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sovranità del suolo 21. La società vulnerabile

Roma, 27 giu – Il problema della vulnerabilità della specie umana non è certamente nuovo ma in questi tempi è diventato sempre più tangibile e trasversale, sia dal punto di vista geografico che da quello sociale; i cicli di squilibrio si susseguono improvvisi, con frequenza e rapidità, e trascinano famiglie e intere generazioni in imprevisti baratri di incertezze e paure. E se proprio il senso di vulnerabilità ha nel passato stimolato l’invenzione – la realizzazione di dighe o la ricerca di nuovi mondi – oggi sembra aver innescato, specie in alcune aree per molto tempo adagiate nella stabilità inoperosa,  un diffuso senso di depressione. I diversi fattori scatenanti lo squilibrio, ben descritti nel recente importante lavoro “Reducing vulnerabilities e building resilience” dell’Unpd dell’Onu, sono: il rischio economico, l’ineguaglianza, i rischi della salute,  i disastri ambientali, la scarsità di cibo, l’insicurezza fisica. E in questa che sembra l’epoca della vulnerabilità,  tutti sono soggetti a questi fattori di squilibrio e tutti possono trasformarsi, con rapidità, da capitani d’industria a barboni, da ricchi a falliti, da leader politici a perseguitati. Il “Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia e in Europa” della fondazione Unipolis, del 2014, analizza le percezioni di vulnerabiltà in Italia e in Europa. In sintesi, nella  ricerca i temi che maggiormente preoccupano gli italiani del campione intervistato sono per il 68% l’instabilità politica, per il 57% il futuro dei figli, per il 49% la perdita del lavoro, per il 42%, non avere abbastanza per vivere. Per il 60%  degli italiani la distruzione dell’ambiente sembra essere un tema di grande preoccupazione
Insomma per sopravvivere bisogna studiare da equilibristi, anche in Italia, dove si vivono tempi incerti per molti fattori, tra i quali la crisi economica e il dissesto del suolo.

