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Roma, 15 apr – Molti sono stati, nel corso dei secoli, gli uomini di chiesa che, vedendo la propria Patria in pericolo, preferirono prendere le armi e combattere piuttosto che restare a guardare impassibili. Stefano Oberto è uno di questi. Nato il 10 ottobre 1909 a La Morra in provincia di Cuneo, all’età di 24 anni divenne sacerdote. Appassionato classicista il giovane prete studiò e si laureò in Filosofia ottenendo una cattedra di lì a pochi anni presso il Liceo Salesiano di Torino.
Il 10 giugno 1940, in contemporanea con l’entrata in guerra dell’Italia,venne arruolato con il grado di tenente nella 4° divisione alpina Cuneense. Con i suoi compagni, Stefano Oberto partecipò alle campagne sia sul fronte francese sia su quello greco – albanese mantenendo sempre e comunque viva la fede nei suoi soldati predicando e combattendo allo stesso tempo.
Nel 1942, dopo una breve sosta a casa, venne richiamato alle armi, questa volta verso la Russia. Con l’ARMIR, Stefano Oberto combatterà a fianco della Wermacht in territorio sovietico e arriverà fino a Stalingrado dove vi resterà fino al dicembre del 1942. I Sovietici stavano preparando quella che passerà alla storia con il nome di Operazione Piccolo Saturno. Tutto fu inutile, ogni tipo di resistenza armata fu vana, l’esercito dell’Asse ripiegava rovinosamente sotto i colpi dei mortai russi e, mitragliati dall’aeronautica sovietica, cercavano riparo come meglio poterono.
Stefano Oberto non volle scappare però. Preferì farsi catturare dai sovietici combattendo che fuggendo. Il giovane soldato venne imprigionato nel campo di lavoro di Oranki dove trovò la morte il 15 aprile 1943 a causa del freddo, degli stenti e dei soprusi subiti da parte dei soldati russi.
Mussolini decorò Oberto con la medaglia d’oro al valor militare: “Cappellano del battaglione alpini “Dronero”, magnifica figura di asceta e patriota, sul fronte greco – albanese si prodigò con mirabile abnegazione e sprezzo del pericolo nella sua instancabile alta missione di assistenza morale. Rinunciando all’esonero, volle seguire i suoi alpini sul fronte russo dividendo con loro pericoli e sacrifici. Durante l’estenuante ripiegamento dal Don, benché stremato dalle durissime fatiche, diede luminose prove delle sue elevatissime virtù militari e cristiane, portandosi sempre dove maggiore era il rischio, pur di assolvere al suo compito di conforto agli alpini feriti e congelati. In fase critica, seppe far rifulgere il suo spirito eroico, mettendosi di iniziativa alla testa dei resti di un plotone rimasto senza comandante e lanciandosi decisamente al contrattacco di preponderanti forze nemiche. Caduto prigioniero dopo strenua lotta, quando il battaglione esaurì ogni possibilità di resistenza, continuò nella sua opera benefica durante le tragiche marce verso l’interno e, fra l’abbandono generale, valendosi del grande ascendente che aveva sugli alpini, li invitò ad austera rassegnazione, ne lenì le sofferenze trasformandosi in medico ed infermiere, ne condivise la dura sorte con stoica fermezza. Morì, stremato dalla fatica e dai disagi, nel campo di prigionia n. 74 di Oranki il 5 aprile 1943. Sacerdote esemplare e saldo combattente ha voluto, col sacrificio, concorrere a tenere in grande onore, in terra straniera, lo spirito eroico del soldato d’Italia”.
A La Morra venne posta una lapide commemorativa in suo onore: “Questa terra gli diede l’eletto ingegno ed il cuor grande che lo spinse sul fronte greco e nelle steppe di Russia soldato della Patria e di Cristo all’estremo ardimento la medaglia d’oro degli eroi è unita in lui alla palma del martirio”.
Tommaso Lunardi

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