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Roma, 28 mag – Un giorno la racconteranno così: nella Luna del Gufo impagliato il governo del cambiamento venne bloccato dal pupazzo della ventriloqua tedesca. Oggi Matteo Salvini, Luigi di Maio e Giorgia Meloni si indignano. Ma Matteo, Gigino e Giorgia non possono non sapere che sono le agenzie di rating, le banche d’affari e le istituzioni finanziarie a fare e disfare i governi nazionali. Sulla traccia di un modello che in Italia ben conosciamo e che il filosofo tedesco Jürgen Habermas – nota camicia verde di Pontida – ha definito un quiet coup d’état, un tranquillo colpo di Stato. D’altra parte, l’Italia è piena di opachi burocrati che hanno costruito una carriera non sui propri meriti, tutt’altro che eccelsi, ma su circostanze particolari ed eccezionali.
In particolare, la Meloni dovrebbe ricordare al presidente della Repubblica – che con la decisione di esercitare un veto anticostituzionale sulla nomina di un ministro a lui sgradito ha sostenuto di avere voluto difendere i risparmi degli italiani – quello che gli aveva già detto, a una trasmissione di Michele Santoro, in occasione del suo insediamento, i tempi cioè non sospetti: «Gli ho sentito dire per esempio che rispettare la Costituzione significa che ciascuno deve concorrere con lealtà alle spese della comunità nazionale. Io non posso non ricordare che il Mattarella giudice costituzionale non volle toccare le pensioni d’oro, alcune delle quali arrivano scandalosamente a 90mila euro. Io all’epoca dissi che c’era qualcosa che non andava se la Corte costituzionale considerava incostituzionale toccare le pensioni d’oro quando non aveva considerato incostituzionale toccare le pensioni da 1.400 euro delle quali abbiamo bloccato l’indicizzazione. E feci notare anche che non era poi così normale che a giudicare sulle pensioni d’oro fossero dei pensionati d’oro».
Mattarella, peraltro, è il principe della contraddizione. Ha dichiarato, come garante dello Stato, di non volere «subire imposizioni». Eppure, per gestire la rotta del governo balneare che ci dovrebbe portare alle urne il più rapidamente possibile, non ha esitato a conferire a Carlo Cottarelli, inutile commissario alla spending review, il ruolo di presidente incaricato. Non temendo di essere sonoramente e clamorosamente bocciato dal parlamento. Cioè dall’espressione più diretta del popolo italiano.
La ferrea determinazione di Mattarella contro Paolo Savona ha suscitato i timori espressi da un politico navigato e di lungo corso come Massimo D’Alema, il quale ha espresso la sua preoccupazione in un fuorionda registrato dall’agenzia Vista, durante una conversazione con Pietro Grasso nel corso dell’assemblea di Liberi e Uguali a Roma: «Se dovessimo andare a elezioni sul veto a Savona quelli prendono l’80% dei voti… L’autonomia, la sovranità del popolo italiano, le ingerenze straniere… Speriamo bene», ha concluso D’Alema.
La crisi istituzionale è senza precedenti e richiama drammaticamente alla memoria quella del 1964, quando il tintinnar di sciabole del “piano Solo” era stato l’antemarcia del quiet coup d’état di Habermas. Ritroviamo cioè in azione i “poteri forti”, sotto forma di “aristocrazie venali”, “poteri retroscenici”, “quarto partito”. Il concetto di “aristocrazie venali” è un efficace quanto fulminante ossimoro ontologico-spirituale coniato da Geminello Alvi, una categoria molto sottile e interessante per cui vale la pena intendere bene il significato profondo e articolato che Alvi dà al termine: «Nel disordine dei campi della vita che è la modernità, il Capitale emana da una confusione diversa da quella che perpetua la brama del Capitalismo. Il Capitale è il sovrapporsi del giuridico all’economico. I privilegi che fanno di Morgan e Rockefeller ciò che sono: prevaricazioni giuridiche o politiche dell’economico. […] Morgan modernamente è appunto colui che, aristocratico perché ricco, deve obbedire al dharma del gioco all’accumulo, della distribuzione per conquista economica».