2. La crisi ambientale e dissesto del suolo in Italia

L’Italia è uno dei paesi a maggior rischio idrogeologico, caratterizzato da una specifica conformazione geomorfologica che facilita l’innesco dei fenomeni propri di questo rischio: le alluvioni e le frane. Alla predisposizione naturale si associa il contributo antropico, ovvero l’azione dell’uomo sul territorio ed i cambiamenti climatici che hanno prodotto un’alternanza di effetti, periodi di forti ed ingenti temporali e periodi di grandi siccità. Le cosiddette bombe d’acqua si ripetono nel nostro Paese ormai da diversi anni, con effetti gravi e drammatici; solo tra le più recenti a memoria si ricordano: la recente alluvione di Carrara e di Chiavari, con due vittime sepolte dal fango; l’alluvione a Genova e in Maremma dell’ottobre 2014, che ha provocato tre morti; l’alluvione di Modena del gennaio 2014, con un volontario disperso e 600 persone evacuate; l’alluvione in Sardegna il 18 novembre 2013, con 16 vittime e quasi 3.000 sfollati; l’alluvione della Maremma grossetana, il 12 novembre 2012, con cinque vittime ed una sesta persona morta dopo un mese di rianimazione; l’alluvione in provincia di Messina del novembre 2011, con tre morti travolti dal fango; l’alluvione di Genova sempre nel novembre 2011 – 500mm di pioggia in cinque ore – con sei vittime e cento sfollati; l’alluvione della Lunigiana del 25 ottobre 2011, con dieci morti. Sebbene le cause di questi disastri ambientali siano note così come i rimedi, i tempi per la realizzazione dei riassetti territoriali, specie in assenza di circolazione di moneta, bloccata dalla scellerata burocrazia europea e dal patto di stabilità,  e con una legislazione impreparata all’emergenza, sono lunghi, lunghissimi. Mentre le bombe d’acqua continuano a cadere, indifferenti,  su persone  e territori impreparati. Alla drammatica esperienza del diluvio si associa quella della consapevole impotenza: ecco così aprirsi improvvise voragini, crollare muri, interi quartieri inondati, attività artigianali travolte dal fango. Se si assume che il diluvio non è più per il nostro Paese un evento eccezionale, che si sono individuati programmi di lungo termine globali e locali per limitare le cause, che la dotazione infrastrutturale non è adeguata a sopportare questi terribili eventi naturali, occorre nel breve periodo, ovvero subito, agire sulle infrastrutture, idriche e viarie, per far fronte alle emergenze e per proteggere la popolazione dalla furia degli eventi. Secondo uno studio condotto dalla Protezione civile e da Legambiente, Ecosistema rischio 2013, sono ben 6.631 (sugli 8.071 totali) i Comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale. Potenzialmente esposti al rischio sono 5,8 milioni di persone, 2,4 milioni di famiglie e 1,3 milioni di edifici. Un recente studio dell’ISPRA ha stimato i costi  dovuti al dissesto idrogeologico dal 1944 al 2012 in oltre 61 miliardi di euro, ed i fondi necessari per la messa in sicurezza in 40 miliardi di euro. La quota destinata al dissesto idrogeologico nell’ultima legge di stabilità per il triennio 2014-2018 è pari a soli 180 milioni di euro. Nel “Piano nazionale 2015-2020 per la prevenzione strutturale contro il dissesto idrogeologico e per la manutenzione ordinaria del territorio” , presentato dal ministro Galletti nell’agosto 2015, si prevede per l’intero territorio nazionale e per l’intero periodo un investimento di 9 miliardi di euro. Un investimento ingente,  se rapportato al passato,  ma ancora lontano dalla stima di 40 miliardi di euro di fondi necessari per la messa in sicurezza, fatta dalla stessa Ispra. Quindi i fondi che lo Stato ha assegnato al dissesto idrogeologico sono assolutamente inadeguati; le risorse stanziate per interventi di prevenzione sono state limitate e utilizzate per fronteggiare interventi di prima emergenza anziché utilizzate per mettere in atto opere di difesa e prevenzione del suolo. Il problema del dissesto idrogeologico certamente dipende da fattori originari – il cambiamento climatico e la speculazione edilizia – ma viene fortemente ampliato da fattori secondari – inettitudine burocratica, asservimento politico ai principi europei del patto di stabilità, generale mediocrità della classe politica centrale e locale – che non solo non hanno risolto le cause originarie ma hanno contribuito ad accrescerne il potere distruttivo sul territorio ed a deprimere colpevolmente la popolazione, accrescendo in forma esponenziale il senso di vulnerabilità e insicurezza.

3. Il Problema delle bonifiche dei siti contaminati

Al gravissimo problema del dissesto idrogeologico si combina quello delle bonifiche dei siti contaminati:   nell’annuario Ispra dei dati ambientali 2013, si evidenzia che in Italia vi sono 100 mila ettari inquinati39 siti di interesse nazionale e 6 mila aree di interesse regionale in attesa di bonifica,  che i siti potenzialmente contaminati sono oltre 15.000, dei quali 6.000 risultano essere accertati, 5.000 contaminati e 3.000 bonificati. Oltre a tali siti, la legislazione italiana riconosce come Siti d’Interesse Nazionale (SIN) quelle aree in cui l’inquinamento di suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee è talmente esteso e grave da costituire un serio pericolo per la salute pubblica. In particolare, il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, stabilisce che: «I siti di interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono individuabili in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali». Sino agli inizi del 2013 in Italia i SIN erano 57, perimetrati dal 1998, coprivano ben il 3% del territorio del paese (1.800 chilometri quadrati di aree marine, lagunari e lacustri, e 5.500 chilometri quadrati di aree terrestri) e interessavano circa 9 milioni di abitanti. 44 di questi siti rappresentano le zone a maggior rischio di tumore in Italia: il tasso di mortalità per tutte le cause (in 27 SIN per gli uomini e in 24 SIN per le donne) è superiore alla media italiana, con 10mila decessi per tutte le cause e 4mila per tutti i tumori in eccesso rispetto ai riferimenti assunti alle diverse scale regionali. Nei 57 SIN italiani erano presenti oltre 4.000 soggetti privati di realtà industriali. Il Decreto Ministeriale 11 gennaio 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2013, che riporta nelle competenze regionali 18 siti di interesse nazionale. In virtù di questo recente decreto pertanto ad oggi i SIN sono 39 e i Comuni che ricadono in tali aree sono 187 per una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti.

