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Fascisti come tanti: Federico Florio, l’ardito toscano che accettava qualunque scontro

by La Redazione
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Roma, 13 lug – “A Prato, fin dall’anteguerra, i semi di zucca e i lupini costavano assai più delle legnate: Tamburini ed io ne sappiamo qualcosa. Tutte le domeniche erano botte da orbi: Tamburini era più matto di me, e io più di lui, ma, da buoni amici, s’andava d’accordo nel buscarle insieme dai piazzaioli di Vaiano di Campi e di Galciana, che si sfogavano sulle nostre spalle contro la guerra di Libia e la festa dello Statuto.
Tamburini, diventato poi il capo del Fascio di Firenze, si è vendicato di quelle legnate pratesi spianando il gobbo ai fiorentini: e anch’io mi sono ripagato a usura come meglio ho potuto.”
Questo, se dobbiamo credere a Malaparte, il clima che si respirava a Prato prima del conflitto. Dopo, quando cominciarono a tornare a casa ex Arditi e Legionari fiumani, la situazione non poteva che peggiorare.
Tra essi, Federico Guglielmo Florio, che era stato volontario di guerra e poi Comandante di Plotone Mitraglieri del 13° Reparto d’Assalto, e, infine, tra i pochi presenti a Fiume ininterrottamente, dalla “Marcia di Ronchi” al “Natale di sangue”. Conosciuto da d’Annunzio e da Mussolini, perché il Comandante lo invierà, a novembre del 1919, con una quarantina di suoi Arditi, a Milano, per proteggere la campagna elettorale fascista e fare la guardia al Popolo d’Italia.

Tutto senza però mai perdere d’occhio la sua Prato, come dimostra un biglietto del dicembre del 1920 da Fiume, con il quale saluta i camerati fiorentini, “raccomandando caldamente la Camera del Lavoro ed il sole socialpussista”.
Rientrato in Patria, assume il comando delle squadre della sua città, e non si sottrae alla contesa civile, che nella cittadina toscana ha toni tutti suoi, a mezzo tra la faida di paese e la lotta politica tradizionale, pur innestandosi in una realtà che mostra già segni di industrializzazione (nel settore tessile, in particolare) maggiori che altrove. Faida di paese, perché lì ci si conosce tutti e rancori politici diventano ben presto personali, in un animoso crescendo fatto di sfide e controsfide.

Il 20 novembre del 1921, per esempio, giunge al Direttorio del Fascio una lettera firmata “Gli Arditi del Popolo”, che invita gli squadristi a recarsi, alle ore 18,00, in piazza del Duomo, per “regolare i conti”. Detto fatto: Florio raduna le squadre e, con il gagliardetto in testa, si reca, nell’ora indicata, al luogo indicato. Ma è solo una passeggiata: degli avversari nemmeno l’ombra (e la cosa sarà pubblicizzata con un apposito manifesto: “Che si mostrino: noi li attendiamo tranquillamente. E li avvertiamo intanto che i fascisti sono disposti ad accettare qualsiasi sfida e qualsiasi condizione di scontro. Essi non hanno che a presentarsi direttamente a noi per trattare e decidere in merito”. Non passa nemmeno una settimana, e si replica: il 24 novembre, un bambino-messaggero avvicina Florio e gli consegna una nuova lettera provocatoria: “se ha veramente coraggio”, deve recarsi, da solo, alle 23,00 in Piazza Santa Maria delle Carceri.

Lo “sfidato” accetta. Per allontanarsi dalla sede fascista senza che nessuno lo segua inventa la scusa di una notturna convocazione “segreta” da parte di D’Annunzio, lascia una missiva “testamento” ad un amico, e se ne va, solo soletto, in Piazza. Qui scatta l’agguato: alcuni individui appostati al buio, lo feriscono a pistolettate, e poi fuggono, lasciandolo a terra ferito. Ma l’appuntamento con la morte è solo rinviato. L’11 gennaio dell’anno dopo, Florio incrocia per strada l’ operaio comunista Cafiero Lucchesi, che conosce come pericoloso sovversivo, tanto che, già in occasione di un primo “contatto”, qualche ora prima, lo ha redarguito così: “Ma sei sempre qui a dar noia, non vai a lavorare oggi?”. La cosa brucia al comunista, che questa volta fa fuoco a bruciapelo, per poi darsi alla fuga, finchè aiutato dal “Soccorso rosso” dell’epoca ad espatriare, e raggiunge l’Unione Sovietica (dove, peraltro, sarà vittima delle purghe staliniane). L’agonia di Florio dura una settimana: le sue ultime parole, secondo il racconto che se ne farà, sono: “Mi dispiace di non potere fare altro per il mio paese! Che il mio sacrificio salvi Prato! Addio, Fiume!”

Ad esse farà riferimento Mussolini, nell’articolo apparso sul Popolo d’Italia del 20 gennaio:
“Nessun Partito d’Italia, nessun movimento nella storia recente italiana può essere confrontato al Fascismo; nessun ideale è stato come quello fascista, consacrato dal sangue di tanti giovinetti. Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai suoi gregari? Solo una fede, che ha raggiunto le altitudini religiose, solo una fede può suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio”.

Giovanni Reale

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