La realtà dei “poteri retroscenici” l’ha spiegata invece Luciano Canfora, oggi con lancinante attualità, trattando della crescente disaffezione diffusa nei paesi sviluppati e acculturati nei confronti del «reiterato rito elettorale». Una così massiccia sfiducia potrebbe scaturire «dalla maturata convinzione che vano sia, e nella sostanza inefficace, il voto, l’armamentario elettorale, in quanto il vero potere sarebbe altrove, alieno dall’esporsi al suffragio degli elettori (preferendo, come disse anni addietro un autorevole banchiere il “suffragio dei mercati”)». Il “suffragio dei mercati” non è altro che il permanentes Plebiszit citato dall’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer – correva l’anno 1998, alla vigilia cioè del lancio dell’euro – che descrisse le meraviglie e la potenza del “plebiscito permanente” che i mercati esercitano sulle politiche nazionali, disciplinandole, come se il secondo plebiscito, quello più trascurabile affidato dalle Costituzioni alla sovranità popolare, svanisse del tutto, sostituito dal primo.
Per quanto riguarda, infine, il cosiddetto “quarto partito”, rimandiamo alle parole del premier Alcide De Gasperi pronunciate nel corso di un Consiglio dei ministri dell’aprile 1947: «Vi è in Italia un quarto partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi o le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di governo, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica». Nello specifico, il presidente del Consiglio si riferiva al retroscenico partito dei poteri economici, posto come convitato di pietra a fianco ai tre partiti di massa – cattolico, comunista e socialista – che raccoglievano la gran parte del consenso elettorale. Come si vede, niente di nuovo sotto il sole. Gufi impagliati o meno.
Dell’esistenza delle aristocrazie venali, dei poteri retroscenici, del permanentes Plebiszit dei mercati e del quarto partito possediamo, inoltre, una testimonianza decisiva. Inoppugnabile, irrevocabile e impegnativa per tutti. La riveleremo al lettore paziente, attento e curioso, solo alla fine dell’articolo. Prima un’altra riflessione sull’ambito incredibilmente grottesco a cui si è ridotta l’Italia, paese a sovranità sempre più limitata. Tra diktat di conigli mannari e riabilitazioni a orologeria.
L’attuale crisi istituzionale “senza precedenti” è dovuta a una tenace difesa dell’euro contro le minacce del pericoloso e ben noto fascio-comunista Paolo Savona, l’ottantaduenne economista che dopo un inizio di carriera in Banca d’Italia, è stato direttore generale di Confindustria e ha ricoperto vari incarichi istituzionali, tra cui il ruolo di ministro dell’Industria responsabile del riordino delle Partecipazioni statali nel governo Ciampi. Ha insegnato Politica economica, è vicepresidente dell’Aspen Institute Italia e ha affiancato Guido Carli quando, da ministro del Tesoro, udite…, udite…, firmò per l’Italia il trattato di Maastricht. Non esattamente il profilo di un facinoroso cacciato da CasaPound per estremismo politico. Savona non si definisce un sovranista. Tutt’altro, coma da documentato curriculum. Chi lo conosce bene come Mario Sechi lo descrive come un “trattativista” che vorrebbe, con le sue indubbie capacità professionali e di carattere, cercare di modificare il sistema dell’eurozona che, è sotto gli occhi di tutti, ha messo in ginocchio le periferie dell’Europa. E qui entra a gamba tesa l’aspetto forse più grave di tutta la situazione: la sola idea di una modifica anche parziale del patto leonino stabilito dal centro dell’Europa fa partire l’embolo ai mastini dell’euro. Che, in realtà, è un morto che cammina.  Nel senso che la sua fine è già scritta, sanzionata dal suo fallimento. Solo che deve essere gestita sino a quando il limone sarà spremuto del tutto, nei tempi e nei modi stabiliti da chi lo ha voluto e ne ha lucrato esorbitanti guadagni. I segnali del prossimo tracollo sono inequivoci.
In Germania continuano ad affluire capitali grazie allo squilibrio favorevole delle partite correnti e questo è il motivo per cui il governo tedesco è riuscito a finanziarsi a tassi negativi. Ovverossia, consentendo alle banche di “premiare” i depositi con un interesse a debito. Com’è possibile? La riposta è semplice. I più facoltosi cittadini del resto dell’Eurozona, quelli in grado di muovere ingenti capitali e dunque ben addentro alle segrete cose, si aspettano che l’euro salti in aria e che dopo l’esplosione la nuova valuta tedesca si apprezzi considerevolmente. Di conseguenza, hanno accettato un rendimento negativo, nell’aspettativa che il futuro capital gain – la differenza tra il prezzo di vendita e quello di acquisto di strumenti finanziari – compensi, alla grande, la perdita attuale. Dalle parti di Berlino sanno benissimo come prospetta il futuro. Nonostante un’economia che va a gonfie vele, anche sulle spalle dei forzati dell’eurozona, gli economisti tedeschi sono molto preoccupati e preparano una via d’uscita dall’euro.