I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree sono molto deludenti. 
Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (il primo step del processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell’inquinamento presente e che porta alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati.
Il giro d’affari del risanamento ambientale  è stato valutato intorno ai 30 miliardi di euro, ma dal 2001 al 2012 sono stati investiti  3,6 miliardi di euro, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti modesti.  Sono sempre più numerose le indagini sulle false bonifiche e sui traffici illegali dei rifiuti derivanti dalle attività di risanamento. Dal 2002 si sono concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

4.  Affermare la sovranità nazionale del suolo per uscire dalle zone depresse

Crisi economica e crisi ambientali  sono le principali e drammatiche conseguenze dell’assenza di politiche industriali e territoriali, ovvero della persistente assenza di sovranità nazionale. Il sistema italiano per il risanamento del suolo risulta  in profonda crisi, se non in uno stato di fallimento: per avviare concretamente i processi di risanamento ambientale in Italia, occorre rivedere l’organizzazione e i funzionamenti dei diversi attori pubblici e privati, ridiscutendo  il programma nazionale di bonifica, stabilizzando  la normativa italiana e partecipando attivamente alla realizzazione di una direttiva europea sul suolo. Si è in presenza di aree il cui degrado rappresenta una «emergenza ambientale e sanitaria» per il territorio, per le popolazioni e per i lavoratori, ma al tempo stesso, queste aree sono una risorsa importante qualora si riuscisse a promuovere la loro bonifica garantendo nel contempo continuità, rilancio e riutilizzo delle attività industriali già esistenti per lo sviluppo di nuovi cicli produttivi. Una politica nazionale per la difesa del suolo deve prescindere da ogni vincolo di bilancio. Proprio partendo dal senso di vulnerabilità, occorre trasformare il disagio e l’incertezza in spinta propulsiva verso nuovi orizzonti da scoprire,  definire politiche dell’innovazione, riattivare lo spirito di avventura e il desiderio di intrapresa. Ricostruendo il nostro territorio, investendo senza esitare per la difesa del suolo, bonificando gli argini dei fiumi  e eseguendo piani di riassetto territoriale. E il popolo  italiano nel secolo scorso ha ampiamente dimostrato – con le  bonifiche dell’agro pontino e della Maremma, e in generale con l’epopea della ricostruzione post-bellica – di avere grandi energie e risorse umane per trasformare gli acquitrini in proficui campi di lavoro. Certo bisogna però essere sovrani, liberi in particolare dai vincoli contabili imposti dall’Unione Europea e da norme  che in tutti i casi non rendono proficui i campi di lavoro. Sarebbe particolarmente grave, anche per le generazioni future, non agire rapidamente per la difesa idrogeologica del suolo e la riconversione delle aree depresse, in nome di una ligia ma suicida politica dell’austerita’; specie in epoca di green economy . Infatti, mentre   la grande crisi travolge settori storici e tradizionali dell’economia italiana, in forma apparentemente irreversibile, e sembra determinare un costante declino della nostra vocazione industriale, la cosiddetta green economy continua a crescere, e in totale controtendenza lancia segnali di speranza e ottimismo: negli ultimi dieci anni ad esempio le certificazioni ambientali ISO 14001 sono cresciute di 4,5 volte, quelle Emas di 8 volte; i prodotti con Ecolabel sono cresciuti di 25 volte; la produzione e il consumo di energia da fonti rinnovabili ha segnato un’enorme ascesa, da 58 TWh del 2008 a 132 TWh del 2013 (più 73%). Le fonti rinnovabili in questi cinque anni hanno generato 12,6 miliardi di investimenti, creando 137 mila nuovi posti per la costruzione di nuovi impianti e 53 mila per la loro gestione; inoltre hanno contribuito ad una maggiore autonomia energetica, con una riduzione della dipendenza dalle forniture  estere di fonti fossili, e ad una significativa riduzione della produzione di gas climalteranti. Il  numero di eco-innovazioni e la crescente domanda di tecnologie, sistemi e servizi ambientali sono forti segnali di un grande cambiamento e  dell’ opportunità della green economy, che sta delineando nuovi orizzonti di mercato e di welfare. Eppure, incomprensibilmente,  la spesa dello Stato per la protezione dell’ambiente e l’uso e la gestione delle risorse naturali è passata da 2,4 miliardi del 2008 ai 1,6 miliardi del 2014: un drastico taglio del 33%. Di fronte al cambiamento climatico ed all’emergenza economica, di fronte alle conseguenze terribili delle decadenze industriali e dei dissesti idrogeologici, anziché rinchiudersi nelle litanie catastrofiste e negli spettri delle paure – paure che tutto negano, anche le centrali eoliche e la macchina elettrica – si può liberare il genio del fare, ripartire verso un nuovo confine da superare, verso terre da esplorare.

