanto le truppe nemiche stavano accerchiando gli Italiani e si rischiava la totale strage. Non se lo fece ripetere due volte e riorganizzò le sue truppe per retrocedere il più velocemente possibile. Gli etiopi, però, colsero gli italiani di sorpresa e si avvicinarono molto più velocemente del previsto al reggimento. Cella, vedendo l’inutilità della fuga, decise di restare saldo al terreno da solo, a combattere contro centinaia di nemici. Le fonti raccontarono il suo gesto eroico, il suo corpo venne ripetutamente trafitto ma lui continuò a combattere finché non cadde tra la polvere e i corpi dei nemici. Il suo sacrificio non fu vano, gran parte del reparto, infatti, riuscì a salvarsi e a scappare illeso.
Quella di Pietro Cella non è la storia di un capitano qualsiasi, è il ricordo del primo alpino decorato con la medaglia d’oro al valor militare mai conferita nella storia del corpo. La medaglia recita “Comandante delle compagnie alpine 3ª e 4ª distaccate sulla sinistra dell’occupazione di Monte Raio, le tenne salde in posizione contro soverchianti forze avversarie finché furono pressoché distrutte, e combattendo valorosamente lasciò la vita sul campo prima di cedere di fronte all’irrompente nemico. Adua (Eritrea), 1º marzo 1896”.
Un esempio, il suo, per tutti i futuri soldati e patrioti del nostro amato Paese che, per difendere il tricolore dal brutale nemico, preferì cadere lacerato dal dolore ma accolto dalle braccia aperte della madre terra.
Tommaso Lunardi

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