Infatti, una riforma dell’eurozona che aumentasse sia pur debolmente i trasferimenti di risorse verso i paesi periferici significherebbe rinunciare al prevaricante e ideale status quo attuale. «La proposta ufficiale del gruppo di influenti economisti tedeschi, tra cui Hans-Werner Sinn e Karl Konrad del Planck-Institut e niente meno che il presidente del Consiglio dei saggi economici (Sachverständigenrat) Christoph Schmidt, è radicale ma non sorprendente: la legislazione comunitaria dovrebbe prevedere espressamente una procedura di uscita dall’Eurozona, sulla falsariga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona recentemente invocato dal Regno Unito. Con buona pace dell’irrevocabilità dell’euro, dell’irreversibilità del processo di integrazione e altri sinonimi altisonanti invocati a fasi alterne dall’euro-burocrazia, i tedeschi vogliono una via di uscita chiara dall’Euro»[1].
E allora tutta questa tempesta per difendere un dead man walking? Come detto, i tempi non sono ancora maturi, il limone deve essere spremuto sino all’ultima goccia. Poi tutto assumerà cadenze accelerate e inarrestabili. Ma con il beneplacito di aristocrazie venali, poteri retroscenici, permanentes Plebiszit dei mercati e quarto partito. A proposito di queste sulfuree entità, siamo in debito con il lettore giunto stremato sin qui di quella testimonianza decisiva, inoppugnabile, irrevocabile e impegnativa per tutti a cui ci siamo impegnati. La proponiamo anche perché si ritrovano dei pattern ricorrenti, assai inquietanti e imbarazzanti.
L’ex premier Mario Monti in un articolo dell’agosto 2011 intitolato Il podestà forestiero – in un’epoca in cui era ancora un “privato” cittadino seppur già in odore di presidenza del Consiglio – indicava sul Corriere della Sera i primi segnali di quella crisi e di quegli imponenti movimenti tellurici di faglia che, in capo a qualche mese, avrebbero portato al rovesciamento dell’esecutivo scelto dagli elettori italiani: «Dobbiamo ai mercati se il governo ha finalmente aperto gli occhi e deciso alcune misure necessarie». Tutto era cominciato, ricorda Monti, ai primi di luglio del 2011 con l’allarme delle agenzie di rating e la reazione negativa dei mercati che avevano costretto l’allora presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia «a modificare posizioni che avevano sostenuto a lungo […] e a prendere decisioni non scaturite dai loro convincimenti ma dettate dai mercati e dall’Europa». L’autore dell’articolo proseguiva senza imbarazzi: «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York».
Curiosamente, poche settimane dopo, il 18 novembre 2011, il neo premier Monti nell’aula di Montecitorio, dov’era in corso la discussione per il voto di fiducia della Camera sul governo tecnico da lui presieduto sosteneva, tra gli scroscianti applausi di Pdl e Pd, l’inesistenza di qualsiasi vero o presunto podestà forestiero: «Di poteri forti in Italia non ne conosco…», affermava a ciglio fermo. Si tratta di «espressioni di pura fantasia e che considero offensive». Misteriosamente, in maniera del tutto irriflessa e incongrua, corre bizzarro alla mente un noto aforisma di Oscar Wilde: «A volte è meglio tacere e sembrare stupidi piuttosto che aprire bocca e togliere ogni dubbio».
Amintore Dantan
[1] M. Minenna, La Germania propone una via d’uscita dall’euro. Per proteggere se stessa, 4 aprile 2018



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1 commento

  1. Benissimo , concordo , ovviamente chiarissimo……..purtroppo ricordo che domani i dittatori comunisti piddini e la casta parassita che li circonda saranno nelle piazze a manifestare a favore di mattarello e degli altri traditori della patria……..parassiti indegni.

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