Gian Piero Joime

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1 commento

  1. Parlando di dissesto idrogeologico, di salute pubblica e di energie e risorse ecocompatibili la risposta al perchè non si attuano soliuzioni che di fatto esistono e sono sotto gli occhi tutti e nella logica del buonsenso é una sola: non c’é la volontà politico-amministrativa e….forse c’é un disegno di Gestione Occulta di ogni genere di Risorsa ma anche dei flussi e della Demografia delle popolazioni.
    I metodi attuativi di tali disegni o piani sono i più disparati: dalle Guerre alle non guerre (nel senso classico del termine), dalle forzature climatiche al super controllo delle risorse alimentari come a quelle della sparizione delle sovranità di qual si voglia genere (Monetaria, territoriale, familiare o generazionale o di genere).
    Si preferisce pagare un alto costo in termini di Spese e Cure mediche e farmaceutiche; in Soccorsi e Interventi d’Emergenza; in Mega Esborsi per acuisto e/o produzione Energetica; piuttosto che Prevenire, Bonificare, Autoprodurre. Questa é Schizzofrenia Patologica Cronica, Congenita, Diffusa e Trasversale a tutte le Componenti e Correnti Politico/Aministrative o é Complotto di Stato???
    Sulle Rinnovabili non c’é storia é tutto un grande bluff, è un far finta di favorire e un ostacolare e smantellare incomprensibile. In effetti nessun Governo Italiano rinuncerà mai alle succulente accise sui carburanti per trazione o il Gas and Power per uso civile o industriale.
    Per la sanità siamo più utili come malati cronici e consumatori che come soggetti salubri, meglio se i giovani sono alienati, alcolizzati, fumatori e tossicodipendenti; i vecchi sostentarrano con la pensione i disoccupati in famiglia e se muoino l’inps risparmia.
    Per l’Ambiente stessa storia, ci dobbiamo sentire insicuri in casa nostra anzi (nonostante che la popolazione italiana per più del 70% é proprietaria e non affittuaria) non la dobbiamo più sentire ‘Casa Nostra’ e ‘Terra Nostra’ No! siamo ospitati e tollerati siamo solo consumatori e utenti occasionali senza voce in capitolo. Basta con i VIA (Valutazione Impatto Ambientale), con le Nostre Coste, con i Nostri Siti Archeologici, con i Nostri Parchi, con il Nostro Turismo e i Nostri Musei o le Nostre Eccellenze; non ce le possiamo permettere! Vendiamo svendiamo globalizziamo uniformiamo tutto con l’aiuto dei Super Manager e i Guru della Mondializzazione.
    Appropriamoci di nuovo della nostra Dignità e Identità di Individui e di Popolo con selte e piccoli gesti che fanno la differenza; togliamo i soldi dalle banche dove ce li rubano comunque, non compriamo il superfluo, consumiamo meno possibile, ritroviamo il piacere della fisicità e dell’incontro o della convivialità. Viviamo la vita piuttosto che vederla o immagginarla attraverso i Media e i Rality.Mettiamo in atto una rivoluzione o una conversione pacifica e positiva dal basso dalla base, potrebbe essere come un tarlo nel legno che Abbatte i Giganti della Foresta.

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